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Scomandamenti

In un fantastico monologo di vent’anni fa, Roberto Benigni faceva Dio che si arrabbiava con Mosè e con Pietro per come avevano scritto i Dieci Comandamenti (lui ne aveva dettati nove): “Dieci: non desiderare la donna d’altri? Ma avete qualche problema con le donne? Ma che razza di comandamento è?

16 Dicembre 2014 alle 06:30

Scomandamenti

Roberto Benigni (foto LaPresse)

In un fantastico monologo di vent’anni fa, Roberto Benigni faceva Dio che si arrabbiava con Mosè e con Pietro per come avevano scritto i Dieci Comandamenti (lui ne aveva dettati nove): “Dieci: non desiderare la donna d’altri? Ma avete qualche problema con le donne? Ma che razza di comandamento è? E’ come fare un comandamento solo per una categoria, solo per gli elettricisti: non rubare le lampadine da cento watt. Qui avete fatto un casino”. Dio/Benigni si infuriava, diceva che a leggere la Bibbia c’era da diventare buddisti, che Mosè era sordo e non aveva capito niente, e intanto Noè era pieno di acciacchi per via del diluvio e per aver dovuto controllare il sesso dei bisonti e delle formiche, e perché sull’arca “trombavano tutti” tranne lui, che camminava tutto il tempo rasente la nave. Non era una lezione dall’alto, anche se c’era moltissimo da imparare, era un divertimento, e la Bibbia era “quel best seller” pasticciato dai santi, a Dio scappavano le parolacce contro Eva: ne venivano fuori un’umanità e perfino una divinità alla nostra altezza, così così ma sorprendente (nel 1983, in “TuttoBenigni”, trentadue anni fa, Benigni era capellone e irriverente e diceva a Dio che i sette vizi capitali ce li aveva tutti e sette, perfino la lussuria perché “siamo tutti figli di Dio”, e anche l’ira, con tutte le scenate per una mela renetta, e l’avarizia, “perché sappiamo chi è il suo popolo eletto”).

 

Adesso che invece è tutto bellissimo, tutto meraviglioso (la Costituzione più bella del mondo, la Divina Commedia, l’inno di Mameli), adesso che ogni cosa come una freccia ci tocca il cuore nel profondo e ci chiede di stupirci assieme a Roberto Benigni e sentirci migliori e felici con i regali di Natale di migliaia di anni fa in prima serata su Rai Uno, l’idea del grande spettacolo che si misura con l’immensità è meno liberatoria, troppo infiocchettata. “Per la prima volta ci vengono date delle regole, regole così attuali da impressionare. Diventano legge i sentimenti, l’amore, la fedeltà, il futuro, il tempo”, ha spiegato Benigni esultante e contagioso, deciso a spiegarci l’anima e “la via per la felicità” con i modi da fanciullino saggio, e deciso anche a insegnarci, questa sera, con la seconda metà dei “Dieci Comandamenti”, che la corruzione è il punto più basso dell’umanità, e che “Non rubare” è l’insegnamento più attuale, che ci riguarda molto da vicino. “Siamo sbandati, non sappiamo dove andare, siamo in basso in basso in basso, con politici che si fanno comprare come un oggetto, non siamo più uomini, quando qualcuno compra un altro e la tua anima diventa l’anima di un ladro”. Leggendo i giornali, guardando quello che succede, non sembra quasi mai essere questo il punto più basso dell’umanità, e nemmeno il peggiore. Anche ragionando per assoluti, e conservando lo stupore per il mondo con addosso i panni di un bambino, sappiamo dire che la corruzione è un male, certo che lo è, e i ladri sono ladri, ma non è mai tutto uguale e limpido, e Abramo Lincoln dovette comprare parecchi senatori per riuscire ad abolire la schiavitù in America: fu un momento alto per l’umanità. Ci fu qualcuno disposto a farsi comprare, insomma, a disobbedire a: “Non rubare”, e il mondo, questo posto stupefacente, è diventato migliore, e chiede allora di essere guardato con occhi attenti, disposti a cogliere e abbracciare l’imprecisione, l’inciampo e il mistero dell’umanità, dentro le parole più essenziali della storia del mondo. Come quando Benigni diceva a Dio: si scherza, dài, non mandarmi un fulmine.

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