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La bufala della “vittoria”

Perché Assad è costretto a ricorrere alle armi chimiche a Damasco

Il presidente siriano Bashar el Assad dice che le accuse contro di lui per le stragi con le armi chimiche sono illogiche. “Che beneficio avrei a usare le armi chimiche quando la nostra situazione sul terreno oggi è migliore dell’anno scorso? Perché un esercito, di qualsiasi stato, userebbe armi di distruzione di massa proprio nel momento in cui sta facendo progressi con le armi convenzionali?”, ha chiesto lunedì all’intervistatore del Figaro. Il governo siriano preme su questa narrativa: ha recuperato l’iniziativa militare e sta vincendo, quindi non avrebbe bisogno di usare il gas.

4 Settembre 2013 alle 06:59

Il presidente siriano Bashar el Assad dice che le accuse contro di lui per le stragi con le armi chimiche sono illogiche. “Che beneficio avrei a usare le armi chimiche quando la nostra situazione sul terreno oggi è migliore dell’anno scorso? Perché un esercito, di qualsiasi stato, userebbe armi di distruzione di massa proprio nel momento in cui sta facendo progressi con le armi convenzionali?”, ha chiesto lunedì all’intervistatore del Figaro. Il governo siriano preme su questa narrativa: ha recuperato l’iniziativa militare e sta vincendo, quindi non avrebbe bisogno di usare il gas.
E’ vero che il presidente ha recuperato il controllo di Homs, nel centro del paese, grazie ai combattenti del gruppo libanese Hezbollah, ma nel resto della Siria la rimonta assadista è un’illusione. Ad Aleppo i ribelli hanno preso la località di Khan Assir, tagliando l’ultimo corridoio che univa le truppe al resto dell’esercito – ora sono isolate. A Damasco i ribelli stanno avanzando e “l’intera leadership siriana vive nella paura che le linee di difesa stiano per collassare”, scrive l’ultimo Spiegel, che ha fonti sul posto. “Poco prima dell’attacco con il gas, i ribelli stavano ammassando le forze in unità più grandi per un’offensiva dentro Damasco. Gruppi di combattenti si erano già infiltrati in città e l’esercito siriano si preparava a difenderla”.

Già a maggio il Monde aveva scritto, grazie a due inviati, che il comando siriano faceva un “uso tattico delle armi chimiche” nella periferia della capitale: un impiego limitato e molto localizzato, per far arretrare i ribelli da settori del fronte troppo difficili da ripulire con altri mezzi. Se usasse i soldati, dovrebbe farli combattere per ogni palazzo e per ogni angolo.
Il 24 luglio i ribelli hanno lanciato una grande offensiva contro tre aree controllate dagli assadisti: Jobar, Qaboun e Barzeh. Il governo ha reagito con bombardamenti intensi, ma non riesce a sloggiarli: per la prima volta, i ribelli riescono a spingersi in tre quartieri e a tenerli, senza interrompere nel frattempo le operazioni contro altri grandi obiettivi di Damasco, incluso l’aeroporto internazionale e quello militare di Mezzah.

Secondo alcuni analisti militari sentiti dal Wall Street Journal, le testate chimiche usate il 21 agosto facevano parte di un bombardamento preventivo – anche convenzionale – per rompere le linee della guerriglia prima di un contrattacco dell’esercito.
Fino a luglio il governo siriano ha fatto affidamento sulla sua superiorità aerea per tenere a bada l’avanzata dei ribelli dalla periferia di Damasco, ma ora il vantaggio sta venendo meno. Secondo alcuni video usciti il 29 luglio, Liwa al Islam – che è uno dei battaglioni ribelli più impegnati nei combattimenti – ha abbattuto un elicottero con un missile terra aria da spalla (un Sa-8 Gecko di fabbricazione sovietica). Il gruppo ne avrebbe molti grazie ai saccheggi nei depositi dell’esercito e per gli esperti di tecnologia militare sarebbe stato molto difficile renderli operativi senza ricevere aiuto e istruzioni dall’esterno. Liwa al Islam ha minacciato il governo: ogni aereo che sorvolerà la Ghouta, la zona a est e sud della capitale, sarà abbattuto. E’ la stessa area delle stragi chimiche del 21 agosto.

Per il governo non va meglio con i corazzati. All’inizio di agosto i ribelli hanno conquistato un deposito a nord di Damasco e hanno trovato un tesoro, dal punto di vista strategico: centinaia di missili controcarro, di fabbricazione sovietica, come i Konkurs, ma anche occidentale, come i francesi Milan. Ora nelle vie strette sotto la tangenziale di Damasco è un massacro quotidiano di carri armati, colpiti a distanza ravvicinata.
Senza più la superiorità aerea garantita e con le unità a terra in difficoltà e in lento arretramento, la logica di Assad – non usiamo le armi chimiche perché stiamo vincendo – non regge. Il think tank Institute for the Study of War, che segue nel dettaglio i combattimenti, nota – in un’analisi scritta prima dell’ultima strage chimica – che cominciano anche a venire in superficie tensioni tra le forze governative. Imporre ai soldati gli ordini, soprattutto nel caso di operazioni che prevedono il bombardamento di settori abitati, è sempre più difficile ora che i ribelli spostano il fronte verso la città. E’ un altro motivo che costringe il comando siriano a impiegare le armi più letali dell’arsenale.

Ieri il presidente americano Barack Obama, che deve convincere il Congresso ad autorizzare l’attacco contro Assad, ha portato dalla sua lo speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner. Nei briefing con i senatori John McCain e Lindesy Graham, il presidente ha rivelato un dettaglio importante: una prima squadra di 50 ribelli siriani addestrati dalla Cia è già dentro la Siria.

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