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La corruzione percepita e l’inganno della “cupola” di Transparency

Praticamente tutti gli organi d’informazione hanno riportato con titoli inequivocabili i risultati dell’annuale rapporto di Transparency International sulla corruzione percepita.

6 Dicembre 2014 alle 06:30

La corruzione percepita e l’inganno della “cupola” di Transparency

Milano. “L’Italia prima in Europa per corruzione”, “L’Italia è maglia nera in Ue per corruzione”, “Transparency, l’Italia è la più corrotta d’Europa”. Corriere, la Stampa, Ansa, non poteva mancare Marco Travaglio sul Fatto con il suo “Corruzione, siamo i primi”, praticamente tutti gli organi d’informazione hanno riportato con titoli inequivocabili i risultati dell’annuale rapporto di Transparency International sulla corruzione percepita. Il caso ha voluto che il rapporto della ong fondata a Berlino sia uscito in contemporanea con l’esplosione del bubbone romano, le intercettazioni, gli arresti e gli avvisi di garanzia dell’inchiesta sulla cosiddetta “Mafia capitale”. Lo studio ha consolidato la convinzione che anche Roma oltre “ar Cupolone” abbia la sua Cupoletta e l’inchiesta ha rafforzato l’idea che l’indice di Transparency dica la verità. In realtà, almeno per quanto riguarda la classifica della ong, si tratta di una bufala. L’equivoco è tutto nella parola “percepita”, che è nel nome dell’indice ma poi scompare da ogni titolo. L’indice infatti misura la percezione della corruzione soprattutto sulla base di domande fatte a uomini d’affari, esperti e analisti su quanto ritengono sia corrotto il tal paese. Si usa una metodologia del genere perché ovviamente, essendo illegale, non esiste un registro della corruzione che permetta di misurarla oggettivamente, ma proprio questa impossibilità pone seri dubbi sulla validità e sull’utilità dell’indice di Transparency. In un paese come l’Italia in cui negli anni siamo stati abituati a vedere bolle mediatico-giudiziarie sempre più grandi e poi finite nel nulla, la percezione può essere un tantino distorta. Uno studio che inizialmente serviva a scattare un’istantanea sulla corruzione ora mostra le sue pecche, forse proprio per la sua pubblicazione sottoforma di “classifica” che si presta a manipolazioni e semplificazioni. Alcuni di questi limiti erano stati evidenziati già quattro anni fa dall’Economist e poi da tanti altri giornali e diventano sempre più evidenti quanto più l’indice di Transparency diventa importante. Quando un indice del genere viene riconosciuto come autorevole a livello globale smette di essere uno strumento che misura la percezione e rischia di diventare una classifica che alimenta un pregiudizio: “L’Italia è il paese più corrotto d’Europa, lo dice Transparency International!”. In questo modo l’indice non è più capace di misurare una percezione, ma la crea: la percezione della corruzione aumenta a causa dei risultati dell’indice sulla corruzione percepita. Con questo non si vuole negare che in Italia esista la corruzione. Ce n’è tanta e soprattutto in quel sottobosco delle municipalizzate ora agli onori delle cronache che la Corte dei Conti ha definito tempo fa un “cancro”.

 

Ma che qualcosa non torni nell’indice di Transparency lo dice indirettamente proprio Transparency. Oltre all’indice di corruzione percepita, la ong pubblica anche il Barometro mondiale della corruzione, che è sempre un sondaggio, ma stavolta tra i cittadini. Nell’ultima rilevazione gli italiani ritengono di vivere in un paese molto corrotto, ma alla domanda specifica “Ti hanno mai chiesto di pagare una tangente?”, ha risposto “sì” solo il 5 per cento, stesso risultato del Regno Unito, meno di Svizzera (7), Stati Uniti (7) e Israele (12), tutti paesi in posizioni molto migliori nell’indice di corruzione percepita. Questo vuol dire che in Italia c’è meno corruzione che in Svizzera e Stati Uniti? No, perché si tratta di un sondaggio. Proprio come quell’altro.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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