L'Arcivescovo di Angelo Scola (foto LaPresse)

Ora i vescovi d'Europa alzano la voce contro la “feroce persecuzione”

Matteo Matzuzzi

Dopo i cardinali arcivescovi di Lione e Vienna, Philippe Barbarin e Christoph Schönborn, sull’esodo dei cristiani da Mosul, cacciati dalle proprie case dagli sgherri del califfo al Baghdadi, a prendere posizione è Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

“Questa persecuzione, più feroce di quella subita dai cristiani nell’epoca apostolica, deve provocare e scuotere tutti noi che a Milano, in Italia e in occidente crediamo troppo tiepidamente e siamo poco coraggiosi nell’impegnare la vita seriamente sul Vangelo, pagando almeno quel minimo prezzo necessario per vivere la fede con coerenza”. Dopo i cardinali arcivescovi di Lione e Vienna, Philippe Barbarin e Christoph Schönborn, sull’esodo dei cristiani da Mosul, cacciati dalle proprie case dagli sgherri del califfo al Baghdadi, a prendere posizione è Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

 

Parla di “un calvario passato sotto silenzio”, il cardinale, che esprime “il dolore e la preoccupazione per le condizioni di violenza cui sono sottoposti i cristiani che vivono a pochi chilometri da noi, appena al di là del Mediterraneo, nell’indifferenza pressoché generale. In troppi paesi del mondo – si legge nella nota diffusa ieri dalla curia arcivescovile – professare la fede in Gesù Cristo significa mettere a repentaglio la vita, quella della propria famiglia e condannarsi a essere considerati cittadini di rango inferiore”. Necessario, dunque, che “ciascuno si impegni nell’aiuto concreto per i loro bisogni e alzi la propria voce presso le Istituzioni deputate affinché facciano quanto è in loro potere per intervenire a porre fine al calvario che da troppo tempo i cristiani stanno vivendo nella regione mediterranea”. E la mobilitazione arriva fino nella laica e secolarizzata Scandinavia: il vescovo di Stoccolma, Anders Arborellius ha deciso di aprire ininterrottamente per tredici ore la chiesa di Sant’Eugenia a Stoccolma per una veglia di preghiera dedicata ai cristiani del vicino e medio oriente.

 

“Oltre alla preghiera, è fondamentale dimostrare solidarietà e sostegno attraverso progetti di servizio e sollecitare l’opinione pubblica a cercare di influenzare chi detiene il potere perché si impegni per i cristiani perseguitati”, ha spiegato secondo quanto riportato dall’agenzia Servizio informazione religiosa (Sir). Anche la chiesa finlandese si è attivata, con le parrocchie invitate a organizzare adorazioni eucaristiche per ricordare le vittime delle guerre. “Profondamente colpiti e inorriditi dall’espulsione barbara delle minoranze religiose dall’Iraq” si sono detti ieri anche i vescovi svizzeri.

 

Il Vaticano, nel frattempo, ha messo in campo i suoi (potenti) strumenti diplomatici, coordinati dal segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin, e dal segretario per i Rapporti con gli stati, mons. Dominique Mamberti. Alle ambasciate accreditate presso la Santa Sede è stata inviata una lunga “nota verbale” in cui si ricapitolano tutti i più recenti interventi del Papa sulle crisi in atto nel vicino e medio oriente, Iraq in testa. L’obiettivo, ha aggiunto alla Radio Vaticana mons. Mamberti, è che gli ambasciatori facciano presente ai rispettivi governi la posizione di Francesco e della Santa Sede, con l’auspicio che “la comunità internazionale prenda a cuore la questione, giacché sono in gioco princìpi fondamentali per la dignità umana, il rispetto dei diritti di ogni persona, per una convivenza pacifica e armoniosa delle persone e dei popoli”. Per la prima volta, ha ricordato il diplomatico vaticano, “a Mosul non si è potuta celebrare la santa messa la domenica” e solo in quella città “circa trenta chiese e monasteri sono stati occupati e danneggiati dagli estremisti, e la croce è stata tolta”.

 

Molto meno diplomatico s’è mostrato il patriarca siro-ortodosso del Libano, George Saliba, intervenuto sulle frequenze d’una radio locale: “Ciò che sta accadendo in Iraq è una cosa strana, ma è normale per i musulmani, visto che essi non hanno mai trattato bene i cristiani. Hanno sempre tenuto un comportamento offensivo e infamante contro i cristiani”. “Noi siamo abituati a vivere e coesistere con i musulmani, ma loro hanno mostrato i canini. Sono nemici di Cristo. L’islam non è mai cambiato, i musulmani sono stati abituati a trattare male i cristiani. Non siamo sorpresi dai loro comportamenti, eppure riponiamo le nostre speranze su quei fratelli musulmani che non condividono tali atteggiamenti, benché siano una minoranza”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.