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Critica psicanalitica della Ferrari nuda in posa “Origine del mondo”

L’imbarazzo non sta nel nudo a gambe spalancate di Isabella Ferrari. A noi che sappiamo come si fa il cinema suggeriscono soprattutto il necessario “trucco & parrucco”, o la battuta di Hitchcock sul set di “Prigionieri dell’oceano”, quando gli riferirono che Tallulah Bankhead non portava mutande, distraendo la troupe. Il regista non si scompose: “Capisco, ma non so se fare intervenire la costumista, il truccatore, o il parrucchiere”.

16 Novembre 2012 alle 06:59

Critica psicanalitica della Ferrari nuda in posa “Origine del mondo”

L’imbarazzo non sta nel nudo a gambe spalancate di Isabella Ferrari. A noi che sappiamo come si fa il cinema suggeriscono soprattutto il necessario “trucco & parrucco”, o la battuta di Hitchcock sul set di “Prigionieri dell’oceano”, quando gli riferirono che Tallulah Bankhead non portava mutande, distraendo la troupe. Il regista non si scompose: “Capisco, ma non so se fare intervenire la costumista, il truccatore, o il parrucchiere”.
L’imbarazzo sta nel fatto che tutto è già successo (almeno) una volta. Isabella Ferrari ha dichiarato in tre occasioni almeno che spogliarsi non la turba. Purché sia necessario alla storia, per assecondare la fantasia di un regista artista, oppure in uno spot dove il suo corpo non più ventenne appaia senza ritocchi. Per regista artista si intende Paolo Franchi, per scena necessaria si intende la scopata di “Caos calmo” con Nanni Moretti, per pubblicità che non mercifica la femmina si intende lo spot dei reggiseni Yamamay, firmato Paolo Sorrentino. In un delirio di post produzione le avevano digitalmente piallato il pancino fino a scomparsa dell’ombelico. Così, ogni volta che in “E la chiamano estate” si tira su la sottoveste, pensiamo voglia dimostrare che non è stata fabbricata direttamente dal buon Dio con un pugno di argilla.

Paolo Franchi, che nella biografia si definisce “Studioso di critica psicoanalitica dell’arte”, ha collaudato la strategia di comunicazione con “Nessuna qualità agli eroi”, anno 2007. Si fa filtrare un’indiscrezione – se non è Isabella Ferrari nella posa di Courbet “L’origine del mondo”, è Elio Germano con il pisello ritto. Immediatamente, piovono paginate. Per esempio, l’attore informò gli interessati, e pure i non interessati, che “chi fa questo mestiere non può avere pudori”. Sullo schermo, anche gli occhi meno allenati sgamarono un sesso posticcio con pelliccetta, per giunta malamente appiccicato. Il giorno dopo scoprimmo che usciva dalla fabbrica di Sergio Stivaletti, fornitore di Dario Argento (non dite al pudico Hitchcock che oltre al reparto trucco, parrucco, costumi, bisognava allertare gli effetti speciali). Elio Germano non ritrattò mai le sue dichiarazioni.

Interviste, titoloni, scandali pilotati annunciano un film – vale per “Nessuna qualità agli eroi” come per “E la chiamano estate”, in concorso al Festival di Roma – pieno di pretese nelle intenzioni quanto mediocre nei risultati. Altre paginate arrivano quando il film, per dirla elegantemente, “divide la critica”, e magari alla proiezione per i giornalisti viene accolto da fischi e battute. O quando in conferenza stampa, il regista si presenta con gli occhiali scuri, annunciando: “Il mio non è un film longitudinale, semmai elicoidale come il nostro Dna, lo sappiamo noi che abbiamo letto Bergson”. Con l’accento sparato sulla “e”. Mentre per “longitudinale” forse intendeva “lineare”.

La produttrice Nicoletta Mantovani si è sentita nella fossa dei leoni. Non sa come ci siamo sentiti noi, a sentir parlare gli scambisti come la signorina Felicita di Gozzano, o a guardare la faccia ingessata di Jean-Marc Barr doppiato fuori sincrono, o a vedere certe scene sovraesposte. Un solo applauso, alla frase: “L’Italia rovinata dalla tv”. Lì anche chi lo voleva menare ci ha ripensato (noi no, perché lo vogliamo soltanto rimandare al liceo). Se poi al cinema avete voglia di vedere altro, non siete bacchettoni: Jacques Lacan, che per contiguità psicoanalitica Paolo Franchi dovrebbe conoscere, possedeva il quadro di Courbet, e in casa lo copriva pudicamente con un innocuo paesaggio.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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