Dall'effetto Balotelli alla grande Rimonta.

Quanto c'azzeccano i sondaggi? Non troppo, e un motivo c'è

Claudio Cerasa

E l’acquisto di Balotelli quanto vale? E l’uscita su Mussolini a quanto corrisponde? E la gaffe sulle bidelle quanto pesa? E il ritorno di Renzi quanto conta? E la performance da Santoro a quanto è stimata? E le battute su Monti quanto fruttano? E le inchieste su Monte dei Paschi quanto giovano? A poche settimane ormai dalle elezioni (24 e 25 febbraio) c’è un piccolo ma significativo fenomeno a metà tra il politico e lo statistico con cui ancora una volta i protagonisti della campagna elettorale sono costretti a confrontarsi a cadenza più o meno quotidiana.

    E l’acquisto di Balotelli quanto vale? E l’uscita su Mussolini a quanto corrisponde? E la gaffe sulle bidelle quanto pesa? E il ritorno di Renzi quanto conta? E la performance da Santoro a quanto è stimata? E le battute su Monti quanto fruttano? E le inchieste su Monte dei Paschi quanto giovano? A poche settimane ormai dalle elezioni (24 e 25 febbraio) c’è un piccolo ma significativo fenomeno a metà tra il politico e lo statistico con cui ancora una volta i protagonisti della campagna elettorale sono costretti a confrontarsi a cadenza più o meno quotidiana. Il fenomeno in questione riguarda da un lato il tentativo incessante (soprattutto da parte dei giornalisti) di voler quantificare le conseguenze di una qualsiasi novità della corsa elettorale e dall’altra il tentativo (soprattutto da parte di alcuni candidati) di dare una connotazione squisitamente politica a quelle che in teoria dovrebbero essere delle semplici e oneste fotografie di semplici e oneste dichiarazioni di voto. Insomma, lo avrete notato anche voi: non c’è argomento su cui, negli ultimi tempi, i sondaggisti non siano stati interpellati per “misurare” il peso specifico di una notizia elettorale; e non c’è giorno in cui i vari Renato Mannheimer, le varie Alessandra Ghisleri e i vari Roberto Weber (a loro va la nostra solidarietà) non siano costretti a rispondere a domande (spesso surreali) come quelle ascoltate in questi giorni: “Quanto vale Balotelli?”. Sondaggi, sondaggi, sondaggi, sondaggi, sondaggi. Sondaggi spesso offerti sotto forma di opinioni e di interviste (“Secondo me Balotelli vale…”) e sondaggi spesso offerti invece sotto forma di tradizionale ricerca demoscopica. Come spesso capita durante una campagna elettorale, i sondaggi, si sa, vengono per lo più utilizzati dagli inseguitori (oggi Berlusconi, ieri Renzi) per dimostrare che il “trend è cambiato”, che “la rimonta è possibile” e che “la distanza tra noi e loro si è ridotta”. E non di rado gli stessi inseguitori (in questo Berlusconi è un maestro) impugnano le rilevazioni demoscopiche (spesso letteralmente, nel senso che prendono in mano i sondaggi e li brandiscono in diretta a favore di telecamera) per cercare di attivare il famoso meccanismo della profezia che si autoavvera: io ti dimostro che stiamo recuperando, tu ci credi, credi che la rimonta sia possibile, ti convinci che il tuo voto può essere determinante, vieni a votare e magari poi rimontiamo davvero. Il meccanismo qualche volta funziona (nel 2006, per dire, funzionò alla grande) qualche volta non produce effetti (vedi Renzi-Bersani) ma in entrambi i casi riesce a essere innescato dai candidati anche sfruttando un vecchio “bug” dei sondaggi italiani. Un problema che potremmo sintetizzare così: “In Italia non esiste un sondaggio uguale all’altro, anche a causa della soggettività nella scelta dei parametri caratterizzanti la scelta del campione (sesso, età, grado di istruzione, professione, regione di residenza… e qualunque altro carattere che sia possibile o ragionevole immaginare). E quindi, non esistendo un sondaggio uguale all’altro, in campagna elettorale un candidato, scegliendo bene il sondaggio che gli fa più comodo, può tentare di dimostrare più o meno quello che crede”.

    Le parole che leggete qui tra virgolette sono quelle che ci offre il professor Romano Scozzafava, professore ordinario di Calcolo delle probabilità all’Università di Roma, e sono parole che ci portano a quella che è la vera domanda che probabilmente si pongono tutte le persone di buon senso che ogni giorno si ritrovano di fronte a questo o a quel sondaggio: ma i sondaggi in Italia ci azzeccano oppure no? Chiedersi se ci si possa fidare di questo o quel sondaggista sarebbe tendenzioso, e non si può dire che i sondaggisti italiani non siano rigorosi nel compiere le loro ricerche – semmai il problema sono i giornali e i telegiornali che danno in pasto al lettore e al telespettatore i sondaggi senza spiegare bene che non si tratta di previsioni ma di semplici fotografie. Dunque, il problema è un altro, ed è un problema che viene quasi naturale porsi andando a ripescare il numero non indifferente di “sorprese” che si sono verificate negli ultimi anni in diverse elezioni del nostro paese. Sorprese, sì: nel senso di risultati che alle urne hanno smentito (anche in modo clamoroso) i pronostici dei sondaggi. Casi recenti, come le “sorprese” alle elezioni comunali di Milano, di Cagliari, di Palermo, di Napoli, di Firenze; e casi meno recenti come le vittorie “inaspettate” di Cappellacci in Sardegna (2009), come l’“impensabile” quasi pareggio ottenuto da Berlusconi alle politiche del 2006; e le “impreviste” vittorie di Vendola e Marrazzo alle regionali del 2005. Di casi, in realtà, se ne potrebbero fare molti; ma, a guardar bene, all’origine delle non rare discordanze tra numeri dei sondaggi e risultati elettorali c’è un problema reale che non è solo di carattere metodologico. “I sondaggi in Italia – spiega Scozzafava – riescono sempre a fotografare ciò che è prevedibile ma mostrano una certa difficoltà a fotografare ciò che risulta più imprevedibile”. Come mai? Le ragioni sono due, ed entrambe sono ben argomentate in un dossier sull’argomento che i Radicali italiani presenteranno nei prossimi giorni alla commissione di Vigilanza, e che il Foglio ha avuto la possibilità di consultare. Due problemi: da un lato il numero non elevato di persone interpellate dai sondaggisti; dall’altro il metodo con cui viene selezionato il campione. Se sul numero di persone sentite si può discutere se questo sia sufficiente o insufficiente (in Italia la media degli intervistati varia da 500 a 1.000 persone; in Inghilterra è quasi il doppio; ma negli Stati Uniti, dove la popolazione è maggiore rispetto al nostro paese, le persone interpellate sono sempre un migliaio); si può invece discutere meno sul fatto che all’origine degli errori dei sondaggi, e all’origine anche delle notevoli differenze che esistono tra un sondaggio e un altro, c’è una questione legata al modo con cui vengono scelte le persone che fanno parte del campione. Non è solo una questione tecnica.

    “La regola matematica è complicata – continua Scozzafava, riferendosi alla formula per calcolare l’errore di un sondaggio (radice quadrata del numero di persone intervistate) – ma in generale possiamo dire che se senti 1.600 persone, il margine di errore è del 2,5; se ne senti 1.000 il margine è all’incirca tre. Il che significa che se dici ‘quel partito ha il 10’ vuol dire che quel partito potrebbe avere il 7 o il 13, differenza non da poco. Ecco. Il vero punto però, e la vera ragione per cui i sondaggi spesso ci offrono delle fotografie inesatte, è che i sondaggisti, in Italia, utilizzano un metodo non impeccabile: il famoso ‘Cati’, cioè una rilevazione diretta realizzata attraverso interviste telefoniche su rete fissa. Rete fissa, sì: vuol dire che quando vedete un sondaggio, tranne rarissime occasioni, le persone che vengono interpellate sono quelle che hanno intestato un numero di telefonia fissa”. Solo quelle, già. “Di conseguenza – prosegue – i più giovani, cioè quelli che per esempio hanno solo un telefonino e non hanno intestato alcun numero di telefonia fissa e che sono poi il campione tradizionalmente più indeciso che determina il risultato di un’elezione, non vengono intercettati: e in un certo senso la ragione per cui i risultati imprevedibili spesso non si riescono a prevedere dipende proprio da questo problema qui. Attenzione però: non è un capriccio dei nostri sondaggisti. E’ che, in Italia, per poter chiamare sul telefonino e fare interviste volanti, occorrono pratiche lunghe e interminabili iter burocratici dal garante della privacy (a proposito di riservatezza: a ridurre la pleatea dei possibili intervistati c’è la facoltà di accedere alla rete fissa senza figurare sugli elenchi, ndr). Dunque non è impossibile, occorre solo più tempo”.

    Come se ne esce?
    La composizione spesso monolitica del campione di cui si nutrono i sondaggi italiani, oltre a favorire l’eterogeneità delle rilevazioni (qualcuno ha capito quanto sono distanti realmente Berlusconi e Bersani?), contribuisce anche a creare un circolo vizioso che, alla lunga, giova ai grandi partiti e produce un’altra specie di profezia che si autoavvera. “Tutti sanno – dice Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani – che i sondaggi sono uno strumento che può influenzare il voto, al punto che sono vietati nelle ultime due settimane di campagna elettorale. Proprio perché hanno un ruolo così delicato, è assurdo che in Italia vengano confezionati in modo distorsivo e utilizzati come strumenti di propaganda. I sondaggi che ci vengono proposti si basano infatti su valori dell’ordine di 800-1.000 persone. E se considerate che l’errore ‘standard’ oscilla fra il tre per cento e il cinque per cento è ovvio che, per una questione matematica, si creino delle falsificazioni. In questo senso il risultato è paradossale: i piccoli o i nuovi partiti scompaiono dai radar dei sondaggi, chi guarda i sondaggi considera quei partiti inesistenti e di conseguenza si convince che, essendo inesistenti, non vale neppure la pena di andare a votarli. Naturalmente – conclude Staderini – sarei sciocco se dicessi che i piccoli partiti sono piccoli a causa dei sondaggi, ovvio. Ma dal mio punto di vista il vero pericolo è l’utilizzo che ne fanno i committenti, ovvero trasmissioni tv e media che li usano per amplificare il loro già enorme potere di condizionamento dell’opinione pubblica – anche perché, e noi lo ripetiamo da sempre, siamo sempre il paese delle lottizzazioni e dei conflitti di interessi partitocratici. Quel che chiedo, dunque, è che si riconoscano i limiti attuali dei sondaggi e l’adozione di criteri più trasparenti e rigorosi, un sistema di controllo terzo che abbia il compito di vigilare sul rigore della raccolta dati, anche per mettere al sicuro gli elettori dal rischio che chi controlla i sondaggi sia influenzato dai suoi committenti”.

    Il riferimento al rischio che chi controlla i sondaggi sia influenzato dai suoi committenti è legato al fatto che non è raro ritrovarsi di fronte a sondaggi che spesso danno più peso al partito o al politico che li commissiona. La tesi del conflitto di interesse, però, non sembra avere basi solidissime, e semmai l’impressione è che le differenze tra i numeri dei vari sondaggi (che in effetti esistono) siano legate, piuttosto, ai diversi campioni scelti dagli istituti di ricerca. Dunque, come se ne esce? Ci si può fidare dei sondaggi? Ci si può fidare della storia della “Rimonta”?
    “Il sistema del controllo terzo – ci dice in conclusione il professor Scozzafava – è una buona opzione ma, com’è ovvio, non è sufficiente a garantire un campione significativo finché continua a rivolgersi ad abbonati al telefono con utenza fissa. Dal punto di vista culturale, invece, si deve tener presente che i sondaggi hanno solo un carattere probabilistico. Anche se essi tentano di documentare gli effetti della campagna elettorale, non possono, per loro natura, prevederne gli esiti. In definitiva, occorre considerare i sondaggi per quello che sono: fotografie sfocate, non vaticinii”.

    • Claudio Cerasa Direttore
    • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.