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Il Cav. e i veri caimani che un dio ha accecato fino al ridicolo

L’accanimento è diventato fissazione, e la fissazione, come dice il mio amico Sottile, è peggio della malattia. La faccenda di Berlusconi è sempre più chiara: non è una vittima, non è uno qualunque in pasto ai cani, ha troppi soldi e troppi avvocati e troppo sense of humour per aspirare al ruolo.

3 Agosto 2014 alle 10:41

Il Cav. e i veri caimani che un dio ha accecato fino al ridicolo

Silvio Berlusconi (foto LaPesse)

L’accanimento è diventato fissazione, e la fissazione, come dice il mio amico Sottile, è peggio della malattia. La faccenda di Berlusconi è sempre più chiara, ma un dio ha dementato coloro che vuol perdere. Il Cav. non è una vittima, non è uno qualunque in pasto ai cani, ha troppi soldi e troppi avvocati e troppo sense of humour per aspirare al ruolo. Non è nemmeno un Churchill, e lui lo sa, è troppo legato alla dimensione privata, milanese e lombarda, per gareggiare con una figura della parabola imperiale dell’aristocrazia britannica, eppoi la storia nostra di questo tempo è nostra, è più piccola per tutti. Ma anche il più stupido, anche il più prevenuto, anche il più incline a peccare di gola, di interesse privato in atti di informazione, ha capito come stanno le cose, in cuor suo.

 

Non è una vittima, ma è stato perseguito in giustizia con furia e passione e pregiudizio per vent’anni, da quando entrò in politica, per ragioni politiche e culturali o antropologiche. E’ stato selezionato, messo fuori dal gruppo, e battuto, processo dopo processo fino a quella che sembrò una vittoria o bastonatura finale, la famosa condanna definitiva pronunciata dalla sezione feriale della Cassazione in tutta fretta, e intitolata al giudice Esposito addirittura, e si rivela una mezza sconfitta già da ora. Se questo è vero o verosimile, ed è comunque ciò che appare non solo in virtù dell’assoluzione nel tragicomico processo Ruby, il più grave incidente della magistratura militante dai tempi dell’assoluzione di Andreotti, poi gabellata per condanna (non si è mai vista una condanna senza conseguenze per il condannato), la conclusione è obbligata. Anche senza voler usare parole grosse, è più vero che Berlusconi è stato perseguitato per vent’anni di quanto non sia vero che è un delinquente (il giudizio sui suoi errori, sulle sue leggerezze, sul suo status di imprenditore nell’Italia dei casini borderline, quello è libero per tutti ma non è un giudizio di rilevanza penale e in genere un tale verdetto viene pronunciato dagli elettori e poi dagli storici, non dalle corti).

 

Seconda questione. Anche gli scemi e i perfidi devono riconoscere in cuor loro che di Berlusconi si era detto, sceneggiando il racconto del Caimano: sarà condannato e metterà l’Italia a ferro e fuoco. Detto mille volte e girato anche al cinema. Ora un Nanni Moretti, se non voglia essere preso per un quaquaraqua, dovrebbe riconoscere di avere sbagliato, di essere incorso in una rappresentazione retorica dell’Arcinemico del tutto grottesca, ma non per lo stile, per il contenuto. La democrazia non fu mai in pericolo, non c’erano Caimani con mascelle di ferro pronti ad azzannare le istituzioni e la libertà. E il fatto, che riguarda quasi tutti i giornalisti italiani, gli scrittori imbelli dell’Italia che piace, i cazzoni di Raitre e altri ridicoli calunniatori, è ormai così pacifico che a negarlo si mostra, appunto, un accanimento diventato fissazione e alla fine degenerato in grave malattia.

 

Sappiamo in verità che Berlusconi si è dimesso responsabilmente, se non liberamente o spontaneamente, ha avallato l’esperimento Monti, ha rieletto Napolitano dopo le elezioni, ha appoggiato perfino un Enrico Letta, una specie di vendicativo e ingrugnito Prodi senza il minimo charme e senza alcuna competenza politica, per dare stabilità al paese in cui giravano liberi i cani feroci che lo azzannavano, e alla fine ha compiuto e sta compiendo atti politici che fanno scoppiare il cuore e il cervello dei nemici della democrazia italiana, quelli veri, tosti, inorgogliti, incarogniti. E’ all’opposizione ma dà il suo assenso al governo possibile del paese, sostenendo Renzi e il suo esecutivo nelle riforme istituzionali; paga anche pegno elettorale ma si identifica fino a un certo punto con la rivoluzione generazionale in atto e con il nuovo corso riformista, anticlassista e anticorporativo, della politica a sinistra, e fa tutto questo tra una visita e l’altra, mite e ipercorretta e anche ironica, a Cesano Boscone. Non è il comportamento di un uomo di stato, incappato in un’avventurosa inimicizia ma capace per oltre due decenni di fronteggiarla con tenacia e alla fine dei conti senza strafare?

 

Ecco. Dovrebbero ammettere tutto questo, perché la politica e la vita civile in Italia riacquistasse un minimo di credibilità, gli stessi che invece s’inventano il delinquente che tratta sottobanco, che rimugina il desiderio di vendetta, che pensa solo alle sue aziende, che resta sempre – deve restare pena la sconfessione dell’orda famelica dei suoi aggressori – un soggetto completamente anomalo, un pericolo e un’insidia antidemocratica, un animale dentato pronto a divorarci tutti come prede. Nei titoli di Repubblica, nelle intemerate dei travaglisti, nelle coglionate di Grillo & Casaleggio, nelle narrazioni dello stordito Vendola, negli articoli del professor Asor Rosa, nelle inquietudini antirenziane degli ex terzisti, in tutto questo permane quell’equivoco che non dirò poco liberale, sarebbe un complimento, ma del tutto insensato, invece, e rivelatore: questo sì. Quand’è che uno, dico uno, uno solo, avrà il coraggio, tra i mammasantissima di quell’infelice Italietta tracotante, di dire la verità e riconoscere il dovuto a tutti noi, a questi vent’anni?

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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