Il pensiero del Papa

Francesco contro la “gioia oscura del pettegolezzo”

Matteo Matzuzzi

Ogni mattina, più o meno alle sette, Papa Francesco celebra la messa nella piccola cappella della Casa di Santa Marta, il residence spartano dai lunghi corridoi bianchi e dall’austero mobilio ligneo dove ha deciso di continuare ad abitare “nella semplicità, in comunione con altri membri del clero” che già da tempo occupano quelle stanze. Nel Palazzo apostolico ci va solo in orario d’ufficio, per le udienze e per gli incontri che il cerimoniale impone. Rigorosamente senza abito corale, vestito solo con la talare bianca. Ma è a Santa Marta, nella mezz’ora di messa mattutina davanti ai giardinieri, ai dipendenti delle poste e dei servizi telefonici del Vaticano, che Bergoglio fa intravedere il suo profilo culturale e pastorale.

Ogni mattina, più o meno alle sette, Papa Francesco celebra la messa nella piccola cappella della Casa di Santa Marta, il residence spartano dai lunghi corridoi bianchi e dall’austero mobilio ligneo dove ha deciso di continuare ad abitare “nella semplicità, in comunione con altri membri del clero” che già da tempo occupano quelle stanze. Nel Palazzo apostolico ci va solo in orario d’ufficio, per le udienze e per gli incontri che il cerimoniale impone. Rigorosamente senza abito corale, vestito solo con la talare bianca. Ma è a Santa Marta, nella mezz’ora di messa mattutina davanti ai giardinieri, ai dipendenti delle poste e dei servizi telefonici del Vaticano, che Bergoglio fa intravedere il suo profilo culturale e pastorale. Parla poco, non ama le prediche lunghe scritte dagli uffici e portate alla sua attenzione solo qualche ora prima, per una rapida approvazione. Lo si era già capito il giorno dopo l’elezione, quando rifiutò il testo in latino che la segreteria di stato aveva preparato per la concelebrazione in Cappella Sistina con i cardinali elettori. Francesco preferisce andare a braccio, dall’ambone, con il solo Vangelo sotto gli occhi. Si esprime in modo “semplice e diretto, come sempre”, scriveva ieri l’Osservatore Romano. Lo fa in modo chiaro, ma mai banale. L’altra mattina, il Papa ha invitato a smetterla con i pettegolezzi. “Mai parlare male di altre persone”, ha detto, aggiungendo che “quando si va da un conoscente e il parlare diventa pettegolezzo e maldicenza, questa è una vendita e la persona al centro del nostro chiacchiericcio diviene una mercanzia”.

Parole forti, specie se pronunciate tra le mura di una cittadella che anche nell’ultimo anno ha convissuto con pettegolezzi, veleni, dossier segreti e maldicenze. “Non so perché – ha detto Francesco – ma c’è una gioia oscura nella chiacchiera. Si inizia con parole buone, ma poi viene la chiacchiera. E si incomincia quello spellare l’altro”. Rendiamoci conto, avvertiva il Papa, che così “facciamo la stessa cosa che ha fatto Giuda”. Non c’è nulla di cui stupirsi, ha precisato subito dopo: “Capita tante volte anche nel mercato della storia, che è il mercato della nostra vita”. Il Pontefice invitava a riflettere e a chiedere perdono, “perché quello che facciamo all’altro, all’amico, lo facciamo a Gesù”. Pentirsi, chiedere perdono, rendersi conto che “non è possibile fare giustizia con la propria lingua”. Francesco aveva parlato del perdono anche il giorno prima, sempre a Santa Marta. “Era notte quando Giuda uscì dal cenacolo; era notte fuori e dentro di lui”, ha detto il Papa. Ma c’è anche un’altra notte, provvisoria, che tutti conoscono: la notte del peccatore che incontra Gesù, la sua carezza. “Che bello essere santi, ma anche quanto è bello essere perdonati”, erano state le ultime parole dell’omelia del Pontefice argentino.

“Siate pastori con l’odore delle pecore”
Dalla grande concettualizzazione teologica di Joseph Ratzinger – che nel suo penultimo Angelus parlava del bivio che si presenta davanti all’uomo: vogliamo seguire l’io o Dio?, si domandava Benedetto XVI – si è passati al parlare semplice di Jorge Mario Bergoglio. Uomo coltissimo, poliglotta (ma per ora preferisce parlare solo in italiano, evitando anche i saluti nella sua lingua madre, lo spagnolo), il gesuita di origini piemontesi eletto al Soglio di Pietro lo scorso 13 marzo, centellina le citazioni poetiche, filosofiche, teologiche. Ama Friedrich Hölderlin ma preferisce menzionare le massime della nonna; adora la “Teologia del fallimento” del gesuita John Navone ma durante il suo primo Angelus racconta ciò che gli disse un’anziana signora in una messa di vent’anni fa a Buenos Aires.

Fin dal suo insediamento come vescovo di Roma, il Papa si è rivolto ai sacerdoti affinché escano dalle parrocchie e dalle canoniche, vadano nelle periferie “fino ai bordi della realtà”, là dove il “popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede”, ha detto durante l’omelia della messa del Crisma di giovedì. “La nostra gente – ha proseguito Francesco – ci senta discepoli del Signore, senta che siamo rivestiti dei loro nomi, che non cerchiamo altra identità”. La raccomandazione del Papa ai suoi sacerdoti è di evitare di “essere trasformati in una sorta di collezionisti di antichità o di novità, invece di essere pastori con l’odore delle pecore”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.