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Perché i rapporti tra Russia e Israele non sono mai stati così buoni

Tel Aviv. Zvi Magen, una carriera nell’intelligence militare e nella diplomazia, è il decano degli specialisti israeliani sulla Russia. Ambasciatore a Mosca alla fine degli anni Novanta, quindi a capo del Nativ, l’agenzia incaricata dei contatti con gli ebrei dell’est Europa, oggi Magen dirige il dipartimento russo dell’Inss (Institute for National Security Studies). E’ la persona giusta a cui chiedere come si stanno sviluppando i rapporti tra la Russia e Israele, soprattutto dopo la forte impressione, avuta recentemente a Mosca, di una politica molto jewish friendly da parte del Cremlino.

24 Febbraio 2013 alle 10:30

Perché i rapporti tra Russia e Israele non sono mai stati così buoni

Tel Aviv. Zvi Magen, una carriera nell’intelligence militare e nella diplomazia, è il decano degli specialisti israeliani sulla Russia. Ambasciatore a Mosca alla fine degli anni Novanta, quindi a capo del Nativ, l’agenzia incaricata dei contatti con gli ebrei dell’est Europa, oggi Magen dirige il dipartimento russo dell’Inss (Institute for National Security Studies). E’ la persona giusta a cui chiedere come si stanno sviluppando i rapporti tra la Russia e Israele, soprattutto dopo la forte impressione, avuta recentemente a Mosca, di una politica molto jewish friendly da parte del Cremlino.
“La Russia ha una politica ambivalente. E’ amica di Israele, ma è amica anche dei suoi nemici, Siria e Iran. Mosca vuole un ruolo in medio oriente, vuole avere voce nella sistemazione della regione, per questo ha bisogno di una partnership con Israele. E’ senz’altro una politica interessante, loro la chiamano multivettorialità: parlare con tutti, proporsi come mediatore nei conflitti. Questa politica, però, poteva andare bene fino alle primavere arabe, che hanno colto i russi alla sprovvista e che Mosca ha giudicato negativamente: prevedono un rafforzamento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. A quel punto la Russia si è schierata con gli sciiti contro i sunniti. La Russia teme l’islam, e ha ragione, a causa delle minacce che esso rappresenta per i suoi interessi nel Caucaso e nell’Asia centrale”.

Resta il fatto che i rapporti tra Mosca e Gerusalemme non sono mai stati così buoni come oggi. “E’ vero, i rapporti sono buoni. Ma la Russia ha bisogno di Israele più di quanto Israele abbia bisogno della Russia. Sanno che Israele è molto avanti in campo tecnologico e credono che abbiamo una certa influenza in occidente. Il vero problema, però, è che gli Stati Uniti non vogliono la Russia in medio oriente. Oggi Washington vede la Russia come il suo principale avversario geopolitico, più della Cina e dell’islam: non vuole che la Russia torni a essere una superpotenza che dice la sua su tutti i problemi del mondo, non vuole che vada avanti il progetto euroasiatico di Putin, e quindi la vuole indebolire. La Russia, per esempio, sarebbe stata disposta a fare concessioni sulla Siria, ma in cambio chiede un reset 2.0, cioè un accordo globale, soprattutto sulla difesa antimissilistica nell’Europa dell’est, cosa che Washington non vuole: vuole la Siria gratis. E’ un gioco molto grande, più grande di Israele. Noi comunque siamo parte del sistema occidentale, e i russi in questo momento sono dall’altra parte”.
E intanto, all’orizzonte, è sempre vivo il problema iraniano. “Ho l’impressione che in Russia coesistano due posizioni opposte, altrettanto autorevoli. Da un lato, c’è chi vede nell’Iran un fondamentale alleato geopolitico in chiave antioccidentale. In caso di guerra, e se le circostanze lo permettono, costoro immaginano di promuovere gli interessi russi nel Caucaso, anche muovendo le truppe. Dall’altro lato, c’è chi teme gli effetti distruttivi di un tale scenario e vorrebbe la Russia più decisamente a fianco dell’occidente per contenere le ambizioni nucleari di Teheran, anche perché, a lungo andare, vedono in un Iran espansivo una minaccia grave nel Caucaso e nell’Asia centrale.

In caso di guerra, costoro preferirebbero un atteggiamento cauto: sventolar di bandiere, molta retorica, iniziative all’Onu, movimenti di navi, poi basta. Insomma, mi sembra che non ci siano segnali chiari su quella che potrebbe essere la reazione di Mosca”.

Massimo Boffa

E’ stato allievo di Lucio Colletti e François Furet. Quindi ha seguito diversi interessi, senza condurne nessuno fino in fondo. Ha tradotto Joseph de Maistre e Nikolaj Berdjaev, scrivendo brevi saggi sulla loro opera. E’ stato inviato in Iran durante la rivoluzione, corrispondente da Mosca negli anni Novanta, responsabile delle pagine culturali di Rinascita e di Panorama. Ha partecipato alla fondazione del Foglio. Ora, tornando a un’antica passione – cioè alle origini – scrive di politica e cultura russe. La domenica dipinge.

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