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“Chiamate la levatrice”, inno pro life

La serie tv nata da un libro autobiografico mette in scena il più grande spettacolo del mondo: la nascita di una nuova vita. Protagoniste, le giovani levatrici nella Londra anni 50. Altro che “Sex and the City”.

20 Agosto 2014 alle 16:37

“Chiamate la levatrice”, inno pro life

Una scena del film "Call the Midwife"

Altro che “Sex and the City”. Il mistero del parto e del travaglio, le spinte, la placenta, e la vita che nasce, sono al centro della serie tv britannica “Call the Midwife”. Una novità assoluta che spiazza e conquista. L’accouchement è spasimo di corpi di donne inarcati, pance tese e testoline che spuntano tra le cosce sempre con straordinaria, misteriosa dolcezza. Il trionfo del “pro life”.
Per la Samantha di “Sex and the City”, “se sei single il mondo è il tuo buffet personale”. Per le levatrici della serie tv, prodotta dalla Bbc e in onda in Italia su Retequattro, il mondo è una mensa dove distribuire un buffet di assistenza e amore. Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha vanno a caccia di amori. Le levatrici di “Call the Midwife”, con la tonaca delle suore o con la divisa azzurra delle infermiere, si occupano di quel che nasce dall’amore. Lo seguono nella gravidanza, senza pudori, sporcandosi le mani con sangue e placenta, lavandolo e consegnandolo all’abbraccio della madre. Aiutano prostitute, operaie alla quinta gravidanza tentate dalla mammana, giovani tossicomani innamorate del loro pusher. Sono prese dal panico davanti a una vagina devastata dalla sifilide, ma si fanno forza, si lavano le mani, curano e regalano un sorriso alla vittima di un marito disgraziato. A insegnare l’arte dell’ostetricia sono le suore infermiere del convento anglicano di Nonnatus House: auscultano pance, sorvegliano il travaglio, controllano la dilatazione dell’utero, risolvono emorragie e insegnano ad allattare, intrecciando consigli e sorrisi.

 

“Call the Midwife” mette in scena il più grande spettacolo dell’umanità: la nascita di una nuova vita. Il palcoscenico è l’Inghilterra laburista degli anni Cinquanta che, finito il tempo del “burro e cannoni”, inventa un nuovo welfare e il Servizio sanitario nazionale a domicilio, diffonde le radiografie e cura la tisi. L’azione si svolge a Londra, nei Docklands, l’agglomerato più povero della zona est della capitale britannica, nel quartiere di Poplar. La voce narrante – nell’originale Vanessa Redgrave – è quella di Jenny Lee. Una giovane ostetrica figlia della upper class che dopo una delusione d’amore con un uomo sposato, sale in sella alla bicicletta e corre ad assistere donne che conoscono solo miseria e gravidanze, spesso indesiderate. Assieme a Jenny ci sono Trixie, Cynthia e Chummy. E le suore infermiere: la smemorata sorella Monica Joan, la tenera sorella Julienne, la burbera sorella Evangelina e la giovane sorella Bernadette. Amanti inesperti, o disoccupati maneschi e fedifraghi, gli uomini sono comprimari ai margini dell’intreccio. La lingua ha sempre riservato alle donne l’origine della vita. “Midwife”, dall’inglese arcaico “mit wyf”, significa “colei che sta con la moglie”. Un’empatia tra femmine che ha la profondità dei millenni.

 

La serie, prodotta dalla Neal Street di Sam Mendes, è campione d’ascolti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, è distribuita in duecento paesi e in Italia ha debuttato il 6 luglio. Formalmente elegante e raffinato, fotografia sontuosa, scenografi e costumisti da grande cinema, “Call the Midwife” propone intrecci che fanno ombra al “Dr. House” e a “Grey’s anatomy”. Per le allieve infermiere di Nonnatus House non ci sono solo pance e allattamenti: intrecciano amicizie, vanno a ballare, si innamorano. Le loro pazienti tradiscono e vengono tradite, perdonano e vengono perdonate. Come la signora Lawson che, madre di due bambini e sposata in seconde nozze con un uomo anziano e senza figli, pur essendo a pochi giorni dal terzo parto, si rifiuta di mettere al mondo il figlio. Sa che sarà nero, e suo marito è bianco. Il frutto del peccato nasce scuro come l’ebano, ma il marito, desideroso di un figlio, ne sarà comunque padre orgoglioso. Niente male, per l’Inghilterra degli anni Cinquanta.

 

Nella trincea della vita, Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha, si fronteggiano a colpi di happy hour, ma le levatrici in bicicletta di “Call the Midwife” vincono la morte. Senza tacco dodici, senza aperitivi e senza rimpianti, tra lavoro duro e casi drammatici, sempre con coraggio, determinazione e generosità, dimostrano di conoscere la ricetta, le dosi e gli ingredienti della cucina della vita. “Perché ho scelto di fare l’infermiera? Cos’è stato? Un cuore infranto, certamente, il bisogno di fuggire, la sfida, l’uniforme sexy con polsini e colletto, la vita stretta e la cuffia sbarazzina. Ma erano delle ragioni autentiche? Non saprei dirlo. Quanto all’uniforme sexy ci sarebbe da ridere, penso a me mentre pedalo nella pioggia con il mio impermeabile blu marina, il cappuccio premuto giù sulla testa. Molto sexy, davvero…”, scrive Jennifer Worth nel libro autobiografico “Chiamate la levatrice” (in Italia edito da Sellerio), da cui è tratta la serie.

 

La solidarietà sa trovare la strada. Mentre due coppie a Roma si litigano i gemellini del Pertini, “Call the Midwife” ci aiuta a riflettere sulla vita che nasce e sa farsi largo comunque.

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