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Il bel paraguru

Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”. Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi. La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo.

17 Giugno 2013 alle 12:32

Il bel paraguru

Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”. Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi. La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo da quando entrò a far parte dei saggi di François Mitterrand, al fianco di Jacques Delors, Michel Rocard e Jacques Attali. “Bernard-Henri Lévy, le Magnifique!”, titola il Point sulla mostra di BHL.
Bernard-Henri Lévy è ovunque. Come ti giri, c’è lui. Dalle pagine culturali di Le Point ai rotocalchi di gossip, sempre affamati dei suoi numerosi matrimoni falliti (l’ultimo con l’attrice Arielle Dombasle, che BHL ha lasciato per Daphne Guinness, ereditiera dell’omonima birra). La celebrità di BHL è pari solo all’odio che genera. Se il Nouvel Observateur lo ha definito “un disc jockey delle idee”, per il grande storico Pierre Vidal-Naquet ebbe a definirlo “un mediocre candidato al baccalaureato”. Bernard-Henri Lévy è un trittico vivente: logo, BHL; immagine, la camicia aperta; e messaggio, libertà, scritto a caratteri cubitali.

Sono uscite talmente tante stroncature del filosofo da aver inaugurato un autentico genere letterario: i “béachellien”. Eppure nessuno dei libri della campagna anti BHL che negli ultimi anni si sono riversati nelle librerie francesi ha colpito davvero nel segno. Non “L’abbiccì di BHL” di Jade Lindgaard e Xavier de La Porte, éditions de la Découverte, sottotitolo ironico: “Inchiesta sul più grande intellettuale francese”, né la voluminosa biografia di Philippe Cohen “BHL”, uscito per Fayard. Va bene smascherare l’egocentrismo di Lévy oppure dimostrare che la sua tanto famosa amicizia col comandante afghano Massoud era un bluff, o svelare quanto questo agitatore di idee conceda al narcisismo e alla mondanità, o denunciare il suo fascino per i potenti. Ma pretendere di riuscire a dimostrare che quel che scrive Lévy è tutta aria fritta è un esercizio ad alto rischio velleitario.
BHL è invidiato per il successo, i soldi, l’influenza, l’onnipresenza nel circo giornalistico, la sua insindacabilità qualsiasi cosa dica, faccia, scriva. E’ fisicamente odioso a molti, per via di quella camicia bianca perfettamente inamidata e sempre aperta sul petto. E’ criticato per gli aerei privati, la villa Getty a Marrakech, la casa a Tangeri e la lussuosa proprietà alle Seychelles. O per il volo che il presidente Mitterrand mise a disposizione per prelevarlo a Sarajevo e depositarlo a Colombe d’or, dove la brava società parigina era invitata al suo matrimonio, uno dei tanti. BHL, infine, è inviso per il suo iperattivismo: saggi, romanzi, libri fotografici, pièces, articoli, reportage, documentari, appelli, conferenze, tutto un profluvio di lavori siglati “BHL”.

L’intellettuale francese, che in un paese corporativo come la Francia sfugge colpevolmente alle classificazioni, ha molti meriti, dall’aver difeso Israele di fronte a una opinione pubblica come quella francese con forti tendenze antisemite, all’aver contribuito alla scarcerazione del più noto dissidente anticastrista, quell’Armando Valladares il cui libro sul gulag dei Caraibi BHL fece uscire per Grasset.
Ma Bernard-Henri Lévy, che fu maoista e poi trotzkista, resta nel profondo un opportunista, il conformista simbolo dei benpensanti di Francia. E’ uno che ci sta, un po’ l’emblema dei mandarinismi europei. In “Une vie”, l’opera di quel Philippe Boggio giornalista storico del Monde che avrebbe dovuto fare le pulci ad “amore, denaro, progetti e legami su cui BHL mantiene da trent’anni il totale segreto”, è definito “l’ultimo esemplare d’intellettuale impegnato”, ovvero “ciò che di meglio la Francia ha prodotto nel Ventesimo secolo”. O di peggio.
Quel BHL che oggi campeggia fra i simboli del capitalismo francese ed è riconosciuto da tutti come “il filosofo più ricco d’Europa”, ancora non molto tempo fa definiva il capitalismo come “la più formidabile macchina di morte che la storia abbia mai prodotto”. Il problema di BHL è che sceglie sempre il coro giusto di indignati. Quando uscì l’edizione francese del libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, BHL si accodò ai progressisti dicendo che lui era “nauseato”. E che Oriana Fallaci era un’ignorante, un’irresponsabile, una revisionista, una fascista. E paragonò – scusandosene con lo scrittore francese – “La rabbia e l’orgoglio” a “Bagatelles pour un massacre” di Louis Ferdinand Céline. “E’ un libro razzista”, disse BHL del volume della scrittrice italiana. “Con meno talento, è un ‘Bagatelle per un massacro’ antiarabo”.

Ancora più imbarazzante è stata la sua mobilitazione per il terrorista italiano Cesare Battisti, che ha paragonato al capitano Dreyfus, neanche fosse Sacco o Vanzetti, per i quali all’epoca anche Parigi si mobilitò per salvarli dalla sedia elettrica. Pur di non mancare alla serata organizzata al Théâtre de l’Oeuvre in solidarietà con il “perseguitato politico” Battisti, ci ha tenuto a far sapere di aver rinunciato a un impegno importante. Di fronte alla prospettiva che il perseguitato politico fosse estradato “in un paese in cui il presidente del Consiglio si sottrae ai giudici con ben altri mezzi di quelli di cui dispone Battisti”, che sia innocente o colpevole, il condannato-ricercato è innanzitutto vittima, altro che carnefice. Questa la posizione del prode BHL.
Nella primavera 2001, all’indomani del plebiscito pro Chirac e del linciaggio del candidato di estrema destra Jean-Marie Le Pen, Lévy si fa pago e orgoglioso della gioventù antifascista che un giorno sì e l’altro pure per due settimane di seguito riempie i boulevard di Parigi sotto lo striscione “no pasarán”. Ma si tende a dimenticare che il salvataggio dell’azienda paterna di BHL, la Becob, società d’importazione di legni africani – che secondo il noto intellettuale avvenne grazie alla stima da sempre dimostrata dall’industriale François Pinault per uno dei suoi più importanti concorrenti, André Lévy – è stato in realtà il frutto di un equo scambio: BHL garantisce infatti a Pinault, i cui legami con l’estrema destra di Le Pen sono noti, buone entrature a sinistra e nel mondo dell’editoria (manca ancora qualche anno perché Pinault arrivi alla proprietà di Fnac e Le Point).
E che dire degli amici? Quando uscì il pamphlet neoprogressista di Daniel Lindenberg contro i “nuovi reazionari”, Lévy – che all’epoca si trovava a Karachi, almeno così lui dice, per il romanzo-inchiesta sulla barbara esecuzione del giornalista ebreo-americano Daniel Pearl – pur non essendo finito nella lista dei cattivi di Lindenberg volle dire la sua. Non per difendere Alain Finkielkraut o Pierre-André Taguieff o Alexander Adler, tutti suoi amici, che di quella lista facevano parte. Al contrario, BHL decise di essere benevolo con Lindenberg e di andar giù pesante con gli amici di un tempo, possibilmente ridicolizzandoli. Sempre da bravo opportunista.

O cosa dire del Lévy ammiratore di Dominique de Villepin, all’epoca in cui da ministro degli Esteri s’affannava a difendere lo status quo nell’Iraq di Saddam Hussein? All’inizio BHL si era sforzato di farsi piacere la campagna d’Iraq, ma non c’era riuscito.
Allora Lévy attaccò “questa guerra imbecille e improvvisata dovesse finire domani, il bel lavoro di questi Stranamore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale, e della loro idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum, hanno scelto di rimanere sordi agli avvertimenti dei loro alleati”. E se per i boulevard di Parigi sfilavano quei cortei di sinistra vergognosi e inneggianti al terrorismo qaidista in Iraq, per BHL bisogna ringraziare quella “banda di ignoranti e ottusi che regna nei pensatoi della Casa Bianca, ignoranti della storia, della realtà delle guerre e di quella delle religioni”.
BHL ha una qualità unica, essenziale per emergere nel mondo del giornalismo: si identifica con una causa, la fa sua, la mette al servizio del proprio successo, salvo contraddirsi per sposarne un’altra. Una volta è la redenzione dei poveri del pianeta con l’Action internationale contre la faim. Un’altra volta è la guerra al razzismo con Sos Racisme. Un’altra volta ancora è la militanza per i bosniaci assediati dai serbi (ne nacque un bel film, “Bosna!”, in cui rende omaggio agli abitanti di Sarajevo).
Una vita dunque sempre dalla parte degli oppressi, ma con qualche sbandata reazionaria che BHL ora tende a cancellare dalla propria biografia. Come quando prese posizione in favore dei contras, che in Nicaragua combattevano i comunisti sandinisti.
Mito, logo, icona, BHL è diventato persino parte di un arredamento d’interni, come quando ha preso parte a un servizio fotografico nei suoi quattrocento metri quadrati a Saint-Germain-des-Prés (quartiere storico della crème della “pensée philosophique” parigina), o all’“hotel particulier” di seicento metri quadri con vista sull’Arc de Triomphe.
Ad essersi sottratto al coro a favore di BHL è stato il solo Philippe Cohen, che ha accusato il filosofo-celebrità di aver “seminato per trent’anni, per dimostrazione o per omissione, decine e decine di semiverità o di controverità, come altrettanti sassolini sul cammino della felicità mediatica”. Si sa, per diventare una star ci vuole tanta flessibilità. Così, quando Aleksandr Solgenitsin è in disgrazia, BHL dichiara dalle pagine del Quotidien de Paris che il grande scrittore sovietico non è poi questo grande autore, ma un mediocre. Poi però, quando Solgenitsin diventa il darling dell’anticomunismo, BHL lo definisce “lo Shakespeare dei nostri tempi, il nostro Dante”.

BHL incarna anche i peggiori luoghi comuni francesi. In “American Vertigo”, resoconto di un viaggio in automobile – con autista – che ha intrapreso negli Stati Uniti sulle orme di quello compiuto da Tocqueville (niente meno), emerge tutto il paradosso del filosofo. C’è un passo emblematico della sua profondità: “Un altro incidente, nel pomeriggio, un altro avvenimento che richiama Tocqueville: prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole. Avevo appena iniziato, quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. E’ un’auto della polizia. ‘Che cosa sta facendo?’. ‘Sto prendendo una boccata d’aria’. ‘Prendere una boccata d’aria è proibito’. ‘Ok, sto facendo pipì’. ‘Far pipì è proibito’. ‘Allora mi dica cosa è permesso?’. ‘Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade’. ‘Non lo sapevo’. ‘Ora se ne vada’. ‘Sono francese’. ‘Non me ne importa niente che lei sia francese. La legge è uguale per tutti’”. E pensare che si era richiamato a Tocqueville.
Ma forse per capire BHL basta leggere la sua epopea per quella che è. Quella dell’erede prediletto di Jean-Paul Sartre, a cui BHL ha dedicato un celebre libro-peana, “Il secolo di Sartre”. Altro che l’apologia dell’engagement. Altro che mito delle caves, del Café Flore o del Deux Magots. Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu il più mansueto funzionario della cultura. “Sartre si preoccupava esclusivamente della propria carriera letteraria ed era pronto a scendere a compromessi con le autorità per questo scopo”, ha scritto anche l’americano Michael Curtis in un libro sulla Francia collaborazionista. Sartre scrisse per Comoedia, il settimanale finanziato dai tedeschi, le sue “Mosche” ebbero il beneplacito della censura nazista, occupò la cattedra di Filosofia di un amico ebreo deportato e a una prima brindò con le SS. Anche la sua compagna, Simone de Beauvoir, lavorò alla Radio nazionale nella Parigi occupata, così come Cocteau, Miró, Matisse, Braque e Kandinsky esposero quadri durante il periodo di Vichy.

Il “petit camarade” Sartre, che si recò in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno, dopo la guerra riscrisse la propria immagine di grand résistant. In verità fu un attendista e un approfittatore. Altro che coraggio sartriano per cui di fronte al male si può soltanto collaborare o resistere (BHL ci ha costruito una carriera sopra). Molto meno eroico fu l’atteggiamento dell’intellettuale francese nella Città delle Luci sotto i nazisti. Come quando ha taciuto gli orrori del gulag per non avvilire il morale degli “operai di Billancourt”.
Due opportunisti innamorati di se stessi, Sartre e BHL. Il brutto “anatroccolo” pensante e il “il gran commentatore di tutto”, come Serge Halimi ha definito BHL. Il mentore con la pipa e l’epigono col ciuffo raffaellesco. Entrambi circondati da una adulazione quasi sovietica.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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