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Dove nascono amore e (tanto) odio tedeschi per l’Unione fiscale

La Germania, paese che dopo la crisi iniziata in Europa nel 2009 è assurto alle cronache mainstream come il “primo della classe” per il virtuosismo dei propri conti pubblici, è in realtà un piccolo microcosmo di tensioni fiscali. Tensioni che, secondo alcuni studiosi tedeschi, anticipano in qualche modo gli attriti di una eventuale unione fiscale europea.

27 Dicembre 2013 alle 18:00

Dove nascono amore e (tanto) odio tedeschi per l’Unione fiscale

Berlino. La Germania, paese che dopo la crisi iniziata in Europa nel 2009 è assurto alle cronache mainstream come il “primo della classe” per il virtuosismo dei propri conti pubblici, è in realtà un piccolo microcosmo di tensioni fiscali. Tensioni che, secondo alcuni studiosi tedeschi, anticipano in qualche modo gli attriti di una eventuale unione fiscale europea.

La gran parte del debito pubblico tedesco è stata contratta in passato dalla Federazione e dai suoi sedici Länder. Stando alla riforma della Costituzione varata dalla grande coalizione nel 2008, sia la Federazione sia i Länder dovranno rispettare il principio del pareggio di bilancio rispettivamente dal 2016 e dal 2020. Gli enti locali non sono viceversa stati fatti oggetto di una precisa disposizione costituzionale, benché anche per loro la legge ordinaria stabilisca tendenzialmente il principio del pareggio tra entrate e uscite. Nonostante il debito pubblico aggregato di comuni e circondari tedeschi sia relativamente contenuto rispetto a quello della Federazione o dei Länder (è circa il 6 per cento del totale), un rapido confronto tra la situazione degli enti locali Land per Land fa emergere casi diffusi di pesante indebitamento. Anche se le entrate fiscali in Germania continuano ad aumentare (nel 2013 più 3,4 per cento rispetto all’anno passato), diversi enti locali in Nordreno-Vestfalia, Renania-Palatinato, Saarland, Assia, Sassonia-Anhalt e Schleswig-Holstein non smettono di far registrare gravi squilibri del proprio bilancio. Data l’insufficiente capienza dei fondi perequativi e l’assenza di norme che disciplinino l’insolvenza, i Länder hanno creato reti di salvataggio aggiuntive.

In un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientifica Der Moderne Staat, due studiosi dell’Università tecnica di Darmstadt, Philipp Stolzenberg e Hubert Heinelt, hanno esaminato con cura le sei diverse tipologie di reti, create negli anni della crisi finanziaria, evidenziando un’analogia con i fondi di stabilizzazione europei. Alla stregua degli stati dell’Europa del sud, gli enti locali iperindebitati possono infatti rifinanziarsi a tassi agevolati o accedere a risorse speciali, nella misura in cui i consigli comunali sottoscrivano una sorta di memorandum di intesa con i Länder, attraverso il quale si impegnano a mettere ordine nei propri conti e a riportare il bilancio in pareggio in un periodo di tempo limitato. Un obbligo per gli enti locali iperindebitati di assoggettarsi a tale meccanismo esiste tuttavia solo in Nordreno-Vestfalia. Negli altri Länder, la deliberazione contraria del consiglio può impedire che il comune subisca una cura fatta di tagli alla spesa.

Se la situazione di squilibrio persiste, il governo del Land fissa un termine, superato il quale senza che vi siano stati miglioramenti, invia un commissario (Staatskommissar) che si sostituisce agli amministratori locali eletti dai cittadini. L’invio del commissario, pur non essendo una novità totale nell’ordinamento tedesco, dovrebbe ricevere nuova linfa dai meccanismi di stabilizzazione. L’idea ricalca la proposta del governo tedesco di istituire un nuovo commissario europeo con poteri di veto sulle scelte di politica fiscale degli esecutivi nazionali. In Assia, il mancato rispetto degli impegni comporta la restituzione o il congelamento degli aiuti e può portare anche allo scioglimento del consiglio comunale. Finora, tuttavia, Nordreno-Vestfalia e Renania-Palatinato hanno utilizzato con parsimonia l’istituto del commissariamento, mentre in Assia nessun aiuto è stato congelato o restituito. Segno che neanche i tedeschi sembrano poi proprio disposti a rinunciare alla democrazia per il rigore finanziario.

Secondo i due autori dello studio, le reti di salvataggio approntate dai Länder sarebbero insomma soltanto specchietti per le allodole, pensati per consentire agli enti locali di recuperare la fiducia dei mercati nel breve periodo, non per risanare davvero le finanze dei comuni. Le ragioni della scarsa disciplina di bilancio di diversi enti locali (la Detroit della Germania è la cittadina di Oberhausen, nella Ruhr, con 6.900 euro di debito per abitante) non sono però tutte da addebitare agli amministratori locali. Contano anche la volatilità della prima fonte di entrata degli enti locali, una imposta sulle attività produttive (Gewerbesteuer), la costante attribuzione di nuovi compiti agli enti locali da parte dello stato senza la corresponsione delle risorse adeguate, l’aumento della spesa welfaristica di competenza locale. La situazione non sembra destinata a migliorare nei prossimi anni. Diversi Länder, tra cui in particolare la città-stato di Brema e la piccola Saar, registrano sin d’ora difficoltà a ridurre il proprio rapporto deficit/pil e potrebbero non rispettare la norma costituzionale del pareggio nel 2020. Come sottolineato in un altro recente studio delle associazioni tedesche dagli enti locali, per rispettare i parametri costituzionali le amministrazioni regionali stanno cercando di spostare il peso del risanamento sui comuni e circondari, in questo modo aggravando lo stato della finanza locale.

Quell’altro ricorso rigorista a Karlsruhe
A suscitare ulteriori malumori negli enti locali sono infine anche le risorse del cosiddetto Patto di solidarietà che fluiscono da ovest a est. Fino al 2019, i comuni dei Länder occidentali continueranno a versare in un fondo ad hoc pensato per la fase successiva alla riunificazione. Il paradosso è che, per trasferire questo denaro, i comuni più indebitati dell’ovest sono costretti a rifinanziarsi sul mercato a tassi elevati e a sopprimere molti servizi pubblici. I trasferimenti da ovest a est sono talmente controversi che, nel marzo di quest’anno, due Länder occidentali, l’Assia e la Baviera, hanno presentato ricorso di fronte al Tribunale costituzionale di Karlsruhe. Degli 8 miliardi percepiti dall’est ogni anno, circa la metà sono pagati dalla Baviera. I trasferimenti non sarebbero quindi, come prescrive la Costituzione, commisurati alla capacità finanziaria dei tre Länder che continuano a foraggiare gli altri tredici.
Anziché funzionare come modello per il resto d’Europa, la Germania replica al suo interno diverse disfunzioni tipiche dell’Unione economica e monetaria. Le reti di salvataggio servono a tranquillizzare più i mercati che non a costringere davvero alle riforme strutturali gli enti interessati, mentre i trasferimenti da paesi più virtuosi a meno virtuosi alimentano i dissapori e le rivalità, rischiando di scardinare il patto federale. E un domani quello europeo.
 

Giovanni Boggero

Costretto a snocciolare numeri e colori in tedesco fin da bambino, si appassiona presto a quel noiosissimo spettacolo che è la politica teutonica. A diciotto anni apre un blog e dà sfogo alla sua grafomania germanofila. Da grande fan di Angie, nel 2009 si ritrova a far il tifo per Westerwelle. Poi capisce che l'una e l'altro non sono tanto meglio di Casini e Rutelli e che forse è meglio mettersi semplicemente a raccontare quel che accade tra il teatrino berlinese e la torretta di Francoforte. Per il Foglio lo fa (saltuariamente) dal gennaio del 2011.

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