cerca

Zu’ Giulio, prescritto e mascariato

Quello ad Andreotti e all’andreottismo doveva essere un processo fatto dalla politica, capace di avviare una seria riflessione sui fenomeni che hanno distorto e a volte inquinato la Prima Repubblica. Invece si è celebrato un lungo processo penale che ha trascinato cinquant’anni di storia politica nel chiuso di caserme e procure. Con la conseguenza che, alla fine della giostra, il sipario della prescrizione è calato non solo su Andreotti ma su tutta la Democrazia cristiana, da De Gasperi a Scelba, da Fanfani a Moro fino a Rumor. Un’ingiustizia”. Emanuele Macaluso, con i suoi 89 anni, non si dà pace. Da dirigente e parlamentare del Pci, da direttore dell’Unità e poi da polemista mai banale e mai corrivo, ad Andreotti e al processo di Palermo ha dedicato critiche severe.

6 Maggio 2013 alle 21:30

Zu’ Giulio, prescritto e mascariato

Quello ad Andreotti e all’andreottismo doveva essere un processo fatto dalla politica, capace di avviare una seria riflessione sui fenomeni che hanno distorto e a volte inquinato la Prima Repubblica. Invece si è celebrato un lungo processo penale che ha trascinato cinquant’anni di storia politica nel chiuso di caserme e procure. Con la conseguenza che, alla fine della giostra, il sipario della prescrizione è calato non solo su Andreotti ma su tutta la Democrazia cristiana, da De Gasperi a Scelba, da Fanfani a Moro fino a Rumor. Un’ingiustizia”. Emanuele Macaluso, con i suoi 89 anni, non si dà pace. Da dirigente e parlamentare del Pci, da direttore dell’Unità e poi da polemista mai banale e mai corrivo, ad Andreotti e al processo di Palermo ha dedicato critiche severe. Ma senza mai entrare nel conflitto tra accusa e difesa, tra colpevolisti e innocentisti, tra chi applaudiva alla criminalizzazione dell’illustre imputato e chi invece riteneva che l’accusa di mafia fosse nient’altro che una congiura ordita da magistrati senza scrupoli per dare la definitiva spallata a un potere che la sinistra, da sola, non avrebbe saputo mai conquistare. Per Macaluso, il processo avviato da Gian Carlo Caselli nel 1993, in seguito a una relazione della commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, ha avuto solo il merito di avere inchiodato per oltre sei anni il paese in una discussione fuorviante: “Abbiamo tentato di stabilire se Andreotti ha baciato o meno Totò Riina, boss dei corleonesi, se è andato a caccia con Stefano Bontade, detto ‘il Principino’, se ha stretto la mano o ha semplicemente salutato da lontano i terribili cugini Nino e Ignazio Salvo, se ha scavalcato nottetempo una finestra di Villa Igea per sfuggire alla scorta di guardia all’albergo e incontrarsi segretamente con i mammasantissima di Cosa nostra riuniti per un summit a Palermo”.

Dettagli, da procura e da caserma appunto, che si arenarono nella sentenza di assoluzione piena emessa dai giudici di primo grado e che, in ogni caso, non ci hanno mai spiegato perché “la politica del Dopoguerra abbia governato il paese con un personale che ha usato o tollerato per un tempo così esteso la mafia e la corruzione”. Non solo. Quando, a conclusione del processo di secondo grado, la sentenza ha assolto Andreotti per i fatti successivi al 1980 e ha mandato in prescrizione collusioni e complicità di tutti gli anni precedenti, “di fatto venivano prescritte collusioni e complicità di tutta la Dc: perché è vero che Andreotti aveva come suo uomo di fiducia in Sicilia quel Salvo Lima che nel marzo del ’92 viene ammazzato a Mondello da due killer della mafia, ovviamente mandati dai boss a regolare vecchi conti; ma è altrettanto vero che Lima, come ebbe a dire lo stesso Andreotti, non era un demonio in un mondo di agnelli; era campiere di un feudo, quello democristiano, che poteva contare su grandi mediatori, alcuni anche di alto livello: dal vecchio Bernardo Mattarella a Salvatore Aldisio, da Mario Scelba a Franco Restivo a Giuseppe La Loggia; ma che alla bisogna sapeva anche avvalersi di Vito Ciancimino o di Giovanni Gioia che furono, per Amintore Fanfani, esattamente quello che Lima è stato per Andreotti: uomini che per la gloria e i voti del partito sapevano come sporcarsi le mani. Si potrà mai dire alla luce di tutto questo che il processo di Palermo è stato un atto di giustizia e verità?”.

La chiamata di correità, del resto, l’ha fatta lo stesso Andreotti in una delle tante udienze. Dopo avere ammesso, a sua difesa, che non solo sapeva della mafia, ma aveva fatto anche di tutto per combatterla – ha citato il decreto firmato da lui, presidente del Consiglio, per riportare nelle patrie galere i boss della cupola mafiosa inchiodati da Giovanni Falcone con il maxiprocesso ma scarcerati per decorrenza dei termini – il navigatissimo senatore ha detto chiaramente ai giudici che, fin dallo sbarco degli americani, tra politica e mafia si era instaurato di fatto una sorta di “quieto vivere”. Un mutuo soccorso che certo non riguardava solo Lima e la corrente andreottiana in Sicilia. Perché di quel “pactum sceleris” si era avvantaggiata tutta la Dc e con lei tutti i partiti che avevano governato con la Dc. Macaluso, su questo punto, non ha dubbi e per meglio sostenere le sue argomentazioni ricorda l’intervista rilasciata nel novembre del 2002 al Corriere della Sera da “quel galantuomo” di Giuseppe Alessi, padre fondatore della Democrazia cristiana, seguace di don Sturzo e primo presidente della regione siciliana: “Dovevamo fermare i comunisti a qualsiasi costo”, aveva ammesso Alessi nella lunga conversazione con Francesco Merlo. Lasciando così intendere che, in base a quel principio, la stragrande maggioranza della Dc aveva preferito governare con i patriarchi della mafia, come Genco Russo o Calogero Vizzini, “anziché cedere un millimetro di potere e di legittimazione ai comunisti di Stalin e di Krusciov”.

La citazione di Alessi consente a Macaluso di essere persino impietoso: “Andreotti sarà pure stato il più cinico, o il più spregiudicato com’era del resto nel suo stile. Ma mi volete prendere per favore un discorso di De Gasperi, di Moro o di Fanfani in cui ci sia un esplicito attacco alla mafia? Non lo troverete mai per il semplice fatto che non esiste. La Dc non era di certo identificabile con la mafia, è vero; ma è altrettanto vero che la mafia ha goduto per quasi trent’anni di tutta la tolleranza di cui era capace la Dc. Tutta la Dc”.

Nasce a questo punto una domanda obbligata: ma il processo di Palermo, accolto con tanto clamore dai mezzi di informazione e con tanti applausi da tutte le forze politiche, andava o non andava fatto? Caselli ha sostenuto a più riprese che sul suo tavolo c’erano dichiarazioni di pentiti che nessun magistrato avrebbe potuto ignorare. Macaluso evita di entrare in polemica. Anzi, ricorda di non avere mai detto che il processo fosse basato sul nulla. “Tra le carte c’erano tanti fatti, tutti riconducibili alla famosa tolleranza della Dc”. La verità, spiega, “è che a quel tempo, siamo nel 1993, si è voluto trasformare Andreotti in un simbolo della Prima Repubblica”. E per capirlo basta rileggere la relazione della commissione Antimafia, “un vero e proprio atto di accusa”, scritta e approvata dopo che il presidente Violante aveva interrogato, con la sua abilità di magistrato, Tommaso Buscetta, il pentito che aveva consentito a Falcone di istruire il maxiprocesso e di incriminare la cupola di Cosa nostra. Il boss dei due mondi, secondo le incantate definizioni dei più sgamati maestri del giornalismo italiano, non aspettava altro e parlò a lungo della misteriosa “Entità” che, a suo dire, era stata per anni dietro Lima a protezione di Cosa Nostra. “Quella relazione”, ricorda Macaluso, “fu approvata con il consenso non solo della Dc ma anche di tutti i partiti, dai socialisti ai liberali, che avevano governato per quarant’anni fianco a fianco con Andreotti. E tutti i partiti avevano ben chiaro che quella relazione sarebbe diventata la forca mediatica, prima che giudiziaria, alla quale la procura di Caselli avrebbe poi appeso il vecchio senatore”.

Macaluso non è uomo che si nasconde dietro il dito. In quel singolarissimo sinedrio che si ritrovò concorde ad approvare la relazione d’accusa nei confronti di Andreotti non c’era solo Luciano Violante nella sua veste di compositore, concertatore e direttore d’orchestra. C’erano anche e soprattutto gli eredi di quel Pci che nel 1976 aveva dato vita al cosiddetto “governo di solidarietà”, partorito da un accordo tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e scrupolosamente affidato proprio alle sapienti mani del divo Giulio. Certo, di acqua sotto i ponti ne era passata tanta, e non sempre limpida. Ma quale “damnatio memoriae” ha spinto Violante e gli altri ex comunisti a trasformare con tanta fretta Gesù in Barabba e a invocare subito la crocifissione? Andreotti era stato sempre per il Pci un uomo di rispetto. Fortebraccio, mitico corsivista dell’Unità, amava scuoiare tutti i leader democristiani ma evitava accuratamente di dedicare un rigo o una battuta all’amico che intanto passava, con la massima disinvoltura, da un governo di centrodestra a un governo di centrosinistra, da una politica segnatamente atlantica a un abbraccio sin troppo smaccato con il leader palestinese Yasser Arafat.

Era stato uomo di rispetto anche per Berlinguer che nel ’76, nonostante la sua grande sensibilità nei confronti della questione morale, non annusò l’odore di zolfo. Un odore che, stando alla sentenza della Corte d’appello di Palermo, doveva necessariamente esserci: l’assoluzione valeva per gli anni successivi al 1980, non per gli anni precedenti, caduti invece in prescrizione. “Che Berlinguer non si fosse posto nemmeno per un istante la questione della mafiosità di Andreotti, è nei fatti”, racconta Macaluso. “Il giorno in cui si è tenuta la direzione che avrebbe dato via libera al governo di solidarietà, io che di quella direzione facevo parte, ho preso Enrico in disparte e gli ho detto se non era forse il caso di chiedere alla Dc che il governo fosse presieduto dallo stesso Moro, anziché da Andreotti. Ma ho avuto una risposta che non lasciava spazio ad alcuna replica. Berlinguer mi disse che Moro non sentiva ragioni e che la Dc avrebbe accettato il governo solo se a guidarlo fosse stato Andreotti. Il quale, evidentemente, era l’unico in grado di garantire al Vaticano che la strana alleanza con il Pci non avrebbe mai portato i bolscevichi di Breznev ad abbeverare i loro cavalli nelle fontane del Palazzo apostolico. Andreotti, ma questo non è un mistero, è stato all’un tempo ministro dei governi italiani e del Vaticano: con Pacelli, con Giovanni XXIII, con Paolo VI, con Wojtyla che, mentre era ancora in piedi il processo per mafia, non ha avuto alcuna esitazione ad abbracciarlo pubblicamente in piazza San Pietro”.

Eppure, nonostante le benevolenze e le benemerenze, l’inaffondabile Andreotti, per sette volte presidente del Consiglio, si ritrova nel 1993 ai piedi del patibolo pronto a indossare il saio ed essere immolato. Solo. Perché tutti i suoi compagni di strada sono nelle piazze e negli studi televisivi a tifare per Caselli e per i tre sostituti – Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli – che in tribunale avrebbero sostenuto l’accusa. In prima fila, tra gli ultrà del pollice verso, c’era Leoluca Orlando, che pure, subito dopo la sua prima elezione a sindaco, aveva avvertito il bisogno di recarsi in casa di Salvo Lima per porgere i suoi rispettosi ringraziamenti. Come mai?

L’analisi di Macaluso torna al cuore nero della politica italiana. Alla Sicilia. “La mafia, che per anni aveva garantito il quieto vivere, si era fatta stragista e non sentiva ragioni. Voleva tutto per sé. E se la politica non veniva in suo soccorso, per difenderla da Falcone e dagli ergastoli, sommava stragi su stragi, delitti eccellenti ad altri delitti eccellenti. Fino al plateale assassinio di Salvo Lima. Un delitto che fu certamente un segnale per Andreotti, allora quasi sul punto di diventare presidente della Repubblica. Ma anche per tutti quelli che avevano governato con lui. Andreotti capì che per lui non c’era più scampo, politicamente si intende: infatti al Colle salì Oscar Luigi Scalfaro. Mentre i capi della Democrazia cristiana, quelli sopravvissuti alla mannaia di Mani pulite, capirono che la fucilazione giudiziaria di zu’ Giulio, come lo avevano nel frattempo ribattezzato i giornali, immergendolo nel fonte maleodorante del peggiore sicilianismo, avrebbe comunque assolto il partito e quanti, nel partito, avevano traccheggiato con la mafia. Come lui”.

Altro che giustizia. Per Emanuele Macaluso, “la sentenza definitiva che divide la vita politica di Andreotti tra il mafioso prescritto fino al 1980 e l’antimafioso convinto per tutti gli anni a seguire, è un capolavoro. Tutti contenti: sia quelli che leggono la sentenza come una condanna, all’italiana, sia quelli che la leggono invece come un’assoluzione, sempre all’italiana. Il trasformismo giudiziario non è diverso da quello politico”.

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi