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Quelli del no

Fanfani, Pasolini e storie cattoliche

Alle 6 di mattina del 1° dicembre 1970 la Camera dei deputati approva la legge Fortuna-Baslini sui casi di scioglimento del matrimonio, al termine della seduta parlamentare più lunga della storia dell’Italia repubblicana. La mattina stessa il giornale radio dà anche la notizia di un Appello di venticinque intellettuali cattolici per una raccolta di firme per il referendum abrogativo. Tra loro ci sono Gabrio Lombardi, Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Giorgio La Pira, Lina Merlin.

13 Maggio 2014 alle 17:08

Fanfani, Pasolini e storie cattoliche

“Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la  serva!” (Amintore Fanfani, 26 aprile 1974, Caltanissetta)

Alle 6 di mattina del 1° dicembre 1970 la Camera dei deputati approva la legge Fortuna-Baslini sui casi di scioglimento del matrimonio, al termine della seduta parlamentare più lunga della storia dell’Italia repubblicana. La mattina stessa il giornale radio dà anche la notizia di un Appello di venticinque intellettuali cattolici per una raccolta di firme per il referendum abrogativo. Tra loro ci sono Gabrio Lombardi, Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Giorgio La Pira, Lina Merlin.

Flash-forward. Il 12 e 13 maggio 1974 si vota il referendum per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini: vincono i “no” con il 59,3 per cento. L’affluenza sfiora l’88 per cento. Secondo il politologo del Mulino Arturo Parisi, la percentuale dei “no” sull’intero corpo elettorale è del 51 per cento. Sul Corriere della Sera Pier Paolo Pasolini scrive: “Il 59 per cento dei ‘no’ non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia”. Piuttosto dimostra che l’antica Italia è crollata e i nuovi ceti medi hanno abbracciato “i valori dell’ideologia edonista e del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo italiano”. All’indomani del referendum un editoriale dell’Espresso commenta: “Gli italiani devono essere grati alla Dc, al suo capo, alla Cei e a quei leader cattolici che hanno voluto e imposto al paese una prova assurda e tuttavia non inutile. Mai un test etico-politico, applicato ai nostri connazionali, era approdato a un risultato più confortante”. Fanfani, che per calcoli politici ha trascinato la Dc nella disastrosa iniziativa referendaria, perderà in breve la segreteria del partito. Tra i leader Dc, solo Aldo Moro si rifiuta di addossare al professorino tutta la responsabilità. Dice che occorre prendere atto che “l’avvenire non è più, in parte, nelle nostre mani”.

Nel 2004, ripercorrendo i fatti di trent’anni prima, lo storico cattolico tradizionalista Marco Invernizzi scrisse che il referendum “dava fastidio. Anzitutto, non era capito nelle sue motivazioni profonde da molti cattolici, che ancora oggi non riescono a comprendere il concetto d’indissolubilità secondo il diritto naturale, l’unica motivazione che permette di giustificare la battaglia affinché le leggi dello stato promuovano e difendano l’indissolubilità matrimoniale… Il fatto che non si sia riusciti a far ‘passare’ questo punto di dottrina dimostra la crisi culturale e morale che aveva già allora investito il mondo cattolico”.

[**Video_box_2**]Questo in sintesi il senso dei fatti di allora, secondo un’interpretazione ormai ampiamente condivisa da vincitori e vinti. Ma in quei quattro anni che separano l’introduzione della legge sul divorzio in Italia dalla sconfitta del fronte abrogazionista al referendum, nel mondo cattolico si giocò una partita più profonda, complessa e piena di presagi di ciò che sarebbe accaduto dopo: nella chiesa italiana e nella sua contraddittoria esperienza politica; ma anche nella chiesa universale impegnata quarant’anni dopo quei fatti in un duro scontro dottrinale che riguarda proprio l’indissolubilità del matrimonio nella sua valenza non solo più civile, ma sacramentale.

Il punto toccato da un conservatore a tutto tondo come Invernizzi è cruciale. Non si riuscì “a far passare” il concetto d’indissolubilità secondo il diritto naturale. Del resto il concetto “non passava” più non soltanto nel popolo – che come i pastori pasolinianamente scoprirono solo molto tempo dopo, aveva già abbandonato l’ovile – ma neppure nei massimi vertici della classe dirigente ecclesiale. Il rettore dell’Università Cattolica, Giuseppe Lazzati (che poi pure votò “sì”), scrisse nel 1974 che i cattolici “non possono imporre a chi  non crede una scelta che solamente la fede rende possibile”. Ma è tutto solo lì? Che cosa è avvenuto nello spazio ideale che divide la nota della Cei del 1974 sulla “Difesa dell’indissolubilità matrimoniale”, che seccamente ordinava che “il cristiano come cittadino ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia” e la relazione del cardinale Walter Kasper al Sinodo della famiglia del febbraio 2014.

Subito dopo il referendum Luigi Pedrazzi – esponente del Comitato dei “cattolici del no” e tra i futuri fondatori della Lega democratica, il movimento politico che avrà un ruolo chiave nel processo di separazione consensuale tra gerarchia ecclesiale, laicato e partito cattolico – andò a incontrare il suo maestro Giuseppe Dossetti, ormai ritiratosi a vita monastica: “Viene accolto proprio con una citazione di Pasolini. Il giudizio di Dossetti sulla campagna per il ‘no’ è durissimo: ma che errori politici hai commesso, e come era poco realistico il tuo timore di una sbandata a destra del paese, con le destre che sommavano i loro voti a quelli democristiani! Mio caro, aveva capito di più Pasolini, che il ‘no’ avrebbe stravinto per l’omologazione al ribasso già avvenuta, a destra, a sinistra e al centro! […] Voi poi, come cattolici democratici, avete sbagliato a operare come clandestini nel biennio di nascita del referendum; e quanto avete sbagliato a trovare il coraggio di un’azione pubblica solo alla fine, schierandovi per il ‘no’ in un referendum voluto da Lombardi, apprezzatissimo da Pannella: non certo da voi né dai comunisti. Se aveste fatto dei sit-in silenziosi, seduti in circolo per terra, davanti alle roulotte dove Gedda raccoglieva le firme, con i vostri bravi cartelli di spiegazione, e poi taciuto nella campagna elettorale!”.

Devo questo illuminante aneddoto dossettiano, così come altre preziose informazioni qui sopra, a un eccellente libro da poco pubblicato, autore Lorenzo Biondi: “La Lega democratica - Dalla Democrazia cristiana all’Ulivo: una nuova classe dirigente cattolica”. Biondi è un giovane giornalista, ma il suo non è un pamphlet giornalistico, bensì un saggio storico di profilo accademico. Il primo di questa ampiezza e accuratezza (364 pagine, editore Viella, 33 euro) dedicato a una vicenda tutto sommato minore (o di nicchia) della storia politica dei cattolici in Italia, ma cruciale e densa di conseguenze. Gli esponenti della Lega democratica – Pietro Scoppola, Achille Ardigò, Romano Prodi, Paolo Giuntella, Paola Gaiotti, Ermanno Gorrieri, Piero Bassetti, Stefano Ceccanti – sono un piccolo gruppo che si raduna proprio a partire dalla mobilitazione dei “cattolici per il no”, l’appello firmato nel 1974 da 92 personalità (tra gli altri Francesco Traniello, Giuseppe Alberigo, Pierre Carniti, Sandro Magister, Giancarlo Zizola).

Nel gran bailamme della chiesa post conciliare, e dentro la crisi già latente della Dc, si deve per molti versi a loro l’emergere di una elaborazione di idee che a partire dal gran tema etico-politico del divorzio iniziò a toccare i punti cruciali del futuro: la valenza delle leggi religiose nel contesto politico laico, il rapporto tra autonomia dei fedeli e gerarchia. E anche la presa di coscienza, da un punto di vista “progressista”, della deriva edonistico-individualistica della società opulenta: “Secolarizzazione al ribasso” la chiamerà Scoppola, non andando troppo lontano da ciò che Augusto Del Noce aveva già detto, parlando a Bologna al Mulino: il divorzio era una tappa dell’aggressione al matrimonio e alla famiglia intesi come fondamenti stabili della società civile, alla quale sarebbe seguita la legalizzazione dell’aborto e di quanto potesse contribuire a scalfire l’assetto della società italiana.

Ed è proprio in questa zona mista del giudizio sul nuovo ateismo pratico, non più d’élite ma massificato, che Biondi, seguendo per buona parte del libro il complesso dibattito politico-ecclesiale sul divorzio, nota come le punte più consapevoli di due fronti distanti – cattolici del “no” e abrogazionisti – arrivarono a un certo punto a parlarsi. “Anni dopo, parlando del referendum sul divorzio, Scoppola arriverà a cogliere pregi e difetti di entrambe le posizioni, che ‘esprimevano elementi impastati di una comune tradizione culturale’. Le ragioni dell’antidivorzismo non potevano essere liquidate come ‘di destra’, mentre i cattolici del ‘no’ si erano illusi ‘di poter mantenere la prova su questo terreno di tolleranza, evitando da un lato il contraccolpo e il prezzo che risultò assai alto, della lacerazione ecclesiale connessa con la scelta del no, dall’altro lo scatenamento della contestazione e del dissenso ecclesiale tendente a dare allo scontro valenze ben più radicali sul piano religioso e politico”.

Su due posizioni opposte, si combatteva una battaglia di valori per salvare i valori. Da un lato gli abrogazionisti speravano di poter mantenere la validità erga omnes delle leggi del diritto naturale e divino. Dall’altra i discepoli di una tradizione culturale che spaziava da Jacques Maritain a Giuseppe Dossetti si ponevano il problema delle nuove condizioni storiche in cui far lievitare nella società i valori cristiani. La cosa si fece più chiara e urgente qualche anno dopo, quando fanfanianamente arrivò l’aborto. Era arrivato nel frattempo anche un nuovo Papa, e l’idea di ritornare dopo tante batoste a occupare lo spazio pubblico si faceva largo nella chiesa. Biondi ricostruisce con materiali preziosi il breve momento drammatico in cui, a fine anni 70, la “cultura della mediazione” del futuro mondo ulivista e quella della “presenza” allora incarnata nel segno di Karol Wojtyla soprattutto da Comunione e liberazione si sfiorarono. Senza incontrarsi. Ma l’analisi sulla crisi era affine. Buttiglione sfoderò l’immagine dello psicologo e sociologo tedesco Alexander Mitscherlich: una società senza padre.
I percorsi intrapresi da lì a pochi anni dalla politica italiana non avrebbero aiutato l’incontro. Né lo avrebbe aiutato il prevalere dell’impostazione che Camillo Ruini diede alla chiesa italiana: tra mediazione e presenza, l’essenziale era presidiare lo spazio pubblico nella battaglia sui valori. Con la Seconda Repubblica, l’unica cosa che non si può dire è che una parte abbia fatto meglio dell’altra nel campo della difesa dei valori. Un disastro bipartisan. E’ noto che ancora nel 1974 Paolo VI era contrario al referendum. Impegnò in un difficile ruolo di mediazione monsignor Emilio Bartoletti, segretario della Cei e uomo di sua fiducia, che approntò la bozza di un documento sul referendum che tendeva a non impegnare i cattolici, lasciando libertà di coscienza. Fu la drammatizzazione imposta dall’Appello dei “cattolici per il no” a radicalizzare lo scontro, spostando la gerarchia sulla posizione abrogazionista, sfociata nella nota della Cei sulla “Difesa dell’indissolubilità matrimoniale”. A ben guardare, 33 anni dopo un’identica dinamica portò il Consiglio permanente della Cei a promulgare la Nota che inibiva i politici cattolici – il governo di Romano Prodi – dall’appoggiare leggi che riconoscessero i diritti delle coppie di fatto.

Qualche anno prima di tutto questo, a Concilio ancora in corso, il 22 febbraio 1965, Paolo VI aveva creato cardinale, col titolo di Santa Maria in Portico, un eruditissimo professore svizzero, per tutta la vita docente di Teologia dogmatica nel Grande Seminario di Friburgo, Charles Journet. Un sacerdote umile, che chiese al Papa di poter continuare a portare la veste di semplice prete e di rimanere al Seminario di Friburgo. Ma al Concilio, dove lo volle proprio Montini, gli interventi di Journet furono decisivi proprio sul tema dell’indissolubilità del matrimonio. Devo a un fiero polemista tradizionalista come Giovanni Cantoni la scoperta sul web di una conferenza di Journet sulle motivazioni dell’indissolubilità del matrimonio che, per la dovizia e ricchezza di informazioni, meriterebbe di essere ripubblicata. Diceva Journet: “La chiesa, quanto all’indissolubilità del matrimonio, annuncia un messaggio a lei superiore, un messaggio che può recare solo nell’umiltà, nell’adorazione, nella fede, ma anche nella fiducia. Sa bene la chiesa che verrà contraddetta; sa bene che il Signore, venuto per rendere testimonianza alla Verità, è finito su di una Croce ma che solo seguendo questa via ha salvato il mondo. ‘Venne in casa sua, e i suoi non lo ricevettero’. (…) Paradosso del Vangelo! Quale paradosso anche la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio. Dottrina che scandalizza e che salva. Essa è entrata nel mondo con scandalo dei discepoli e del mondo; ma tanto ad essi che al mondo è stato rivelato per suo mezzo qualcosa – irreversibile nel tempo? che rende capaci di comprendere il sacro rispetto, inconcepibile finora, che si deve alla donna, alla dignità del focolare, alla dignità della prole. Potrebbe la chiesa rinunciarvi? E’ il tesoro prezioso che essa reca in se stessa come in un vaso fragile.

Porta un sole i cui raggi misteriosi si diffondono fin nelle profondità delle tenebre; un sole, la cui privazione getterebbe il genere umano nella notte della disperazione”. E ancora: “Il matrimonio ‘è’ indissolubile: questa proprietà esprime una dimensione del suo stesso essere oggettivo, non è un mero fatto soggettivo. Di conseguenza, il bene dell’indissolubilità è il bene dello stesso matrimonio; e l’incomprensione dell’indole indissolubile costituisce l’incomprensione del matrimonio nella sua essenza… In questa prospettiva, non ha senso parlare di ‘imposizione’ da parte della legge umana, poiché questa deve riflettere e tutelare la legge naturale e divina, che è sempre verità liberatrice”.

Stimato da Montini, il cardinale svizzero non era un chiuso tradizionalista. Possiamo figurarci il dolore di Paolo VI, che con ogni evidenza la pensava allo stesso modo, quando nemmeno dieci anni dopo si trovò a dover gestire una rissa che dietro la sua dimensione politica nascondeva un punto di dissidio dottrinale, che il Concilio aveva arginato ma non risolto, confermando la dottrina tradizionale sul matrimonio. Qualche mese dopo il referendum, parlò di “coloro che tentano di abbattere la chiesa dal di dentro”. Tutto il grande dibattito, prossimo allo scisma, nel mondo cattolico italiano di quel lontano 1974 (nel resto dei paesi occidentali il divorzio era passato senza analoghi drammi, ma solo perché lo scisma s’era già consumato) si giocava  sul lento prevalere di un’interpretazione opposta: no, il diritto naturale non significa indissolubilità, che è solo una cosa che riguarda la chiesa.

Trovare nel mezzo di tutto questo un Dossetti monaco iroso che rinfaccia ai suoi di aver ingaggiato una battaglia politica dentro la chiesa senza accorgersi che il mondo era già cambiato (Dossetti, che non si schierò pubblicamente, e che un paio d’anni prima aveva rilasciato un’intervista in cui sosteneva che “non c’era più nulla da fare” né per l’Italia né per la chiesa) è anche il segnale della fine di un progetto politico. Quello dossettiano di rifare la società civile attraverso la riforma della chiesa – paradossalmente, l’unico rimasto autenticamente dossettiano tutta la vita fu don Gianni Baget Bozzo, che votò “sì” nel ’74, il cui approdo politico finale sarà il Berlusconi “Unto del Signore” eletto a provvidenziale difensore della Christianitas – e anche quello maritainiano, tanto caro proprio a Montini e Moro, secondo cui il compito dei cristiani era di innervare dei propri valori e leggi la società. Il fallimento della mediazione di Bartoletti sul referendum fu anche il fallimento doloroso dell’estrema sintesi tentata da Montini per tenere insieme dottrina, unità e rilevanza politica dei cattolici nella società.

Quarant’anni dopo le leggi della società scristianizzata hanno definitivamente sbracato. L’ateismo secolare ha trionfato. C’è da domandarsi se, in fondo, quel tentativo di estrema e dolorosa sintesi tra dottrina e mondo di Paolo VI non sia analogo – un’altra estrema e difficile sintesi – a quello che ora Papa Francesco dovrà provare, cercando un punto di unità, o una via di fuga, tra la dottrina di Kasper che forse non condivide del tutto e l’intransigenza teologica degli altri, che indubbiamente gli sembra disastrosa. Stavolta il tema non è più se l’indissolubilità del matrimonio valga “solo per chi crede”, ma se valga “anche” per chi crede. Fanfani non avrebbe dubbi. Ma noi, chi siamo noi per giudicare?
 

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