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Breve storia del letto matrimoniale e di uno sporco segreto: meglio soli

William Shakespeare scrisse nel suo testamento che lasciava ad Anne, la moglie, “il secondo miglior letto di casa”. Non fu un’offesa: i letti erano oggetti preziosi, come scrive Bill Bryson in “Breve storia della vita privata”.

13 Giugno 2014 alle 12:29

Breve storia del letto matrimoniale e di uno sporco segreto: meglio soli

William Shakespeare scrisse nel suo testamento che lasciava ad Anne, la moglie, “il secondo miglior letto di casa”. Non fu un’offesa: i letti erano oggetti preziosi, come scrive Bill Bryson in “Breve storia della vita privata” (Guanda) e quel secondo miglior letto era probabilmente il loro letto matrimoniale (il primo era quello degli ospiti, che spesso si teneva in soggiorno, perché tutti potessero vederlo). Si dormiva insieme, quindi, per matrimonio ma anche per economia, perché i buoni letti, magari a baldacchino, costavano molto, quanto una piccola casa, e ci si stringeva per amore, ma anche per riscaldamento, e per protezione dai ladri. I domestici ai piedi del letto, come cani da guardia, qualunque cosa stesse accadendo, nel frattempo, sopra il materasso, e nelle famiglie meno benestanti un solo letto doveva bastare per tutti, figli e zie comprese. Il sogno di un uomo era, [**Video_box_2**]quindi, un letto tutto per sé, dove non ricevere piedi e altro sulla faccia, dove distendersi a pelle d’orso e finalmente dormire (anche se, nei film del terrore, è sempre quando il marito si alza dal letto e lascia sola la moglie per controllare quello strano rumore, che il pazzo con la motosega compie la strage). La solitudine notturna era quindi un lusso, ma anche un rischio, e adesso è, per molti, scrive l’Atlantic, un sogno segreto, una perversione inconfessabile. Da soli, anche sul divano, anche su una sedia, si dorme molto meglio, si può leggere fino a tardissimo, i tappi per le orecchie non servono più, non si viene svegliati dagli incubi degli altri, non si ricevono calci, non si finisce sul bordo estremo del letto, o sul pavimento come un tempo i domestici, perché l’altro ha deciso di estrometterci, una gomitata alla volta. Ma scegliere di dormire separati, per una coppia, manda un messaggio sociale inaccettabile: non si amano più. Peggio, non si sfiorano (quando il marito va a dormire nello studio, perché russa troppo, la mattina la moglie rifà quel letto perfettamente, e lascia invece disfatto il letto matrimoniale, in modo che la colf non sospetti mai l’orribile verità). Dormire insieme non mette al riparo dalle crisi matrimoniali: “Sdraiati a distanza di sicurezza i nostri corpi somigliavano a blocchi inespugnabili di marmo”, scrive Paolo Giordano ne “Il nero e l’argento”, ma l’idea che una coppia si separi per dormire, anche per ragioni che non c’entrano con il disamore, crea l’immagine del disastro. Dove vanno a finire le confidenze notturne, bisbigliate a luce spenta? E gli incastri affettuosi? E se arriva un pazzo con una motosega, è sempre meglio essere in due, per proteggersi. E due esseri umani in pigiama, sdraiati l’uno accanto all’altro, indifesi e spettinati, non possono essere tanto cattivi, qualunque cosa terribile si siano detti durante il giorno. Insomma, è meglio dormire peggio, ma farlo insieme. E allora perché ci impuntiamo, più o meno dal terzo giorno di vita, nell’insegnare ai nostri figli a dormire da soli, nella loro stanza, dall’altra parte della casa e con la porta chiusa? Loro da soli, ad aspettare la strega cattiva, e noi insieme, con i tappi nelle orecchie.

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