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Carogne d’élite

Gli intellettuali dei miei stivali sono diventati opinionisti dei miei sneakers. Craxi, Cav., Renzi: la stessa canzoncina.

6 Agosto 2014 alle 06:30

Carogne d’élite

Il premier Matteo Renzi (Foto Lapresse)

L’incarognimento delle élite è un altro raccordo che lega Craxi, Berlusconi e il giovane Renzi. I primi due li hanno odiati e combattuti senza esclusione di colpi bassi, questo lo detestano e lo ostacolano senza risparmio di energie. Le élite in Italia non esistono. Un loro profeta scrisse di aver votato Grillo, in un indimenticabile editoriale del Corriere della Sera, il giorno dopo (dico, dopo) la spettacolare ed effimera affermazione del comico militante nelle elezioni politiche: e rivendicò la legittimità della protesta becera, del vaffanculo anticasta e di mille altre sconcezze. La motivazione, effettiva e anche spesso ingenuamente confessata tra le righe, è sempre la stessa: questi non ci danno quel che ci serve, e allora noi li bastoniamo. I governi passano, i giornali restano (e a fargli compagnia ci sono sempre nugoli di costituzionalisti, di scrittori in fregola combattente, di attori e starlet della compagnia di giro dei rispettabili, qualche prete furbo, una massa di ruffiani travestiti da contropoteristi). Quel che serve non è un paese migliore, una patria magari, una dignità politica e istituzionale, una sequela di riforme di cui si discute invano da trentacinque anni mentre il paese si addormenta nella pigrizia e nella sfiducia, anzi, la patria perduta è solo il travestimento ideologico del vero, quel che serve è una rete di interessi corporativi combinati, che non esclude patti trasversali e inconfessabili doppi, tripli giochi, sempre nascosti dietro la fiera denuncia dei patti col demonio stipulati dagli avversari del momento.

 

I ceti medi riflessivi firmano petizioni a ripetizione, fanno adunanze prive di saggezza, titillano per il verso giusto le inclinazioni della marmaglia, si dispongono in batteria ma sanno anche dislocarsi su più fronti: uno fa il manettaro e riscrive la storia della Repubblica come gli pare, altri fanno i soloni, quelli più sbarazzini fanno i gufi e i rosiconi (perfetta definizione di Renzi), qualcuno si immagina liberale tutto d’un pezzo. Ma non sono élite, sono il partito dei corrivi, dei piagnoni, sono conservatori meschini e attaccaticci, titillano il peggio dell’opinione per essere unti dalle idee correnti che corrono sulle gambe possenti degli atleti del carrierismo. Renzi magari sbaglierà molte cose, e si comporterà malamente in molti campi, come è successo ai predecessori nella sequenza dei poteri non riducibili allo spirito manovriero dei ceti riflessivi, delle loro radio, televisioni, università, giornali e libri che attaccarono il taglio della scala mobile come “decreto della discordia” e il taglio dell’articolo 18 come irrilevante per l’impresa; ma Renzi istintivo ha avuto ragione, ed è una spia molto interessante della situazione che si è creata quanto ha detto alla Repubblica di Ezio Mauro, quando ha attaccato gli indovini e i detrattori opinionisti incapaci di sentimento pudico in ordine alle loro responsabilità nella deriva inerziale di questo paese. Era già successo, gli stivali, gli intellettuali dei miei stivali, erano già stati tirati in ballo a suo tempo, e giustamente, e ora è il turno degli opinionisti dei miei sneakers.

 

Enrico Letta gli andava bene. Non faceva alcunché e preparava ricchi piatti vagamente di sapore europeo per tutti. Non sapeva parlare ai cittadini, manovrava maldestramente con Alfano, campione della destra europea del futuro (firmato Scalfari), lasciava sempre porte aperte per tutti i giochi possibili. Come si vede dai risultati, l’establishment italiano di mezza tacca (l’unico che ci sia) adora le mezze misure, i vuoti travestiti da pieni, le iniziative impomatate e nulliste, detesta chiunque si provi a dare un calcio al pallone, magari in direzione della porta. Ce le meritiamo, queste élite.

 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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