Dalla canotta di Bossi alla felpa putiniana, la seconda vita dell'asse del nord

Salvatore Merlo

Proprio come il vecchio senatore ringhiava “Berluscaz” prima di riabbracciarlo, anche Matteo Salvini motteggia quella Forza Italia alla quale pure si è legato: “Spero che la loro opposizione a Renzi duri almeno una settimana”.

Anche lui va a cena dal Cavaliere ad Arcore, come faceva Bossi, e anche lui, dopo aver siglato un accordo con Berlusconi, si abbandona allo sberleffo. E dunque, proprio come il vecchio senatore ringhiava “Berluscaz” prima di riabbracciarlo, anche Matteo Salvini motteggia quella Forza Italia alla quale pure si è legato: “Spero che la loro opposizione a Renzi duri almeno una settimana”. E insomma Forza Italia e la Lega, la Lega e Forza Italia, di nuovo insieme, binomio evocativo d’una tradizione di fasti ventennali che furono potere vero, governo nazionale e amministrazione locale, ministeri romani e nativismo settentrionale, folclore e potenza, arte e codice del comando. E dunque qualcosa ritorna dal passato, come una eco lontana, con questa alleanza tra Salvini e Berlusconi per le elezioni regionali in Toscana, in Veneto e in Liguria, questo nuovo asse che pure assomiglia al patto del nord dei tempi che furono come la gazzosa ricorda lo champagne per via delle bollicine. E forte è la sensazione che troppo sia cambiato perché quell’intesa meta-coniugale, distillato di fisicità e politica, possa ripetersi con la Lega nazionale di Salvini, un po’ nero Salò e un po’ verde Padania. Quello tra il Bossi e il Berlusconi, l’accordo che per almeno diciassette anni, tra odore di sigaro, Coca Cola e canottiere, schianti sentimentali e abbracci furibondi, tenne strettamente legati due partiti e due leader uniti in nome delle partite Iva e d’una certa idea d’accumulazione capitalistica diffusa nel nord, era un patto che alludeva, con i suoi codici e le sue sregolatezze, le sue follie e i suoi umori, alla grammatica del governo, all’amministrazione e alla spartizione del potere nell’Italia del federalismo e dei padroncini, dei capannoni e delle mille fabbrichette, insomma alludeva all’Italia di vent’anni fa, quella che scopriva in Bossi il suo Calandrino scamiciato e dall’alito pesante, l’uomo che faceva la guerra allo statalismo centralista, che diceva “a me i negri stanno simpatici, loro non possono egemonizzarci mentre i meridionali sì, perché hanno in mano lo stato”; il furbo del contado per il quale ridondanze e volgarità di piazza e di paese erano il mezzo per raggiungere il potere e non un fine da sempliciotto, da eversore balbuziente.

 

E per intendersi sulle dimensioni del fenomeno, tra successi e fallimenti, il patto del nord, nel 2005, a poche settimane dalla fine della legislatura, riuscì a far approvare, nel paludoso labirinto della doppia lettura parlamentare, una riforma della Costituzione in senso federalista che dava più poteri alle regioni e cancellava, come oggi la riforma di Matteo Renzi, la parità tra Camera e Senato, una riforma napoleonica, tuttavia bocciata in un altrettanto napoleonico referendum confermativo per il quale andò a votare più della metà degli italiani.

 

E insomma tutto avveniva secondo una sceneggiatura gigantesca, pur tra anacoluti ed eccessi, tra strapaese e salotti europei, tra Seattle e baite in Cadore, tra bermuda di Calderoli e grisaglie dell’Aspen. E infatti allora, nel patto del nord, in quelle cene ad Arcore, il lunedì, quando Berlusconi chiamava il suo compare “Umbertone” e gli metteva la mano sulla spalla scherzando su un certo pigiama, in quei vertici spesso tumultuosi in cui si mescolava pubblico e privato, mimica e celodurismo, c’era Giulio Tremonti, a incarnare, con occhiali e bretelle, la linea certo discutibile eppure dignitosa di un leghismo alfabetizzato, un settentrionalismo senza volgarità e razzismo. Era il ministro che faceva sognare ogni possessore di buon reddito e l’intera massa dei padroncini veneti, l’uomo nel cui nome furono innalzati capannoni anzicché cattedrali, insomma colui che segnò e predicò il tempo felice del sogno delle partite Iva al potere con la famosa Tremonti bis. Tra il 2001 e il 2006 semplificò le procedure fiscali, varò aiuti per le imprese disposte a investire, abolì la tassa di successione, incoraggiò il ritorno dei capitali dall’estero: nel 2004 si poté valutare che avevano approfittato della legge ventiduemila ricchi, cioè possessori di almeno un milione di dollari.

 

[**Video_box_2**]E il patto, quello, aveva le sue liturgie, i suoi pesi e i suoi contrappesi, le sue cerimonie e tutta quella specie di congerie che si consumano nelle fessure di Palazzo. Bossi definiva questo universo semantico di ringhi, sorrisi e negoziati, con un termine da perito tecnico: la quadra, “troveremo la quadra”, diceva, espressione che certo rimanda alla Scuola Radio Elettra più che alla cultura amministrativa dell’Ena parigino, ma che ricorda pure il calcolo millimetrico, la geometria di precisione, l’equilibrio che è natura della politica, come si conviene a ogni struttura di potere solido e radicato, che amministra il consenso e l’autorità, il denaro e la spesa pubblica, il governo e il sottogoverno. E infatti la Lega e Forza Italia, nei vent’anni dell’Olimpo del nord, si sono sempre mosse in una complessa sofistica contrattuale, con sapiente distribuzione di ruoli drammatici e di scena da consegnare ai resoconti giornalistici, una struttura tra il rozzo e il casalingo, sì, ma sempre illuminata dal riverbero dorato del grande consenso elettorale, del denaro, di una certa intelligenza pratica, e soprattutto del potere: non solo il pirotecnico Tremonti, dunque, ma pure l’assai schivo, e poi molto inquisito, sottosegretario Aldo Brancher, lui che fu arruolato direttamente dalla Fininvest per marciare tra devoluzione e federalismo fiscale, tra le baruffe del nord e del sud, le resistenze centraliste e il sottogoverno statal-meridionalista di Pier Ferdinando Casini e di Gianfranco Fini, la coppia di cui Bossi diceva: “Noi quelli li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester”. Sembra passato un secolo, e Forza Italia e la Lega tornano insieme, pare, almeno alle regionali. Ma non c’è più Bossi e non c’è più Tremonti, neanche Berlusconi se la passa granché bene. C’è Salvini, con la felpa viva Putin, e una strana passione per la Corea del nord. Anche Bossi aveva la sua scapigliatura folcloristica, ma seppe farsi forza di governo, pur senza mai dismettere la canotta. Anche lui mostrava il dito medio, ma non lo considerava un punto d’arrivo.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.