cerca

Se essere “De-generazione Erasmus” (anche per finta) fa fine in politica

Ecco, s’avanza il nuovo minaccioso luogo comune – la solita paraculata per dir tutto senza dir niente, l’afflato continentale, l’affratellamento sapienziale. E’ “la generazione Erasmus”.

2 Luglio 2014 alle 06:30

Se essere “De-generazione Erasmus” (anche per finta) fa fine in politica

Foto La Presse

Ecco, s’avanza il nuovo minaccioso luogo comune – la solita paraculata per dir tutto senza dir niente, l’afflato continentale, l’affratellamento sapienziale. E’ “la generazione Erasmus” – e non c’è politico benintenzionato, trasvolatore come neanche Lindbergh oppure rurale che non ha mai varcato la cinta daziaria della sua città, che sappia di mondo o che sappia solo di tappo, che a un certo punto non la tiri fuori, “la generazione Erasmus”: a unzione, a consacrazione, a definitiva comprensione del globo qual è. Giusto l’altro giorno Matteo Renzi: “Noi che siamo la generazione Erasmus…”. E tale e quale l’aveva detto, a febbraio, quando prese la fiducia alla Camera: “Noi che siamo la generazione Erasmus…”. E giusto giusto l’anno scorso il suo predecessore Enrico Letta, con maggior caratura linguistica evocava “l’Erasmus Generation” – così che per i viottoli europei fu poi spedito a vagare – e non c’era momento oppure occasione che non evocasse che “fin dall’inizio del mio mandato di presidente del Consiglio ho sottolineato l’importanza dell’Erasmus”, che “oggi più che mai abbiamo bisogno dell’Erasmus”, che “Erasmus è il simbolo di un’Europa di successo”, e “quanti muri siamo riusciti ad abbattere, in questi anni, grazie all’Erasmus!”, cribbio!, e oplà, l’evocazione finale, i “ragazzi dell’Erasmus” – eroici e quasi medagliati come quei poveracci dei “ragazzi del ’99” (purtroppo coglionati a Caporetto). Figurarsi se vedere il mondo non serve, se mai si possa sottovalutare il bene e l’utilità di infilarti un lituano per casa o piazzarti presso una famiglia finlandese (ma sono possibile pure incroci con i turchi) – e l’innegabile suggestione del combinato disposto viaggio/studio/canne/zaino/movida/scopata. Questo no. Questo mai. Sarebbe eresia. Sarebbe sciocchezza. E’ transumanza continentale del sapere e della conoscenza, quella che “la generazione dell’Erasmus” intraprende, mica transumanza di locale pastorizia. Però, ecco, magari si comincia a esagerare. Pure il politico più scarso, pure l’ignoto consigliere provinciale ormai ha “la generazione Erasmus” incorporata, caposaldo di ogni dichiarazione, pubblico proponimento, corretta evocazione che se l’applauso non strappa, almeno dai fischi dovrebbe preservare. Certo, non si tratta né di affidarsi (seppure) alla saggezza di Pascal, “tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”, né di rimettersi al saggio ammonimento (seppure) di Alberto Sordi, “ma non ce l’hai una casa? E vattene a casa!”, ché si sa, l’orizzonte più è vasto e meglio è. Ma smanettato di continuo come fresco alibi di future redenzioni, questa faccenda della “generazione Erasmus” rischia di precipitare nella noia e nell’irritazione come fu per la semplice parola “Europa” per non dire dei giorni inneggianti al mito della parola “Euro”. Lo stesso, marcia lesto: e saggi di studiosi che analizzano il fenomeno, e romanzi di formazione che manco Ippolito Nievo (“Generazione Erasmus. E adesso cosa fai?” – bella domanda, autore: Davide Faraldi), pure film a caratura nostalgica, come “L’appartamento spagnolo”, persino spruzzate di cronaca nera (la povera Meredith a Perugia). E annuali adunate di centinaia di felici partecipanti, “General Annual Meeting”, con sfilata in centro e a Milano abbraccio finale al Duomo. Perciò, sempre evviva la generazione Erasmus – sia mai!, che come diceva l’Erasmo originale, “spesso anche un pazzo parla a proposito”, figurarsi un politico. Però, tra il dovuto e l’esagerato il passo è breve e il terreno scivoloso – “guardare all’Europa come fa la generazione Erasmus”, esorta temeraria la ministra della P. I., e a ben vedere… Sul Fatto (che definisce l’Erasmus “totem contro il vecchiume”) attaccano al solito Renzi, stavolta proprio con la storia della “generazione Erasmus” – dato che Matteo lo spaccone la invoca, “però l’Erasmus non l’ha mai fatto”: insomma, fa l’abusivo. Ma in fondo, muovendosi solo tra Pontassieve e il capoluogo e Maria De Filippi, con Lotti e senza il lituano, ce l’ha fatta lo stesso.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi