L'altro Amendola

Redazione

Che di Giovanni Amendola i nostri giovani sappiano poco o nulla, lo sospetto da quando – discutendo con alcuni studenti sulle vicissitudini del Pci – mi sono accorto che veniva confuso col figlio Giorgio, “il dirigente comunista maestro di Napolitano”. Asineria a parte, è anche vero che l'inquilino del Colle non ha mai nascosto la sua ammirazione per un “campione intransigente” del liberalismo democratico. Così lo ha definito nella presentazione di un libro di Alfredo Capone (“Giovanni Amendola”, Salerno Editrice, 438 pagg., 24 euro).

di Michele Magno

    Che di Giovanni Amendola i nostri giovani sappiano poco o nulla, lo sospetto da quando – discutendo con alcuni studenti sulle vicissitudini del Pci – mi sono accorto che veniva confuso col figlio Giorgio, “il dirigente comunista maestro di Napolitano”. Asineria a parte, è anche vero che l’inquilino del Colle non ha mai nascosto la sua ammirazione per un “campione intransigente” del liberalismo democratico. Così lo ha definito nella presentazione di un libro di Alfredo Capone (“Giovanni Amendola”, Salerno Editrice, 438 pagg., 24 euro). E’ una biografia che, avvalendosi di una vasta e in parte inedita documentazione, riabilita una figura perseguitata da una sorta di “sfortuna storiografica”. Una figura con la quale “sentono di non aver fatto abbastanza i conti – sottolinea Napolitano – persone rivoltesi come me da giovanissime […] alla politica in quanto scelta di vita”. Insieme all’autore, allora, proviamo a ricostruirne il profilo.

    Nato a Napoli il 15 aprile 1882, Giovanni Battista Amendola a due anni è con i genitori a Firenze. Il padre Pietro, originario di Sarno e con trascorsi da garibaldino, vi prestava servizio come carabiniere. La madre, Adelaide Aglietta, apparteneva a una famiglia di simpatie mazziniane. Grazie ai buoni uffici di Giustino Fortunato, Pietro si trasferisce a Roma, dove è assunto come usciere alla Galleria Corsini. Un impiego modestissimo, che costringeva gli Amendola a vivere in una condizione al limite dell’indigenza. Conseguita la licenza media, Giovanni matura una precoce passione per la politica. Appena quindicenne, si iscrive alla gioventù socialista. Al socialismo dottrinario e positivista di Enrico Ferri preferisce quello di Saverio Merlino, perché è “un complesso di sentimenti e di idee che agitano gli animi, mutano i costumi e tendono a […] rendere più eque le relazioni tra gli uomini”. Nel 1898 è apprendista al quotidiano radicale la Capitale. Arrestato per essersi opposto al decreto che scioglieva la sua sezione di partito, interrompe bruscamente il rapporto col giornale. Perché reo, ai suoi occhi, di fiancheggiare la repressione dei moti milanesi ordinata dal generale Bava-Beccaris. Vi sarà poi richiamato dal nuovo direttore Edoardo Arbib, vecchio commilitone e amico del padre.

    Nella borghesia romana dell’epoca andavano molto di moda l’induismo e l’esoterismo. Le lezioni del bramino Roy Chatterji, organizzate dalla Loggia della Società teosofica, erano affollatissime. Dopo aver pubblicato un paio di articoli sull’argomento, Giovanni tramite Arbib entra in contatto con la Società. Fondata nel 1875 a New York da Helena Petrovna Blavatsky, dal 1895 era presieduta da Annie Besant, ex femminista e con un passato nel movimento dei “liberi pensatori”. Le sue conferenze erano frequentate da Leopoldo Franchetti, Luigi Bodio, Laura Minghetti. Ma occultisti, teosofi e spiritisti amavano incontrarsi soprattutto nel salotto di via Gregoriana della baronessa Emmelina Sonnino de Renzis, sorella di Sidney Sonnino e fanatica seguace dell’antroposofia di Rudolf Steiner. Sul finire dell’Ottocento, comunque, la Società poteva contare adepti quasi in ogni regione della penisola. Del resto, il rapido successo dell’occultismo legato alla massoneria aveva alle spalle – in particolare nel mezzogiorno – una lunga tradizione carbonara e anticlericale della sinistra risorgimentale.
    Divenuto membro della Loggia capitolina nel 1900, Giovanni inizia l’apprendimento del catechismo teosofico sotto la guida di Isabel Cooper Oakley, fedele discepola della Besant. L’affiliazione gli spalanca le porte di un ambiente cosmopolita, popolato da munifiche nobildonne europee e americane.

    Impara così l’inglese e il francese. Studia il sanscrito, legge i testi fondamentali della letteratura orientalistica, si accosta al buddismo. Tuttavia, già nel 1902 comincia a prendere le distanze dal “delirante tecnicismo pseudoscientifico” della Società. Il dissenso esploderà nel 1905, quando decide di uscirne in modo clamoroso. In realtà, la teosofia di cui si era invaghito – e che altro non era che un’eresia del protestantesimo – non poteva rispondere alla sua richiesta di conciliare due elementi in apparenza contraddittori e lontani dall’ortodossia luterana e calvinista, ma costitutivi di un filone importante della Riforma: il misticismo e il razionalismo.

    Sulla scelta di lasciare la Società aveva influito anche una ragazza russa conosciuta due anni prima: Eva Oscarovna Kühn. Tolstoiana e vegetariana, studiosa di Henry David Thoreau e di Arthur Schopenhauer, era stata introdotta nella Loggia romana dalla connazionale Sasa Profan. Lì aveva incontrato Giovanni, subito attratto dalla sua femminilità e dalla sua vasta cultura, in cui però non c’era posto per una detestata teosofia. Dopo un rapporto assai tormentato, si sposeranno nel 1907 con rito valdese. Dalla loro unione nasceranno quattro figli: Giorgio (1907), Adelaide (1910), Antonio (1916) e Pietro (1918). La “bohème di casa Amendola” – la definizione è di Giorgio – sarà segnata da ristrettezze economiche, da continui cambi di abitazione e dal carattere estroso e ribelle di Eva. Un’esistenza burrascosa, la sua, tra acute crisi nervose e ardenti relazioni sentimentali (famose quelle con Giovanni Boine e Filippo Tommaso Marinetti), mai clandestine anche a rischio di una rottura del matrimonio. Il marito ne era ovviamente addolorato e ferito, ma le conservava sempre il suo affetto e la sua stima.

    Ripudiata la teosofia, il fervore intellettuale di Giovanni si dispiega nei campi più disparati. Affascinato dalla poetica dei simbolisti nordici e dalla drammaturgia di Henrik Ibsen, nel 1906 si reca a Mosca, dove sulla rivista Viessy pubblica un articolo in cui stronca l’estetismo dannunziano. Continua a collaborare con il Leonardo, anche se poi contesterà il “misticismo irrazionalista” di Giuseppe Prezzolini. Nel marzo 1906 tiene una conferenza su Jean Jaurès a Palazzo Giustiniani, che testimonia la sua adesione alla massoneria (l’abbandonerà nel 1908). Nello stesso anno soggiorna con Eva a Berlino e Lipsia, dove segue i corsi di Wilhelm Wundt, fondatore di un celebrato laboratorio di psicologia sperimentale. Pochi mesi prima aveva conosciuto Benedetto Croce, del cui discorso filosofico apprezzava l’impegno civile ed etico, ma non la svalutazione della scienza e della religione. Sarà proprio la condanna crociana del modernismo a scavare un fossato tra i due. Secondo il filosofo abruzzese, esso altro non era che un “fanciullo fastidioso” che si interponeva fra un adulto, l’idealismo, e un vecchio ancora robusto,il cattolicesimo. Per il giovane Amendola, invece, rappresentava “la democrazia religiosa. […] La formula riassuntiva Dio e popolo [di Mazzini] contiene in sostanza la dottrina cattolica del modernismo”.

    Nell’ottobre 1909 Giovanni torna con la famiglia a Firenze per dirigervi la Biblioteca filosofica. Vi resterà tre anni, tormentato da gravi difficoltà finanziarie e da cocenti delusioni. La più scottante sarà il tramonto del progetto di una rivista di studi religiosi di ispirazione modernista, ideata da Alessandro Casati e di cui doveva essere il direttore. Nell’autunno 1911 ha un ruolo di primo piano nell’orientare la Voce prezzoliniana (Gaetano Salvemini dissenziente) a favore della spedizione in Libia voluta da Giovanni Giolitti. Nel luglio 1912 – auspice Mario Missiroli – entra nella redazione politica del Resto del Carlino. Scrive articoli sul “parossismo di italianità” di Vincenzo Gioberti e si contrappone vivacemente al meridionalismo conservatore di Antonio Salandra. Alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre 1913 (le prime a suffragio pressoché universale), dominate dal “patto Gentiloni”, auspica una “concentrazione di centro”, sollecita i radicali a schierarsi con Giolitti e a staccarsi dai socialisti. Visti i risultati delle urne, si apre all’ingresso dei cattolici nella vita nazionale, ma è contrario alla costituzione di un partito confessionale. Propugna un liberalismo non “ateo”, ma che “si ricongiunga strettamente all’anima politica del Risorgimento”.

    L’impegno giornalistico, comunque, non lo distoglie dalle aspirazioni accademiche. Libero docente di Filosofia teoretica nella primavera del 1913, l’anno successivo – per interessamento di Giovanni Gentile – ottiene la stessa cattedra all’Università di Pisa. Ma, assunto al Corriere della Sera, rinuncia definitivamente alla carriera accademica e si consacra all’attività politica. Nel frattempo, aveva raccolto in “Etica e biografia” un gruppo di saggi che possono essere considerati una specie di espressione conclusiva del suo pensiero. In essi viene elaborata quell’etica della decisione che, ispirata dalle letture di Søren Kierkegaard e di Carlo Michelstaedter, di lì a poco diventerà uno dei temi principali della filosofia europea tra le due guerre.

    Luigi Albertini aveva chiamato Giovanni all’ufficio romano del Corriere della Sera (nel giugno 1914) perché ne stimava la statura morale e intellettuale, e perché era in sintonia col suo progetto di costruire uno schieramento riformatore alternativo alle tendenze nazionaliste della destra liberale. Inoltre, entrambi attribuivano all’intervento italiano al fianco dell’Intesa il senso di una “scelta di civiltà”, coerente con le ragioni del liberalismo europeo. Ma l’interventismo amendoliano era distante dalle interpretazioni del conflitto con la Triplice come quarta guerra d’indipendenza. Lo considerava piuttosto come un passaggio storico inevitabile, che però non sarebbe riuscito a sollevare il paese dalla sua mediocrità.

    Tenente di artiglieria sul fronte dell’Isonzo, è tra i primi a denunciare sia le responsabilità del Comando supremo nell’andamento disastroso delle operazioni belliche, sia la ferocia dei metodi usati per mantenere la disciplina tra le truppe. Alla vigilia di Caporetto, rientrato dalla trincea goriziana dopo essersi meritata una medaglia di bronzo al valor militare, nel gennaio 1918 scrive ad Albertini una lettera che era uno spietato atto di accusa contro il generale Luigi Cadorna, nella cui disfatta vedeva rispecchiata la bancarotta delle classi dirigenti. Alla vigilia delle elezioni del novembre 1919, non ha dubbi: “[…] Noi vogliamo conservare le forme essenziali della nostra vita politica, ma vogliamo nel tempo stesso che la materia di essa sia profondamente rinnovata, anzi rivoluzionata; […] alla direzione dello stato […] debbono essere chiamati nuovi ceti ed uomini nuovi”. E’ un passo del discorso pronunciato a Mercato San Severino, il collegio del Salernitano dove era candidato nella lista nittiana della “Stella a cinque punte”. Amendola si riconosceva nel programma di Francesco Saverio Nitti, che puntava a includere il mezzogiorno in una strategia industrialista e a unire i socialisti riformisti e i popolari in un’alleanza di centrosinistra; ma non ne condivideva l’adesione alla riforma del voto in senso proporzionalistico. In essa, infatti, scorgeva “un vero e proprio mutamento di regime” che minava le basi dello stato liberale, in quanto creava partiti artificiosi e accentuava le fratture politiche.

    Quando Giolitti – il 16 giugno 1920 – forma il suo quinto governo, il paese è scosso da lotte sociali aspre. A settembre gli operai occupano le fabbriche con le armi. Sul Corriere del 9 novembre, il commento di Amendola è cupo: “All’occupazione delle fabbriche e al controllo sindacale, conquistato per vie extralegali, è seguito immediatamente un preoccupante collasso morale della borghesia produttrice; e al dilagare dell’agitazione massimalista […] è seguita nel paese una potente e profonda reazione in difesa dell’ordine sociale e statale vigente, attraverso la quale si manifesta, con disperata energia, l’istinto di conservazione nazionale”. Più avanti si scaglierà contro quei falsi democratici che speravano di “raccogliere i frutti dell’impeto demolitore del fascismo, prendendo il bottino dal suolo devastato e insanguinato della patria”, fingendo di ignorare che “se il fascismo prevarrà, la forma di Stato da esso voluta sarà l’antitesi di quella liberale”.

    Queste frasi furibonde sono dell’agosto 1922, anno in cui Amendola progetta un nuovo quotidiano, il Mondo; un nuovo partito, il Partito democratico italiano; un nuovo dicastero di unità democratica. Poi, pur mostrandosi tiepido nei confronti del Gabinetto del giolittiano Luigi Facta, accetta di entrarvi come ministro delle Colonie. Dopo la “marcia su Roma” (28 ottobre) e l’insediamento del governo Mussolini (16 novembre), mette a punto la sua linea di opposizione costituzionale. Nei primi mesi del 1923, sul Mondo propone un’alleanza con i socialisti, reduci dalla scissione dell’ala riformista, e con i popolari di Luigi Sturzo. Nel mirino della sua critica, però, adesso c’è l’infatuazione collettiva per il maggioritario (la legge Acerbo era in gestazione). Il 12 luglio interviene alla Camera, riaffermando la propria fede nel pluralismo e nell’apertura agli strati popolari, vocazione storica della democrazia liberale. Il 20 marzo 1924, nella sede napoletana del Comitato delle opposizioni, suggerisce una riforma istituzionale sulla falsariga dell’ordinamento statunitense. Ad aprile viene rieletto deputato nel collegio unico della Campania, grazie al buon rapporto stabilito con alcuni settori della borghesia intellettuale, degli ex combattenti e dei ceti medi del sud. Nondimeno, le urne avevano confermato che il partito amendoliano rappresentava solo una piccola e debole minoranza di fronte all’avanzata del fascismo.

    Commentando l’assassinio di Giacomo Matteotti, il 26 giugno 1924 Amendola scrive sul Mondo: “Quanto alle Opposizioni, è chiaro che in siffatte perduranti condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. […] Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”. L’ipotesi di secessione parlamentare, passata alla storia col nome di Aventino, è già in campo. Palmiro Togliatti, con un paradossale rovesciamento del giudizio che ne darà la storiografia di matrice gramsciana, il 28 agosto ne è un testimone acuto: “Amendola è il capo riconosciuto di quello tra i gruppi dell’opposizione antifascista borghese che compie, tra gli altri, una funzione di guida e direzione politica. E’ stato il giornale di Amendola, il Mondo, che ha svolto la manovra di staccare dal fascismo i fiancheggiatori liberali, mentre altri giornali si dedicavano di preferenza allo sviluppo della campagna scandalistica attorno al processo Matteotti”.
    Come è noto, la manovra a cui accenna Togliatti non avrà successo – anche per le incertezze della destra liberale, della minoranza salandrina in particolare, e per le divisioni interne ai “secessionisti”. Il 3 gennaio 1925, il “colpo di stato” di Mussolini sancisce il fallimento dell’Aventino. Da Piero Gobetti a Salvatorelli, comincia una gara per addebitare ad Amendola l’errore di aver condotto una battaglia moralmente rigorosa, ma priva di qualunque efficacia politica. Capone mette giustamente in evidenza il peso che questa liquidazione sommaria dell’esperienza aventiniana ha avuto nella maggioranza degli storici, anche di diversa ispirazione. Per altri, invece, se guardiamo alle forze che ne costituivano il nerbo, siamo in presenza “non solo di una sorta di centrosinistra ante litteram, […] ma anche e soprattutto di una piattaforma comune con cui socialisti, cattolici e liberali riconoscono insieme il valore prioritario della democrazia e dello stato di diritto […]. Tutto questo può oggi sembrarci scontato: non lo era evidentemente nel momento in cui, mentre il fascismo si apprestava a diventare dittatura, Croce si preoccupava che cadesse troppo in fretta e Gramsci lo accomunava nella condanna al liberalismo e alla socialdemocrazia” (Giovanni Sabbatucci, “Il delitto Matteotti”, in “Novecento italiano”, Laterza, 2008).

    Calato il sipario sull’Aventino, nella prefazione a “Per una nuova democrazia” (1925) Amendola mette sul banco degli imputati il dogma dello stato-Leviatano, nato col giacobinismo e incarnatosi nel bolscevismo e nel fascismo. Esso è “il tremendo falansterio, […] il regime del ‘Commissario’ instaurato in ogni campo della vita e sostituito a tutte le leggi della vita”. Il fascismo – aggiunge – non ha mirato tanto “a governare l’Italia, quanto a monopolizzare il controllo delle coscienze. Non gli basta il possesso del potere: vuole […] la ‘conversione’ degli italiani […]. Non promette la felicità a chi non si converte, non concede scampo a chi non si lascia battezzare”.

    Non concederà scampo neanche a lui. Già vittima di un sequestro a Salerno il 15 dicembre 1923, il 20 luglio 1925 viene aggredito da una quindicina di sicari armati di bastone all’hotel Pace di Montecatini. Per curarsi, alla fine dell’estate si reca a Parigi. Rientrato a novembre in Italia, agli inizi del 1926 decide di tornarvi per sottoporsi a visite più approfondite. Viene operato ai polmoni. I chirurghi trovano un ematoma condizionato “dal violento traumatismo prodotto sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro nel luglio 1925”. Amendola viene allora trasferito a Cannes, nella clinica Le Cassy Fleur. Il figlio Giorgio così ricorderà la sua fine, sopraggiunta all’alba del 7 aprile: “Nelle ultime ore, partiti tutti gli amici, eravamo rimasti nella stanza la Pavlova, Ruini e io. Il rantolo diventava sempre più straziante, poi egli si sollevò, si guardò attorno, levò una mano per farmi una carezza, ricadde, e fu tutto”.

    di Michele Magno