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Il nome da battere

E’ ormai il contrario della mortadella, Romano Prodi ha imparato a reprimere il risentimento e a colpire in silenzio e da lontano, parla solo di Europa perché “le beghe italiane puzzano di cacio” ma, ambizioso e testardo com’è, ha costruito con diabolica innocenza una formidabile candidatura al Quirinale. “Per il Pd sarebbe difficilissimo non votarlo”, ammette Nicola Latorre, il senatore amico di Massimo D’Alema e Nichi Vendola. “Succede al quarto scrutinio, con i voti di Grillo”. Un colpo a effetto, nel caos, con tre grandi elettori: Renzi, Casaleggio e Bazoli.

13 Aprile 2013 alle 10:30

Il nome da battere

E’ ormai il contrario della mortadella, Romano Prodi ha imparato a reprimere il risentimento e a colpire in silenzio e da lontano, parla solo di Europa perché “le beghe italiane puzzano di cacio” ma, ambizioso e testardo com’è, ha costruito con diabolica innocenza una formidabile candidatura al Quirinale. “Per il Pd sarebbe difficilissimo non votarlo”, ammette Nicola Latorre, il senatore amico di Massimo D’Alema e Nichi Vendola. “Succede al quarto scrutinio, con i voti di Grillo”. Un colpo a effetto, nel caos, con tre grandi elettori: Renzi, Casaleggio e Bazoli.

Come molti nel Partito democratico, anche Nicola Latorre sa bene che nella confusione di questa legislatura pazza e fragile Prodi sente già di avere in tasca la presidenza della Repubblica: se gli uomini di Grillo a un certo punto, superato il terzo scrutinio, votano per lui – questa la meccanica – allora Bersani non potrà che chinarsi per far passare la piena: calati iunco… “Sarebbe difficilissimo non votarlo”. Questa la scena: Nella confusione di una votazione ormai ingovernabile, a scrutinio segreto e a maggioranza relativa, il segretario del Pd si troverebbe costretto a convergere anche lui su Prodi per sperare, a quel punto, di guadagnarci almeno qualcosa, ovvero che il professore appena eletto gli consenta di fare ciò che Napolitano non gli aveva permesso: quel governo di minoranza che i maligni del Pd, come scrive il blog Left Wing, sfogatoio di anonime e ironiche intelligenze del partito, chiamano “monocolore con maggioranza casuale”. Un’atto di ostilità nei confronti di Silvio Berlusconi, la conseguenza di una partita senza schemi e ormai saltata per aria.

Al quirinabile Prodi non serve un appoggio ufficiale del centrosinistra: quella che ha progettato, lo schema di cui si parla molto nei sotterranei del Palazzo, è una vittoria di carambola, un colpo improvviso, a effetto, sul biliardo del Parlamento riunito in seduta comune. E dunque se i due Ber. non dovessero accordarsi, com’è possibile che accada, se insomma Berlusconi e Bersani finissero col presentarsi in Parlamento senza un nome condiviso, nella confusione che ne deriverebbe “a quel punto è davvero la volta di Prodi”, come temono, per ragioni evidentemente diverse, sia il saggio berlusconiano Gianni Letta sia il giovane turco del Pd Matteo Orfini (“il guaio è che le candidature alternative sono tutte sbagliate”). Ed è vero, come dice Stefano Ceccanti, l’ex senatore del Pd, che “l’accordo tra Berlusconi e Bersani, se c’è, verrà fuori solo all’ultimo momento possibile per evitare che salti per aria”, ma rimane pure vero che “senza accordo l’elezione del presidente diventa una roulette impazzita”.

E Prodi è lì pronto che già prende la misura dell’alloggio presidenziale, forte dei suoi voti, dei suoi vecchi amici (il banchiere Giovanni Bazoli in prima fila) e dei suoi influenti “grandi elettori” che si chiamano – per quanto qualcuno dei nomi possa sembrare strano o incoerente – Enrico Letta, Rosy Bindi e, soprattutto, la coppia inedita formata da Matteo Renzi e Gianroberto Casaleggio. Sono il sindaco rottamatore di Firenze e il santone di Grillo gli sponsor che il professore ha conquistato da tempo alla sua lunga e occulta rincorsa verso il Quirinale. E di cosa mai avranno parlato a Firenze, l’altro giorno, gli ex nemici D’Alema e Renzi? Forse anche di questo, malgrado D’Alema coltivi sempre, nel folto dei suoi baffi, la dote suprema dell’ambiguità: un po’ per l’inciucio con il Caimano, un po’ no. Ma per Renzi è diverso, il sindaco vuole affondare Bersani e cerca una soluzione che porti al voto il prima possibile. Dunque: “Prodi è una figura di garanzia. Va bene cercare le larghe convergenze, ma non conta solo Berlusconi”, ha detto ieri all’Unità Graziano Delrio, presidente dell’Anci e gran visir di Renzi. Insomma è fatta, o quasi (ma Prodi darebbe le elezioni anticipate anche se a volerle fosse Berlusconi? “No, Prodi significa guerra civile”, dice Fabrizio Cicchitto”).

La faccenda è complicata, ma le forze in campo sono definite e dentro il Pd rimane quasi solo Bersani l’ostacolo più serio all’operazione prodiana perché gli altri avversari, quelli che sostengono la candidatura di Franco Marini, cioè Dario Franceschini e Beppe Fioroni, esprimono tutta la fragilità del mondo degli ex Popolari. Ma il segretario Bersani quanto è davvero ostile all’idea di Prodi presidente? “Se Grillo vota Prodi, nella confusione, sarebbe difficilissimo per Bersani non votarlo pure lui”. Appunto. E’ da mesi che Prodi ha tessuto con pazienza una trama fitta e complicata sull’asse Firenze-Bologna: alle primarie del Pd ha fatto capire di tifare per il Rottamatore, lo ha ricevuto nel suo studio (ma poi ha ammesso anche Bersani). Insomma pur facendo sapere che il ragazzino gli piaceva più del vecchio emiliano, per un po’ il professore si è tenuto in precario equilibrio tra i duellanti, e ha agitato un’offensiva goffa eppure efficace, in prospettiva, per la conquista del Quirinale. La confidenza con Renzi instaurata in quei giorni del 2012 ora gli torna preziosa. Come utile è stato il lavoro di collegamento tentato a partire da febbraio, dal dopo elezioni, con il mondo inafferrabile di Grillo e Casaleggio (vecchio amico di Nomisma). Anche se smentisce – nervosetto – ogni contatto, secondo le malizie Prodi ha invece tentato un’operazione diplomatica alla corte di Caseleggio per favorire il “governo del cambiamento” inutilmente inseguito da Bersani. Certo, Prodi ha lavorato per il bene superiore del Pd e del centrosinistra. Ma a ben vedere il professore disinteressato (“il Quirinale? Non è cosa”, “io non esisto”, “non sono Cincinnato”) ha soprattutto lavorato per sé.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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