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Speciale online 15:04

Via da Google. La Corte Europea sancisce il "diritto all'oblio"

I cittadini europei hanno il diritto di richiedere ai motori di ricerca l'eliminazione delle pagine nelle quali appaiono "contenuti non più rilevanti" che li riguardano. E' quanto emerge da una sentenza di ieri della Corte Europea. Secondo i giudici quindi "il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi". Sancito quindi il cosiddetto "diritto all'oblio" dei singoli cittadini nei confronti della "ricercabilità" su dati e accadimenti passati sulla propria persona.

13 Maggio 2014 alle 14:53

Via da Google. La Corte Europea sancisce il "diritto all'oblio"

I cittadini europei hanno il diritto di richiedere ai motori di ricerca l'eliminazione delle pagine nelle quali appaiono "contenuti non più rilevanti" che li riguardano, è quanto emerge da una sentenza di ieri della Corte Europea. Secondo i giudici quindi "il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi". Sancito quindi il cosiddetto "diritto all'oblio" dei singoli cittadini nei confronti della "ricercabilità" su dati e accadimenti passati sulla propria persona. La sentenza della Corte Ue ha così risposto ai giudici spagnoli, in merito alla causa intentata nel 2010 da Mario Costeja Gonzalez, un cittadino spagnolo, contro il quotidiano La Vanguardia, Google Spain e Google Inc. Il nucleo del problema era rappresentato dalla richiesta, non esaudita, di cancellazione di due pagine che riguardavano l'uomo. Il fatto che La Vanguardia riportava risaliva al 1998 e riguardava una vendita all’asta di immobili organizzata a seguito di un pignoramento effettuato per la riscossione coattiva di crediti previdenziali nei suoi confronti. Un errore passato che rimaneva ad imperitura memoria tra i risultati dei motori di ricerca.

Una sentenza questa che si inserisce all'interno di una lunga lotta cultural-giudiziaria iniziata dopo la prima grande espansione del traffico web nei primi anni 2000. In Italia, ad esempio, il diritto all'oblio è riconosciuto giuridicamente come "diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all'onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione". Nonostante questo però l'applicazione del diritto all'oblio al web rimane ancora farraginosa e di difficile applicazione, come nella quasi totalità dei paesi europei. La prossimità tra diritto alla privacy (e quindi all'oblio) e il diritto di stampa e di espressione ha infatti reso terreno minato qualsiasi tentativo di legiferazione.

La sentenza della Corte europea ora riaccende il dibattito. Google, detentore di oltre il 90 per cento delle ricerche online in Europa, ha immediatamente commentato: "Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi - continua la nota - che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’Advocate General della Corte di Giustizia Europea e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni". Sino ad ora infatti Google si era sempre difesa sostenendo che la rimozione di link dalle sue pagine fosse equivalente ad una censura nei confronti dei contenuti provenienti da altri siti. Una apologia decisamente debole considerando la non infallibilità dell'algoritmo del motore di ricerca e la sua non trasparenza nella gestione del posizionamento dei contenuti all'interno delle pagine.

[**Video_box_2**]La sentenza però non andrà a modificare quasi nulla, almeno nell'immediato. I casi per i quali si potrà sfruttare il diritto all'oblio dovranno infatti essere verificati uno a uno per sancire la rilevanza o meno dell'evento passato oggetto del contenuto web. La mancanza di una legislazione comunitaria in materia infatti rallenta la messa in pratica dei contenuti della sentenza Ue. L'ultimo tentativo di creazione di una norma in materia è stata proposta da Viviane Reding, Commissaria UE per la Giustizia e i Diritti fondamentali, il 25 gennaio 2012 e che dovrebbe essere trasformata in legge quadro europea nel 2015:  la proposta prevedeva una riforma globale per la tutela della privacy degli utenti sul web, che imporrà ai fornitori di servizi online l'obbligo di passare dalla regola dell’opt-out (i dati dell’utente, a meno di una sua esplicita richiesta, appartengono al fornitore) a quella dell’opt-in (i dati appartengono solo all’utente, è lui a decidere come usarli). Questo cambiamento dovrebbe permettere la possibilità della cancellazione dei dati personali su richiesta dei cittadini e una maggiore trasparenza e controllo di questi da parte degli utenti. Sino ad allora la sentenza servirà a ben poco. Il confronto continuerà come gli scontri dialettici tra favorevoli e scettici a priori.

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