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L’Italia di Marini

Da qualche parte, nell’Italia di Franco Marini, all’ora di pranzo riempiono la bottiglia d’acqua dal rubinetto, la mettono in tavola, e giudiziosamente la mamma ci versa dentro una bustina di Idrolitina. E non cinguetta, l’Italia di Franco Marini, non sta lì pendente dal becco del passerottino di Twitter – ai tordi fischiano, casomai: ché essere di poche parole va bene, ma ad essere di poche battute ci si sente un po’ coglioni. Non ci sono le bio osterie, nell’Italia di Franco Marini, ma le osterie e basta – “e non siamo mica all’osteria!”, urlò da presidente del Senato a certi buzzurri del centrodestra che la caduta di Prodi festeggiavano in Aula con spumantino e fette di mortadella.

22 Aprile 2013 alle 10:00

L’Italia di Marini

Da qualche parte, nell’Italia di Franco Marini, all’ora di pranzo riempiono la bottiglia d’acqua dal rubinetto, la mettono in tavola, e giudiziosamente la mamma ci versa dentro una bustina di Idrolitina. E non cinguetta, l’Italia di Franco Marini, non sta lì pendente dal becco del passerottino di Twitter – ai tordi fischiano, casomai: ché essere di poche parole va bene, ma ad essere di poche battute ci si sente un po’ coglioni. Non ci sono le bio osterie, nell’Italia di Franco Marini, ma le osterie e basta – “e non siamo mica all’osteria!”, urlò da presidente del Senato a certi buzzurri del centrodestra che la caduta di Prodi festeggiavano in Aula con spumantino e fette di mortadella. Ha certo un suo indefinito color seppia, l’Italia di Franco Marini, come di foto ritrovate sul fondo di un cassetto, come un filmatino in Super 8 della cresima del nipote giù al paese, come una filastrocca del vecchio libro delle elementari, “viva la mia cara dolce mammina / e per la festa che s’avvicina / il mio regalo è il ritornello / viva la mamma che fa il mondo bello!”: che persino c’era con la mamma il papà, non genitore B e genitore A, pure i nonni esistevano, mica andavano in crociera o a mostrar l’accensione patetica degli ultimi fuochi da Maria De Filippi. Ci si vergognava un po’ di più, essendo poi la vergogna quasi esatta misura dell’intelligenza. E c’era il sindacato, che contrattava per gli operai – ed era cosa diversa la concertazione dal concertone del Primo Maggio, c’erano i postini della Cisl, la democristianeria avvolgente e protettiva e infine soffocante, stato e parastato, il contratto nazionale e sempre lo scudocrociato – che s’intuiva, più che altro, perfetto partito (perfetta percezione) da mezza stagione. Un’Italia che si bastava – seppur di tromboni e di trombette (in bocca) e di mezze cartucce a mezz’aria sospese, a coglionaggine ma solo soft esibita: ché la mezza cartuccia, in fondo, cartuccia bagnata restava per sempre, in saecula saeculorum, e dentro la sua patetica delimitazione si alimentava e si contentava: non sul fondo di un video né a far proclami su YouTube né a mostrare livore di cuore, dicendo che il cuore prima di tutto usa e del cuore fa mostra: certi te lo soffocano, il tuo, di cuore, pur di riuscire a dimostrarti la grandezza del loro. Si sapevano peccatori – e del peccato (di supponenza, soprattutto) prendevano misura e raramente permettavano l’esondazione. C’erano sempre i Don Circostanza, “l’amico del popolo”, nell’Italia di Marini, come nell’epica di “Fontamara”, una folla, ché sono i Don Circostanza sempre l’altra faccia della stessa moneta che ha in effigie Don Abbondio, il ciarlatano e il vile che mirabilmente s’accoppiano: ma il loro far danni era limitato, la loro colpa a volte infine espiata. Non facevano i capipartito, non facevano ad altri la morale – non avendone di propria.

Era l’Italia con il senso delle cose, quella di Marini. Italia passata, Italia abbandonata, Italia definitivamente defunta – i contorni sfumati, i confini indefiniti, quel po’ di grigio che confonde e protegge. Italia anche delle cose non dette – che non sempre è necessario dir tutto, per capire tutto. Aveva una sua forma di arcaica civiltà, dove non ogni sentimento doveva essere buttato come un pezzo di carne nella gabbia delle bestie feroci, come fosse civiltà il disvelamento di tutto – perciò, come ubriachi molesti e bavosi, si va sempre deambulando a gridare di ogni cosa di voler “la verità! la verità”, spesso confondendo la stessa con la propria paranoia. L’altro giorno, a Montecitorio, l’Italia di Franco Marini (l’Italia che fu) è stata definitivamente archiviata. Malamente, brutalmente archiviata. E non perché l’ex segretario cislino non sia stato eletto presidente: nel gioco politico questo è il rischio, ed è persino un bel rischio. Ma per il modo, che molto offende. E’ il sabba infernale/paradisiaco, il cosmòdromo dei bene intenzionati messo in scena intorno alla sua figura: l’evocare l’uomo del secolo scorso, mentre si sosteneva l’altro candidato che la sua esatta età ha – ah, il giurista! ah, che ruotar di diritti innanzi agli occhi! ah, a dir di tanta dismisura in un mondo di misure! – il fantasma inquieto e malato dell’inciucio tirato fuori dall’armadio ogni volta che un chiodo nel palmo dell’altro si vuole martellare, il Caimanetto fiorentino che di offesa all’italica nazione tutta parla nel caso di elezione dell’ex segretario popolare. E le folle fuori appostate – non a curiosare, ma a rumoreggiare, a insultare persino il mite Buttiglione, a farsi intronizzare come distillato della più pura democrazia, la spremitura vitaminica costituzionale, per poi ieri darsi il cambio con quelle centrodestriste, a pagnottelle di mortadella, a identica, una stampa e una copia, mestizia di grido e d’insulto. E l’immagine incredibile di certi iscritti al Pd – al mio partito – mentre bruciano in piazza le tessere (e in piazza ogni fuoco/fuochino/fuocherello andrebbe sempre evitato: non si sa mai dove vanno a finire le fiamme spinte dal vento, più spesso dagli umani) a orrore della candidatura di Marini, a sdegno insopportabile, come se invece di un antico capo sindacalista – a onore, persino a retorico onore della sinistra – si fosse scelto di votare Tambroni o Previti o Starace (Achille, non Francesco). Sono giorni di martello e di chiodi e di apriscatole, questo – giorni di ferramenta, giorni di ferraglia.

Tutt’altra Italia, è stata preferita all’Italia di Franco Marini. Anche quella di Prodi è tutt’altra cosa: come passare dalla sacrestia (a parlar col prete) al dibattito (a parlar di Dio). Era, l’Italia di Franco Marini, l’Italia da alpini, penne nere e cappelluccio calato sugli occhi, tenente della Tridentina, “è stata l’esperienza fondamentale della mia giovinezza, sa che chi è alpino lo resta per tutta la vita?”, a far annuale adunata, e alpino e fidanzatino tornò dalla sua bella, da Bressanone in licenza, “ero imbarazzato e io ero buffo con il cappello in testa”. Giù nel paese mariniano – ove i confini erano marcati, ma le sentinelle non montavano di guardia – le cose si tenevano e insieme si mischiavano, “io cattolico, lei laica, io democristiano, lei figlia di comunisti”, che per la prima volta votò scudocrociato quando il marito si candidò, all’inizio degli anni Novanta, “fu per lei un grande gesto d’amore votare Dc”, figurarsi un po’. E certe cose come nei film di Risi, come i “poveri ma belli” della commedia e della quotidianità, come in certe rievocazioni di Pupi Avati, accadevano così: “L’avevo già notata quando lei era al ginnasio e io al liceo, ma era una ragazzina. Poi, qualche anno più tardi, in una di quelle festicciole che si facevano in provincia, i ragazzi di qua e le ragazze di là, mi sono interessato a lei”. C’è odore di ciambellone fatto al forno di casa, di chinotto, caffè nei thermos, in questa festa provinciale con il giovane alpino e la giovane figlia del comunista che si scrutano dai lati opposti della stanza. L’Italia di Marini è quella che va al liceo Marco Terenzio Varrone di Rieti, altro che Erasmus – e su spinta della professoressa delle medie, “questo ragazzo deve andare al liceo” – e non ci sono tutti quei nomi di gran licei gesuitici che ognuno sa e che ognuno teme, e che ognuno che frequenta almeno l’eredità di uno studio notarile ha in prospettiva. Nascere a San Pio delle Camere, tra lo zafferano e il Gran Sasso, poco più di seicento abitanti (quasi la metà dei grandi elettori che Marini prima lo hanno mal digerito e poi rigettato), dà certo una prospettiva diversa sul mondo – e una volta quasi l’intera Italia pareva nata in un borgo di pochi, con poche storie. Essenziali, però.

E’ tutt’altra Italia: non le grandi scuole e i grandi viaggi e lo sbuffo sdegnoso della tecnocrazia montiana – ai conti tenuta, ai conti devota, pur se un po’, soccorre Oscar Wilde, il costo di tutto sembra conoscere e il valore di tutto quasi sempre ignorare. Pur se in lingua inglese lo ignorano – e all’Italia mariniana rimproverano anche di non sapere le lingue, e dove lo mandi che s’impressionano i mercati?, loro che perennemente dai mercati sono impressionati. Una fede cieca e stitica nei dividendi e nelle semestrali di cassa, senza redenzione, poco bene e poco male – e nell’Italia di Marini direbbero che forse somigliano a quel che il bue lascia lungo il suo percorso, “nen puzz’e e nen òl”, non puzza e non ha buon odore. O quella un po’ goduriosa e mignottesca e spaccona del liberalismo in salsa arcoriana (né Arcore come San Pio risulta: tutti i paesi sono paesi, ma nessun paese si somiglia: come l’Italia che muore e quella che vive, o spasima). O meno ancora, e per meglio dire, l’Italia degli ottimati di sinistra che Marini ha bastonato e annegato – rumorosamente annegato (“n’arrutàte di denti” si sono dati) l’uomo che “uccideva con il silenziatore”, come a lode, non certo a disdoro diceva del ragazzo marsicano il suo antico maestro Donat Cattin. E’ questa Italia carsica, che col meglio sempre si identifica, e nessun meglio al proprio meglio assomiglia, così perbene e così fanatica, così di glaumor e intelligenza pronta a far sfoggio, col birignao magari, con il nasino che si arriccia a mo’ di cagnetto da tartufo che il tubero fiuta e la verità annusa – ma così credulona, tanto da credersi essa stessa sempre verità e da farsi essa stessa sempre Tartufo.

Quasi mai veramente snob, spesso banalmente snobistica, così da confondere l’alterigia con la classe. E magari al bio arredamento votata, chissà con quale raccapriccio avrebbe osservato l’Italia democristiana di Marini, che quando era segretario del Ppi nel suo studio aveva appeso un quadro dono degli amici della Cisl di Sulmona, borgo abruzzese famoso per i confetti, e l’opera uno scudocrociato rappresentava, ma tutto fatto appunto di locali confetti, la croce e lo scudo, opera sublimamente kitsch e glicemica, tra la devozione politica e un’involontaria e geniale evocazione di Arcimboldo. (Di terrificanti regali, del resto, questa Italia non è meno sparagnina dell’altra, e a Marini regalarono anche lo scheletro di una bocca di squalo – peraltro, quando batté in preferenze Vittorio Sbardella, allora Squalo dell’andreottismo calante). E nell’Italia che si fa all’ammasso europeista, che mette di mezzo con studiata vanità il suo bignamino di padri continentali e istituzioni sovranazionali, e tutti a far risalire i quarti della propria nobiltà ai massimi pensatori e alle massime elaborazioni, così Marini spiega la sua di ragazzotto figlio di povera gente e con molti fratelli che si faceva democristiano all’alba degli anni Cinquanta: “Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Sono stato a Roma per la prima volta nel 1950, con un viaggio organizzato dai ‘baschi verdi’ cattolici. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?”. Era, diceva, la Dc “un mostro positivo” – e a quella sorta di Idra non con nove ma con novantanove teste intestò in buona parte anche la sua Cisl, dopo la stagione più eretica e laica di Pierre Carniti. “Carniti era di sinistra e veniva dall’esperienza elitaria dei metalmeccanici. Io, democristiano, mi ero fatto le ossa nelle zone agricole della Marsica”.

Perché poi l’Italia di Marini – il “lupo marsicano” che certe notti prende la macchina e da solo raggiunge San Pio e passeggia nel buio nel paese deserto, “ascolto il suono dei miei passi, ritrovo i rumori e le impressioni di quando ero bambino” – si porta dentro, e sempre contiene, fosse pure sul fondo del fondo, dove l’occhio più non arriva ma la memoria sempre, qualcosa di “Fontamara”, l’epica dei cafoni della Marsica scritta da Ignazio Silone: ché fu appunto tra quei braccianti miserevoli e caparbi che Marini cominciò la sua carriera, che poi l’avrebbe posto sotto l’occhio di Giulio Pastore. C’è sempre in quell’Italia qualcuno che sa e che ricorda, come sapevano e ricordavano i poveri fontamaresi: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”. Il sindacalista Marini – ma bene intenzionati, tacchineschi e vacui e supponenti, avrebbero forse sputacchiato pure su Luciano Lama, avrebbero avuto da insegnare pure a Giuseppe Di Vittorio –  firmò da quelle parti il suo primo contratto, “per rendere stabile il lavoro di duemila braccianti. Ancora adesso qualche vecchio che mi incontra ad Avezzano mi offre da bere”.

Chissà, forse l’Italia di Marini è davvero solo un inservibile residuato – con i suoi drammi veri, il passo posato, le piccole virtù che se non accendono passioni non accendono neanche roghi (nemmeno quelli mediatici). Era fatta di ciò di cui oggi non c’è quasi più traccia, e le trasgressioni sembravano non più grandi di certe sceneggiature dei film della commedia in bianco e nero. “Una notte fui beccato a cavalcioni sul cancello del centro studi Cisl di Fiesole da Bruno Storti, allora segretario. Rientravo in piena notte da una festa da ballo con addosso il vestito buono di Carniti, a quadrettini marroni. Non mi cacciarono per un pelo”. Ecco, c’è un’Italia per la quale il vestito buono era a quadrettini marroni – non può mai essere esistito, esteticamente, un pensiero capace di considerare bello un vestito a quadrettini marroni: e perciò a Marini, che una sua forma di eleganza ha raggiunto e coltiva (con i suoi velluti, i suoi quadrettini, le sue giacche) pure questo è stato rimproverato, una povertà da grisaglia ministeriale. O da banchiere – ché è l’era in cui i banchieri si fanno ministri e statisti, e non agli statisti obbediscono, e innalzano le stock option quali bandiera e Costituzione. O un altro scherzo datato come quei contratti bracciantili di mezzo secolo fa, “come quando mi travestii da bella di giorno infilandomi a stento un vestito di mia sorella e aspettai un compagno di liceo, il più timido, in una casa di campagna”. C’era la televisione di Bernabei, nell’Italia di Marini. “Rischiatutto” con Mike, Bartali contro Coppi, “Tribuna politica”. Conquiste del lavoro da sfogliare. Magari l’Eco di san Gabriele da visionare. La processione con il prete. Le colonie estive degli statali. Le lotte contrattuali. Gioventù all’ufficio contratti e vertenze. “Sono stato il miglior contrattualista della Cisl”. Pure un matrimonio durato oltre mezzo secolo – e la moglie (scomparsa da poco) che gli diceva: “Tu eri bullo da giovane, e passi. Ma essere bullo da vecchio è imperdonabile”.

Non il suo innocuo bullismo hanno creduto imperdonabile, i suoi (non) grandi elettori. Un tantino schifiltosi, sempre esageratamente pretenziosi, è la sua Italia che hanno condannato alla definitiva uscita di scena. Tocca a lui tirare il sipario su quella storia – così italica, ora così dannata. E’ rimasto, come fa una Madonna dalle sue parti durante una processione, immobile a guardare se per caso dall’orizzonte apparisse san Giovanni per annunciarle la resurrezione del Figlio. Più facile provare a fidarsi dei braccianti. Si accenderà l’ennesimo sigaro, adesso, Franco Marini – la sua Italia è un’Italia felicemente tabagista, lui che sempre si mostra con la pipa e tira di toscano, e la vociante giornalista lo arpiona sotto casa: “Mi fa vedere la sua pipa?”, dono di Gianni Letta – ché in quella zona e in quell’Italia le cose e i destini si incrociavano curiosamente. Avrà trattenuto la rabbia, il bullo Marini. Sarà magari di notte a passeggiare per le stradine di San Pio. “Virtus in periculis firmior” – la virtù più salda nei pericoli, dicono i corazzieri in mezzo ai quali si sono rifiutati di spedirlo. Molto saggio, certo. Ma ancor di più lo è, e Marini lo sa, quel che dicono dalle sue parti: “Pè jucà a lu lotte ce vò du persone: une che scrive e Criste che detta”, che per giocare al lotto bisogna essere due: uno che scrive e Cristo che detta. E questa era la sua ultima partita. Ma lo stesso non era la sua partita.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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