Matteo Renzi in conferenza stampa dopo il Cdm di venerdì (Foto Lapresse)

Fare i conti con l'Europa

Lavoro, spending, imprese. Serra ci spiega come si costruisce lo sblocca Renzi

Claudio Cerasa

I detti e i non detti in Cdm. I miliardi più importanti da recuperare. L’altra sfida ai sindacati. Le nostre 35 ore.

Roma. Dietro i fuochi di artificio offerti da Renzi alla fine del Consiglio dei ministri di ieri – al termine di una giornata non facile per il governo, che ha dovuto ancora una volta fare i conti con dati economici inversamente proporzionali al numero di stelle filanti fatte brillare in Cdm (disoccupazione che sale, 12,6 per cento, 0,3 punti percentuali in più su giugno, 0,5 punti su base annua; recessione che viene confermata; deflazione che viene certificata, non accadeva dal 1959 in Italia; e un pil che secondo il presidente di Confindustria anche quest’anno sarà ampiamente sotto lo zero) – l’impressione è che pur essendo presenti nel programma dei mille giorni alcuni spunti coraggiosi la riforma più urgente con cui dovrà fare i conti la banda della Leopolda riguarda un provvedimento atteso anche in Europa che potremmo sintetizzare utilizzando un’espressione provocatoria: più che lo sblocca Italia, diciamo lo sblocca Renzi. I segnali offerti ieri in Consiglio dei ministri ci dicono che il tasso di riformismo presente nelle riforme di Renzi – seppure sia composto al 75 per cento di promesse su ciò che verrà fatto domani e al 25 per cento di cose effettivamente approvate in Cdm – è ancora buono e anche sulla riforma della giustizia le parole del premier sono apparse tutto sommato convincenti (anche se il grosso è stato ancora una volta rinviato).

 

Ma al di là della pirotecnica giornata di ieri – da archiviare anche questa sotto la categoria delle performance da “a me gli occhi” – gli elementi che nei prossimi mesi ci porteranno a capire a che punto sarà il percorso dello “sblocca Renzi” riguardano due temi particolari che costituiscono il cuore del confronto portato avanti dal presidente del Consiglio con il presidente della Bce: senza un cambio di verso sul lavoro e sul taglio alla spesa pubblica, Renzi continuerà a essere visto in Europa come un riformatore con i pantaloncini corti e il gelato in mano. Davide Serra, imprenditore, finanziere, fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris, amico e finanziatore di Renzi, dice che Matteo si sta muovendo bene. Dice che il malato d’Europa è la Francia, e non l’Italia. E dice che all’esecutivo, per poter sbloccare il paese, serve governare anche prendendosi qualche rischio. Anche a costo di essere meno popolare di oggi. Chiediamo a Serra: Renzi ha promesso che arriverà a tagliare fino a 32 miliardi di spesa pubblica da qui al 2016. Dove dovrà mettere le mani il premier per essere credibile? “Passo indietro. L’Italia è un paese che ha famiglie e imprese indebitate meno di altre economie, ma ha uno stato con un debito record. Ormai siamo vicini al 135 per cento di debito sul pil. Per essere sostenibile dobbiamo nel tempo ridurlo al 100 per cento. Oggi l’Italia ha un surplus primario di 30 miliardi di euro e una spesa per interessi di circa 80 miliardi. La spesa pubblica ammonta a circa 680 miliardi, di cui 100 per aiuti alle aziende, 280 di pensioni, 120 per salari pubblici e 180 per beni e servizi. Ormai da lungo tempo, il debito pubblico aumenta a un ritmo di 50 miliardi ogni anno. Nessuna famiglia potrebbe vivere a lungo al di sopra dei propri mezzi, mentre il settore pubblico lo fa da quasi vent’anni. Un cittadino italiano in media accumula 1.000 euro di debito all’anno, a cui si somma il peso del debito pubblico che pro capite è di circa 35.000 euro. Un taglio alla spesa pubblica va fatto partendo dagli sprechi, che non possono più essere tollerati. Secondo diverse analisi, con l’ottimizzazione degli acquisti di beni e servizi, che oggi sono pari a circa 180 miliardi, si potrebbe ottenere un recupero di circa 15-20 miliardi”. Dunque, dice Serra, i conti sono semplici.

 

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“Lo stato – continua Serra – perde circa 50 miliardi all’anno. 32 miliardi sono un ottimo obiettivo, visto che nessuno ha mai ridotto la spesa pubblica, e la lotta all’evasione fatta con pagamenti digitali obbligatori dovrebbe aiutare. Lo sblocca Italia e una politica europea che punti alla crescita, e non si preoccupi solo dell’inflazione, nel giro di 2-3 anni dovrebbero portarci a essere in pareggio e far sì che non si perdano più soldi. Non dimentichiamo, poi, il buco dell’Inps, che salirà nei prossimi anni. Avere una disoccupazione giovanile al 44 per cento implica che i giovani non possano versare i contributi. E oggi i giovani senza lavoro non fanno figli e non possono pagare per le pensioni. Si tratta di una tassa ‘intragenerazionale’ che la politica dovrà affrontare. Le pensioni d’oro, in questo senso, andrebbero riviste per verificare se il metodo retributivo abbia fatto a molti un regalo insostenibile, o se invece quei pensionati hanno versato così tanti contributi da giustificarle”.

 

Serra sostiene che compito del governo debba essere anche quello di far cambiare verso non soltanto con i buoni propositi ma con i fatti anche al rapporto con il sindacato e offre questa riflessione. La prima riguarda il sindacato dei lavoratori, la seconda quello degli industriali. “I tabù più importanti che dovrà affrontare Renzi nei prossimi mesi sono questi. In primis è necessario combattere l’idea che i sindacati e i vecchi politici hanno del lavoro, e credo che il presidente del Consiglio gliel’abbia detto in modo chiaro e trasparente fin dal primo giorno. La mia generazione, che è anche quella del premier, sa che i sindacati e la vecchia classe politica, sia di destra sia di sinistra, hanno lottato per dare garanzie ai nostri padri, come la tutela del lavoro e le pensioni, che non erano però pagabili con i soldi di allora. Ma la mia è una generazione che sa quali sono le storture di questo sistema. Che conosce bene, per dire, i casi di vitalizi vari maturati con pochi anni di lavoro, stipendi d’oro di politici e di burocrati, giudici del lavoro che anche di fronte a evidenti casi di malafede forzano le aziende a riassumere persone, a spese di imprenditori e di tutti coloro che lavorano sodo ogni giorno per pagare per quelli che abusano di diritti, con un sopruso alla libera impresa. Ecco: se non sblocchiamo l’Italia dai problemi che ci siamo creati da soli, con le nostre mani, perché una generazione ha abusato di quelle future, non andremo da nessuna parte. Voglio dire: negli ultimi 30 anni, il debito è passato dal 35 per cento al 135. Oggi per pagare questi debiti dobbiamo tassare il lavoro e le aziende più di tutti in Europa e nel mondo intero, e così le aziende chiudono e gli imprenditori vanno altrove. L’unico modo per creare nuovi posti di lavoro è tornare a essere competitivi. Ciò significa produrre a costi sostenibili e con un livello di qualità superiore ad altri paesi. E nei costi ci sono anche i contributi sociali. Pensiamo al caso Alitalia: dal 2008 ha perso più di un milione al giorno.

 

I sindacati hanno sempre rifiutato di abbassare i salari o aumentare le ore di lavoro. Ma se British Airways ti batte sulle rotte intercontinentali, EasyJet in Europa, il treno per convenienza tra Roma e Milano, vorrai fare qualcosa o preferisci far saltare l’azienda e ogni anno creare 300 milioni di debito per tutti gli italiani?”. Un discorso analogo, dice Serra, riguarda gli imprenditori. “A proposito di spending review. Sappiamo tutti che il peso della burocrazia è insostenibile, che assorbe risorse finanziarie e tempo prezioso di chi vuole fare impresa in Italia, che ci sono troppi enti con funzioni che si sovrappongono, che i tempi della giustizia sono troppo lunghi e le retribuzioni nel settore pubblico vanno riviste. Ma ciò che spesso viene dimenticato riguarda un altro tema: i 100 miliardi di aiuti statali alle imprese che in alcuni casi hanno creato una distorsione della concorrenza, oltre a situazioni di ingerenza della politica con i relativi rischi. Bisogna partire da qui per rivedere la spesa pubblica e seguendo questi criteri mi sembra che ci siano tutti i presupposti per un taglio per circa 10-15 miliardi nell’arco dei prossimi 2-3 anni – e così tra l’altro non si toccherebbero neppure i 280 miliardi di spesa per le pensioni. Sulla classe imprenditoriale italiana degli ultimi 30 anni – aggiunge – il ragionamento da fare è che si divide tra imprenditori veri, globali, che hanno creato aziende che esportano e nulla devono alla politica (Ferrero, Luxottica, Techint per intenderci) e chi invece si è chiuso sul mercato nazionale, ha cercato di ‘comprare’ a sconto una situazione di monopolio/oligopolio dallo stato corrompendo il politico, il burocrate o l’autorità di controllo di turno. I primi sono quelli che devono guidare Confindustria con una filosofia vincente e sana. Gli altri devono mettersi a lavorare seriamente, avendo dimenticato cosa significa essere un buon imprenditore”.

 

E Draghi? Serra sostiene che Renzi sa bene che il ragionamento della Bce non fa una piega e che “l’Italia deve fare le riforme e dimostrare più serietà di tanti altri. “Se lo faremo, Draghi e la Merkel ci vedranno come un paese affidabile e in un futuro prossimo saranno disponibili a fare più politiche di crescita. In Europa, in fondo, ci sono bond per infrastrutture già negoziati per 300 miliardi di euro”. E la Francia? In Italia arriva qualche lezione dal caso Valls? “Nessuna. Renzi è pragmatico, appartiene a una generazione diversa. Hollande ha fatto lo struzzo politico, ha continuato a parlare come se fosse un disco in vinile nell’epoca dell’iPhone. La realtà dei numeri lo ha messo in difficoltà. Così ha cambiato premier, scegliendone uno simile a Renzi, ha nominato un ministro delle Finanze, Macron, persino più giovane di Renzi, un ex banchiere, che ha definito populistica la tassa del 75 per cento di Hollande e che, come è ovvio, ritiene che obbligare a lavorare non più di 35 ore sia insensato. Se un’azienda ha più lavoro, che male c’è nell’arrivare a 40 ore? Perché irrigidire il mercato del lavoro, quando si compete a livello globale? Nessuno ne beneficia”. E il discorso sul lavoro non vale solo per la Francia. Vale – ricorda Serra – anche per noi.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.