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La primavera araba nasce con la guerra in Iraq, ma non basta

L’invasione di Babilonia ha rivoluzionato per sempre la storia del mondo arabo islamico. Parla uno dei massimi storici militari viventi, Victor Davis Hanson

16 Aprile 2013 alle 06:59

La primavera araba nasce con la guerra in Iraq, ma non basta

Una settimana fa, dalle colonne del New York Times, il dissidente iracheno Kanan Makiya ha scritto che la guerra in Iraq è stata il vero forcipe che ha aperto il mondo arabo all’esplosione popolare della “primavera araba”. Considerato assieme all’inglese John Keegan il massimo storico militare vivente, Victor Davis Hanson, grecista docente a Stanford, ci dice che Makiya ha ragione, ma con alcuni distinguo. Hanson ha legato coi suoi studi la superiorità bellica occidentale non solo alla supremazia tecnologica, ma soprattutto alla disponibilità a combattere per la libertà. Per questo dall’11 settembre 2001, Hanson, autore di bestseller come “Massacri e cultura” (i suoi libri in Italia li pubblica Garzanti), è stato uno degli intellettuali più ascoltati dal vicepresidente Dick Cheney e dall’ex segretario della Difesa Donald Rumsfeld.

  

“L’idea che Saddam Hussein, un dittatore arabo, venisse arrestato e umiliato, processato in una corte civile e ritenuto colpevole di genocidio e giustiziato, è questo che ha scatenato la ‘primavera araba’”, dice Hanson al Foglio. “I prodromi della ‘primavera araba’ ci furono prima del 2010. Dal 2003 al 2005, prima della perdita di prestigio da parte dell’America, quando l’Iraq non era ancora insorto, osservammo la resa da parte di Gheddafi sul suo programma di armi di distruzione di massa, l’uscita della Siria dal Libano, manifestazioni in Iran e l’arresto del proliferatore nucleare Khan. La sopravvivenza del governo eletto di Maliki in Iraq inoltre ha fatto capire che c’erano alternative ai dittatori arabi. La dinastia di Assad oggi sembra avviata a fare la fine di Mubarak, di Ben Ali e di Gheddafi. Il grande alleato della Siria, l’Iran, non è mai stato tanto isolato. Sappiamo infatti che la caduta, il processo e l’esecuzione di Saddam, assieme alla creazione di un governo costituzionale in Iraq, hanno dato il via a una catena di reazioni contro simili tirannie arabe”.

 

Il giudizio del classicista americano sulla primavera araba è più algido di quello di Makiya. “Metà delle dimostrazioni in Africa del nord erano guidate da sinceri riformatori, gran parte erano spontanee e idealistiche ma, come nella rivoluzione bolscevica, gli islamisti hanno preso la guida della rivolta, come anche nel 1979 iraniano, e alla fine abbiamo assistito alla vecchia autocrazia mediorientale in salsa religiosa”, ci dice Victor Davis Hanson. “La liberazione del mondo arabo proviene dalla tolleranza di altre fedi, dalla libertà d’espressione e dalla fine del tribalismo che pone un cugino sopra stato e società”.

   

C’è la sensazione, a dieci anni dall’inizio della guerra in Iraq, che quella sia rimasta orfana, mentre alla primavera araba molti abbiano messo il cappello. “George W. Bush ha scommesso tutto andando in Iraq. Il 75 per cento degli americani e la maggioranza dei senatori liberal e dei giornalisti democratici sostennero l’invasione dell’Iraq. Solo i costi dell’occupazione, non i princìpi, scatenarono il voltafaccia, dettato dall’opportunismo politico delle elezioni di midterm nel 2006. Non mi piace il ritornello sulle ‘mie tre settimane brillanti di guerra rovinate dai vostri errori’. E’ la posizione dei politicanti che nel loro idealismo naïf sostennero la guerra per voltarle poi le spalle non appena la narrativa dei media ha reso impossibile sostenerla. Molti americani si domandano giustamente come sia stato possibile che una brillante vittoria militare di tre settimane su Saddam sia degenerata in cinque anni di insorgenza prima che il surge abbia salvato l’Iraq. Ma la storia ricorderà una coalizione occidentale che ha deposto un dittatore genocida che aveva ucciso un milione dei suoi e ha cercato di promuovere un governo costituzionale. La presenza di truppe di terra garantisce meglio la ricostruzione post bellica”.

 

Secondo lo studioso americano, la guerra in Iraq ha rivoluzionato per sempre la storia del mondo arabo islamico. “Il peggior incubo dei nostri nemici è un governo costituzionale nel cuore dell’antico califfato. E’ una tradizione iniziata 2.500 anni fa con l’Atena classica e che ha spinto le democrazie liberali a sconfiggere fascismo, militarismo giapponese, nazismo e comunismo. Gli eserciti americani hanno posto fine alle piantagioni schiaviste, ai campi di sterminio e al Gulag, e reso possibile una nuova Atlanta, una nuova Tokyo e una nuova Berlino. Entrando in Mesopotamia, le truppe americane sono passate vicino a Cunaxa con i diecimila di Senofonte, a Gaugamela, dove Alessandro devastò l’esercito persiano, e Carrae, dove il triumviro romano Crasso perse 45 mila uomini. La Mesopotamia è sempre stata un posto pericoloso per gli occidentali. Eppure gli americani hanno abbattuto il peggior dittatore del mondo e piantato i rudimenti della società liberale nel cuore del califfato, offrendo un’alternativa all’autocrazia e alla teocrazia”.

 

L’Iraq, dice Victor Davis Hanson, a dieci anni dall’intervento americano è l’unico vero modello di autogoverno per il resto del mondo arabo. “Un governo eletto è rimasto al potere sotto la Costituzione più liberale del mondo arabo. Migliaia di morti seguirono all’attacco confederato a Shiloh, a Pearl Harbor e a quello tedesco sulle Ardenne. Così la guerra per stabilizzare la fragile democrazia dell’Iraq è stata costosa e controversa. Ma abbiamo fatto settemila miglia per rimuovere un dittatore e far crescere la democrazia nel cuore del califfato. E sostituire un pazzo con un elettorato”.

  
A dieci anni dall’invasione di Babilonia, qual è il bilancio secondo lo studioso di Sparta e Atene? “La ‘primavera araba’ dimostra che aiutare gli insorti popolari ad abbattere i dittatori non garantisce di per sé qualcosa di migliore. Sostenere i dittatori con aiuti militari è altrettanto odioso e controproduttivo. E lasciar fare a regimi maniacali conduce al genocidio, alla acquisizione di armi atomiche o a sedici acri di macerie a Manhattan. Ma il verdetto sul ben più costoso nation building in Iraq è ancora aperto. C’è la possibilità che qualcosa di migliore prenda vita dove terroristi e teocrati un tempo massacravano. E’ un caso che solo in Iraq non ci sia stata alcuna ‘primavera araba’? No, perché lì c’era già un governo legittimo”.

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