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Twitter in the church

Di rinascite, la chiesa cattolica ne ha dovute organizzare non poche. Nuovi inizi dopo eventi devastanti ed epocali. Fra questi, l’atroce sacco di Roma del 1527 che, come scrivono Massimo Firpo e Fabrizio Biferali in “Navicula Petri. L’arte dei Papi del Cinquecento”, è un avvenimento “denso di suggestioni profetiche ed escatologiche, che costringe la sede apostolica a imboccare strade nuove sia per arginare le dilaganti eresie, sia per avviare una politica di riforme che contrasti il profondo discredito in cui l’istituzione ecclesiastica è precipitata.

28 Gennaio 2013 alle 12:16

Twitter in the church

Di rinascite, la chiesa cattolica ne ha dovute organizzare non poche. Nuovi inizi dopo eventi devastanti ed epocali. Fra questi, l’atroce sacco di Roma del 1527 che, come scrivono Massimo Firpo e Fabrizio Biferali in “Navicula Petri. L’arte dei Papi del Cinquecento”, è un avvenimento “denso di suggestioni profetiche ed escatologiche, che costringe la sede apostolica a imboccare strade nuove sia per arginare le dilaganti eresie, sia per avviare una politica di riforme che contrasti il profondo discredito in cui l’istituzione ecclesiastica è precipitata. E’ allora – scrivono – che si apre la lunga e tormentata stagione del Tridentino che nell’arco di quarant’anni, e non senza aspri conflitti interni, approderà infine agli esiti controriformisti e al trionfo dell’inquisizione. Metafora della chiesa, della sua missione salvifica ma anche della bufera di quegli anni è la Navicula Petri, la barca di Pietro che Cristo aveva salvato dalla tempesta”. La barca di Pietro, dunque, che prende il largo fra i marosi per solcare nuove rotte, e stagioni diverse oltre le crisi che periodicamente sembrano poterla abbattere. Beninteso, non è che nel tempo presente sia in atto un secondo attacco come nel 1527 da parte delle truppe dei lanzichenecchi al soldo dell’imperatore Carlo V d’Asburgo – questo non lo pensa nessuno – eppure quell’“agnosticismo oggi largamente imperante” di cui ha recentemente parlato il Papa, che “con i suoi dogmi è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri” è una minaccia di non poco conto, che in un certo senso obbliga Pietro a spiegare le vele e a prendere per l’ennesima volta il largo. Il mare, nel pontificato wojtyliano, era il mondo da raggiungere in ogni dove con i voli internazionali, i viaggi intercontinentali del “Papa missionario”. Oggi il mare è ancora il medesimo, a cambiare è il mezzo con cui navigarlo: non più solo i confortevoli aeroplani allestiti d’ogni comfort in onore del Romano Pontefice, ma anche il social network frequentato dalla più vasta fascia di popolazione mondiale: Twitter.

“Il nuovo twittatore uscì nel continente digitale per twittare”, dice padre Federico Lombardi, portavoce papale in un commento simpatico e fuori dai canoni abituali. “Alcuni abitanti del continente dissero: ‘Che ci fa qui questo intruso? In questo campo solo noi sappiamo che cosa e come bisogna twittare’. E lo presero in giro e gli volsero le spalle. Altri abitanti dissero: ‘Interessante e divertente! Vediamo se avrà più follower di altri Vip, attori o calciatori’. E fecero le loro considerazioni sui numeri, ma non pensarono a cosa dicevano i tweet e dopo un po’ se ne disinteressarono. Altri dissero: ‘Bene. C’è qualcuno che si preoccupa di dirci delle cose che ritiene importanti per ognuno di noi. Staremo attenti per vedere e sentire, e saremo contenti di ritwittare ai nostri amici in ricerca come noi’. E i tweet portarono frutto e si moltiplicarono, per trenta, per sessanta, per cento… Chi ha orecchi per intendere, intenda”. Dove coloro che debbono intendere, evidentemente, sono i diversi critici dell’entrata di Benedetto XVI su Twitter, la barca di Pietro che disarciona le ancore e inizia a veleggiare in un mondo che è tante cose, alcune belle altre brutte, ma che di certo non è il paradiso in terra.
Dice Lombardi: “140 caratteri – quanti ne contiene un tweet – non sono pochi. La maggior parte dei versetti del Vangelo ne ha di meno; le beatitudini sono molto più brevi. Un po’ di concisione non fa male. Da secoli sappiamo che ascoltare una parola di Gesù al mattino e portarla nella mente e nel cuore sostiene il cammino di un giorno… o di una vita. Ma bisogna capire perché questa parola è importante, da dove viene e dove va, in quale contesto di vita trova il suo senso. Insomma, il tweet non porta la vita da solo e automaticamente. Non per nulla può incontrare di fatto un’accoglienza entusiastica, ma anche un rifiuto. Il seme cade su un terreno sassoso o in mezzo ai rovi dei pregiudizi negativi e soffoca, ma cade anche su un terreno buono e disponibile e così porta frutto e si moltiplica. Naturalmente il mondo non si salverà a colpi di tweet, ma sul miliardo di battezzati cattolici e sui sette miliardi del mondo, alcuni milioni di persone potranno sentire anche per questa via il Papa più vicino, dire una parola per loro, una scintilla di saggezza da portare nella mente e nel cuore e da condividere con gli amici di tweet. Un nuovo servizio del Vangelo”.
E in questo servizio, da venerdì, anche la difesa di certi valori. “Mi unisco a quanti marciano per la vita e prego affinché i leader politici proteggano i bambini non nati e promuovano una cultura della vita”, dice un tweet messo in rete appunto ieri dal Papa. A significare che oltre le citazioni bibliche ed evangeliche, c’è spazio anche per le battaglie, per sostenere quella March for Life che nelle scorse ore ha ricordato a Washington il quarantesimo anniversario della Roe vs. Wade, la sentenza della Corte suprema che il 22 gennaio 1973 ha reso legale l’aborto.

“Papa ci ritwitti?”, chiede Fiorello. Che aggiunge. “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria, osanna”. Forse anche per lui un retweet di @pontifex – questo l’account scelto da Benedetto XVI – avrebbe portato qualcosa, magari, anche se non sembra averne bisogno, un numero imprecisato di nuovi follower. A meno di 24 ore dal primo tweet del Papa, infatti, lo scorso dicembre, il suo account, in otto lingue, aveva già  raggiunto un milione e 700 mila follower. “Un evento planetario – commenta la Radio Vaticana – che ha suscitato interesse, attenzione anche semplice curiosità ma che non ha lasciato nessuno indifferente”. Dice alla stessa radio il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli: l’entrata del Papa su Twitter “è un grandissimo gesto di coraggio, perché quella dei social network e di Twitter, in particolare, è una terra incognita. E’ come se a un certo punto, infatti, il Pontefice si mischiasse alla gente comune, con il rischio ovviamente di avere oltre a una grande attenzione e una grande dimostrazione di affetto anche qualche pericolo connesso”. In effetti chi usa Twitter per offendere il Papa non manca. Dice De Bortoli: “Sì, ma anche chi fa delle battute, chi offende, comunque partecipa, fa parte della scena. E’ come se in qualche modo gli fosse riservato un angolo in una narrazione evangelica, che continua da tanti secoli. Quindi, tutto sommato, anche questo fa parte dell’apostolato e fa parte anche della missione della chiesa”. Per Lucia Annunziata, invece, “le critiche al Papa su Twitter sono un segno di resistenza delle élite alla rivoluzione digitale”. Secondo l’ex presidente della Rai, oggi direttore del sito Huffington Post, “bisogna abbattere questa resistenza al cambiamento”.

Pochi giorni fa Benedetto XVI ha lanciato il primo messaggio dall’account in latino, @Pontifex_ln, la nona lingua usata dal Papa dopo inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, portoghese, polacco e arabo. Qui il Papa definisce Twitter “Pagina publica breviloquentis”. E nel tweet di benvenuto scrive: “Tuus adventus in paginam publicam Summi Pontificis Benedicti XVI breviloquentis optatissimus est”, cioè: “Il tuo ingresso nella pagina Twitter ufficiale del Sommo Pontefice Benedetto XVI è graditissimo”. “Visto l’argomento, non posso essere un osservatore obiettivo e disinteressato perché tutto quello che può giovare al latino mi vede favorevole. Il latino, inoltre, si adatta benissimo alla sintesi richiesta dai nuovi social network, ancor più dell’inglese”, dice all’Osservatore Romano Manlio Simonetti, accademico dei Lincei, tra i maggiori studiosi italiani di storia del cristianesimo e di letteratura cristiana antica. Della stessa opinione il salesiano don Roberto Spataro, segretario della nuova Pontificia accademia di latinità: “Twitter è uno strumento che impone una comunicazione rapida. Se dico in inglese ‘the corruption of the best one is horrible’, in latino sono sufficienti tre parole: ‘Corruptio optimi pessima’; è una lingua che aiuta a pensare con precisione e sobrietà. E ha prodotto un patrimonio eccezionale di scienza, sapienza e fede”.
Certo, non tutto è oro nel mondo di Twitter. Non tutto brilla. Oltre le scintille, c’è anche molto buio. Mari sconosciuti, spesso ostili. A parte gli insulti e gli sberleffi che anche il Papa non può esimersi dal ricevere visto che chiunque può scrivergli ciò che vuole, c’è anche un certo “peccato” da non sottovalutare. Una piccola macchia che accomuna la maggior parte degli ecclesiastici – soprattutto vescovi e cardinali – che sbarcano su Twitter. Ed è il fatto che non sono loro a stare fisicamente sul social medium. Così il Papa. E’ vero, come dice Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, che “il Papa interviene sui testi”, e cioè rivede i tweet prima che vengano lanciati. “Lo vediamo anche per i discorsi: alcuni li fa di suo pugno, per altri desidera che vengano espressi suoi concetti. Ratzinger rivede sempre tutto e interviene. Quando pronuncia un discorso a volte mette il testo da parte e interviene liberamente a braccio. E’ il suo stile, la sua abitudine”, spiega Celli a Tgcom24. Resta comunque il fatto che la sua è una presenza mediata dai suoi collaboratori e la cosa si sente. Provate a dialogare con lui, non vi risponderà. E così fanno la maggioranza dei vescovi e dei cardinali. Stanno sul Web adottando la tecnica del “maschio dominante”. Dominano la scena senza interagire con nessuno. E’ una scelta legittima – nel senso che chi ha scritto le regole di Twitter permette che ognuno vi stia come vuole – ma non interagire mai con nessuno è un controsenso difficile da comprendere. Anche perché sull’account di Pontifex non solo non appaiono hashtag o menzioni, ma nemmeno collegamenti a oggetti multimediali.

Visto così l’account del Papa sembra più che altro un pulpito. Certo, un pulpito che ha di fronte a sé il mondo – la chiesa è insomma piena per la messa –, ma sempre di pulpito si tratta. Scrive giustamente il blog di Liquid: “Significativo in questo senso il commento apparso pochi giorni fa sull’Osservatore Romano che sottolineava come il Papa avesse avuto più retweet di Justin Bieber. Sembrano quindi l’audience (follower) e i retweet (quasi un apostolato digitale) il metro di giudizio con cui il Vaticano misura il successo della propria presenza su Twitter. Persino se questo significa mettersi in competizione con personaggi che poco hanno a che fare con la religione. Un metro puramente quantitativo, quindi, che apparentemente si coniuga poco con gli obiettivi di base del cristianesimo (o di qualunque altra religione) che dovrebbe misurare il proprio successo su basi qualitative, ovvero sull’applicazione reale dei precetti o sulla loro condivisione nella base dei fedeli. Tenendo conto che il cristianesimo conta circa due miliardi di fedeli nel mondo – molti dei quali, quindi, potenziali follower – se questo sarà il solo metro di giudizio possiamo dire che al Vaticano piace vincere facile”.
Ma se la discesa del Papa su Twitter diverrà una grande vittoria o un “epic fail”, come si ama definire sui social network un “fallimento di proporzioni straordinarie”, non lo si sa ancora. Dice non a caso Kawakumi (Davide in giapponese), esperto di marketing digitale, social network, business blogging, Internet search analysis, digital pr e nuove tecniche di marketing non convenzionale, che a suo avviso “il Vaticano ha commesso almeno tre grossolani errori di comunicazione”. E li elenca per importanza. Primo: “Scegliere di creare un network di account invece che un account unico che fosse multilingua: questo presta il fianco ai fake account o peggio ad attacchi hacker, confonde gli utenti, complica le conversazioni, crea caos”. Secondo: “Aprire l’account giorni e giorni prima del primo tweet (tra l’altro annunciato e programmato come se fosse una bomba a orologeria): questa probabilmente è una scelta strategica volta a sondare il terreno prima di comunicare. Ma è una scelta che si scontra con le dinamiche di Twitter (comunicazione bidirezionale e non unidirezionale, interazione, discussione)”. Terzo: “Non far passare per bene (volutamente o no, non lo so) il messaggio che quelli sono gli account del Papa come istituzione e non di Papa Benedetto come persona. Di più, quelli non saranno mai gli account delle persone che rivestiranno il ruolo di Papa, ma saranno sempre e comunque assimilabili più ad account ufficiali del Vaticano che non ad account del Papa. Mi spiego meglio, Barack Obama (anche se ha dietro uno staff) ci ha insegnato che utilizzare Twitter (e i social network) in prima persona, quando possibile, è una tattica vincente, che coinvolge gli utenti tanto da spingerli a interagire e appassionarsi alla causa. Questa operazione rischia invece di ottenere l’effetto contrario, ovvero allontanare gli utenti da quella che potrebbe sembrare una pura operazione di marketing”.

Critiche a parte, quanto serva alla chiesa la discesa del Papa su Twitter è cosa su cui soltanto i posteri potranno pronunciarsi. Qui resta un fatto straordinario, spiegato in un gustosissimo “@pontifex #faiunadomandaalpapa” da Angelo Di Rete (già esperto di comunicazione 2.0, uno dei pionieri della twitter-satira: vive attaccato a un laptop, alimentandosi con un sondino collegato alla cucina per non perdere nemmeno un istante delle fantastiche evoluzioni del Web e delle sue infinite possibilità): “Con l’arrivo del Papa su Twitter nasce un vero e proprio genere letterario: la twitter-satira. Del tipo: “@pontifex ma è vero che predichi bene ma Ratzinger male?”. E ancora: “@pontifex ma all’Osteria del Vaticano anche Lei entra dicendo paraponziponzipò?”. E infine: “@pontifex ma invece di tutte quelle lettere, ai Corinzi non si poteva mandare una cartolina?”.

Paolo Rodari

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