Una famiglia di rifugiati siriani in un campo profughi a Erbil, in Iraq (foto AP)

Il prezzo del disimpegno

L'imbarazzo umanitario nella crisi siriana supera anche gli appelli dell'Onu

Paola Peduzzi

Mai chiesti tanti fondi per le emergenze umanitarie, per il 40 per cento servono a salvare i siriani. I convogli bloccati.

Milano. Staffan de Mistura, inviato speciale dell’Onu in Siria, dice che la crisi siriana è come “un ebola politico”, contagia e uccide, e non si trova il vaccino: 220 mila morti dal 2011, 3,2 milioni di rifugiati, 64 milioni di dollari spesi al mese, nel 2014, per garantire un dollaro al giorno ai siriani in difficoltà (difficoltà significa morire di fame, non soltanto per la ferocia conquistatrice dello Stato islamico, ma soprattutto per la strategia studiata a tavolino dal governo di Damasco, bombe più assedio, fino alla resa). Dal primo dicembre questo progetto tenuto in piedi dal World Food Programme è stato sospeso, per assenza di soldi: come ha spiegato Dexter Filkins sul New Yorker, “il programma è sotto l’egida dell’Onu, ma è finanziato interamente da donazioni volontarie”, così come avviene per molte altre agenzie che spesso devono interrompere gli aiuti umanitari quando finiscono i fondi. Grazie alla mobilitazione sui social media, sono stati raccolti soldi sufficienti per portare avanti il programma fino alla fine del 2014, ma per l’anno prossimo è ancora tutto da vedere. L’Onu ha chiesto due settimane fa 16,4 miliardi in donazioni per soddisfare i “bisogni umanitari” nel mondo per il 2015, il più grande appello nella storia delle Nazioni Unite: l’anno scorso la richiesta è stata di 12,9 miliardi di dollari (e non è bastata: ancora si stanno ripagando i debiti umanitari del 2013). I fondi servono per aiutare 57,5 milioni di persone in 22 paesi, ma il 40 per cento delle risorse è necessario per aiutare soltanto i siriani: se si aggiungono gli iracheni, la metà dei fondi umanitari di tutto il mondo è destinata a risolvere il conflitto tra Siria e Iraq, contro lo Stato islamico e contro il regime di Bashar el Assad (il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato a metà dicembre il rinnovo dell’autorizzazione a operare in Siria senza l’approvazione del regime: questo significa che le forze del regime bloccano i convogli e fanno marcire il loro contenuto piuttosto che farli arrivare a destinazione).

 

Non c’è crisi umanitaria più grande di quella siriana, in termini di strazio e di risorse prosciugate, ma attorno alla parola “umanitario” s’è creato, in questi anni di molti calcoli e di poco umanitarismo, un grande imbarazzo.

 

Se dici “crisi umanitaria”, pensi: “Bisogna fare qualcosa”. Ma poi ecco l’imbarazzo. Gli aiuti, in termini finanziari, non sono sufficienti (le agenzie dell’Onu coinvolte chiedono soldi e una nuova architettura degli aiuti umanitari: così come sono organizzati, su base volontaria, non è garantita la sostenibilità di alcun progetto) e molto dipende dalla generale indifferenza rispetto alla questione siriana – e non solo, se si pensa a quel “pensa ai bambini italiani!” urlato nel nostro Parlamento nel giorno della strage di bambini pachistani, si capisce quanto i drammi umanitari siano lontani dalla coscienza dell’opinione pubblica occidentale.

 

[**Video_box_2**]L’imbarazzo diventa palpabile quando si parla di intervento umanitario – quello che prevede l’uso della forza e che, secondo la dottrina formulata negli anni Novanta, porta al regime change. Basta leggere il ritratto di Samantha Power scritto da Evan Osnos sul New Yorker. Il sottotesto è: può una donna come Power, denunciatrice in chief dell’indifferenza dell’occidente rispetto a stragi e genocidi, ora arruolata nell’Amministrazione Obama, riconciliare il suo interventismo in nome dei diritti umani con il “composite calculus” che guida la politica estera americana e di tutto l’occidente? La risposta è no. I calcoli hanno preso il sopravvento, la Power ha combattuto in varie sedi, anche a quattr’occhi con Barack Obama, le sue battaglie umanitarie, ha ricordato a diplomatici e a politici che “i siriani contano su di noi”. Ma poi ha anche ammesso che fare gli idealisti “da fuori”, quando non hai responsabilità di governo, è ben più semplice e chiaro di quanto sia farlo da dentro. Da idealista la Power è diventata, dice, più “una persona G. S. D.”, acronimo per “get shit done”, gente che deve far funzionare le cose (il copyright è di Susan Rice, consigliera per la Sicurezza di Obama nonché colei che disse “mai più” dopo l’indifferenza sul Ruanda). Questo non significa perdere lo slancio, “conoscere gli ostacoli e poi andare a dormire”, dice la Power, ma si combatte in altro modo. I siriani però oggi non contano più così tanto sull’America, e stare al governo è diventato un alibi per nascondere enormi quantità di imbarazzo.

 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi