Raffaele Fitto e Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Metti insieme Alfano e Casini, D'Alema e Fitto, e pensa al Quirinale

Salvatore Merlo

Sono di moda le storie fantastiche, i tripli patti mortali e segreti. Ecco il più gettonato: “Metti insieme Alfano e Casini, Fitto e D’Alema, e otterrai almeno centotrenta voti per l’elezione del presidente della Repubblica”.

Roma. Sono di moda le storie fantastiche, i tripli patti mortali e segreti. Ecco il più gettonato: “Metti insieme Alfano e Casini, Fitto e D’Alema, e otterrai almeno centotrenta voti per l’elezione del presidente della Repubblica”. E insomma c’è Romano Prodi, e c’è Giuliano Amato, c’è Walter Veltroni e c’è Anna Finocchiaro, c’è il Nazareno che forse scricchiola o forse no, e poi c’è soprattutto il grande patto tra il centro e il Tavoliere delle Puglie, la santa alleanza di Alfano e di Casini, di Fitto e di D’Alema, la banda dei quattro, legati da un torrido e smorzato parlarsi, da un mormorare sotterraneo e imprendibile che li descrive sempre al telefono, collegati, curiosi gli uni degli altri.

 

Così dicono che il vecchio Casini passi le giornate a fare su e giù tra le tappezzerie del suo studio, al primo piano di Montecitorio, a far di conto e a divorare barrette dietetiche, un morso e un’addizione: “Dieci voti ce li ha D’Alema, quaranta ce li ha Fitto, io e Angelino arriviamo a ottanta e forse più. 10+40+80=130”. E dunque somma i voti, capre e cavoli, come li sommava Andreotti nel ’92, alla viglia della sua più crudele sconfitta, quando, nel labirinto di specchi dell’elezione presidenziale, sventolava sotto gli occhi di Gerardo Bianco un foglietto su cui erano scritti i nomi “dei dieci comunisti che voteranno per me”.

 

Dice Francesco Paolo Sisto, che è deputato di Forza Italia, sì, ma è anche il migliore amico di Fitto: “Il presidente della Repubblica deve essere persona di altissimo profilo. Capace di rappresentare il ‘baricentro’ del paese”. E davvero nel passaparola di Palazzo la leggenda prende contorni che si fanno via via sempre più definiti, e dunque sembra quasi di vederli, D’Alema e Fitto, Casini e Alfano, i democristiani e i pugliesi, ciascuno con il suo conto da regolare, chi con Renzi e chi con Berlusconi, chi con entrambi, tutto un formicolare e un ribollire di passioni e magheggi a metà tra la destra e la sinistra, nell’ombelico del Parlamento, “nel mondo di mezzo in cui tutti si incontrano”, al centro, appunto, o meglio al “bari-centro” del paese. “Abbiamo i numeri”, dice per esempio Lorenzo Cesa, che è il socio di Casini. E si riferisce alla nuova Dc parlamentare, perché entro Natale nascerà il gruppo del grande centro, Area popolare, “Ncd e Udc, il Gal e i cattolici di Monti, più due grillini, tutti insieme, siamo almeno ottanta parlamentari”. Dunque sul serio tutti dicono che Alfano e Casini, Fitto e D’Alema, si organizzano e si parlano. Anche loro hanno buttato a mare la verosimiglianza: tutto può succedere, tutto si può pensare all’ombra dello scrutinio segreto per il Quirinale. E così, in questi giochi di destrezza e di parole, nei riflessi di mille specchietti allusivi, si stabiliscono delle relazioni, delle affinità tattiche, fioriscono leggende diaboliche sulle intenzioni di ciascuno, e tutto si tiene.

 

[**Video_box_2**]Il personaggio di D’Alema, si sa, è perpetua invenzione e creazione di se stesso: adesso cerca un riscatto su Renzi, ed è la rivincita il tessuto della sua esistenza, la trama delle sue soddisfazioni, la polpa delle sue aspirazioni. Cerca la vendetta sul bullo che lo ha pensionato, almeno quanto Fitto e Alfano e Casini sono invece alla ricerca di un presidente della Repubblica che non sciolga le Camere al semplice schioccar di dita fiorentine. Volano perciò i patti segreti, le mille strategie, le promesse contorte, e ciascuno ha la sua partita da giocare e da rivendicare persino: “Non ci si fila nessuno, saremo anche poco fighi, poco ‘cool’, ma siamo in tanti, e si vedrà che ci siamo al momento opportuno”, soffia Fabrizio Cicchitto, che è una specie di grillo parlante fisso nell’orecchio di Alfano. E insomma, intorno ai destini del Quirinale, c’è già un romanzo d’avventura, vero, falso o verosimile, dove la densità profonda della vita in Parlamento è la solita vecchia pozza delle trame occulte. Buona lettura.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.