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Hanno ammazzato Lazca, Lazca è vivo

Aveva studiato dai preti; era diventato un soldato di élite; era poi passato al servizio dei narcos; si era in messo in proprio, facendosi la fama di uno che dava i propri nemici vivi in pasto a una tigre del suo zoo privato. Infine, l’hanno ucciso senza neanche sapere chi era: forse mentre soffriva di una grave malattia terminale, e si dice dopo essersi riavvicinato alla fede. Ma quando lo hanno identificato, il suo cadavere era intanto già sparito dall’obitorio.

12 Ottobre 2012 alle 15:11

Hanno ammazzato Lazca, Lazca è vivo

Aveva studiato dai preti; era diventato un soldato di élite; era poi passato al servizio dei narcos; si era in messo in proprio, facendosi la fama di uno che dava i propri nemici vivi in pasto a una tigre del suo zoo privato. Infine, l’hanno ucciso senza neanche sapere chi era: forse mentre soffriva di una grave malattia terminale, e si dice dopo essersi riavvicinato alla fede. Ma quando lo hanno identificato, il suo cadavere era intanto già sparito dall’obitorio. E così ai tre soprannomi di El Lazca, El verdugo (ovvero "il boia") e Z-3 che si era guadagnato in vita il boss messicano Heriberto Lazcano Lazcano ne ha aggiunto un quarto: “il morto che cammina”. Una vicenda che sembra già pronta per una telenovela o per un corrido, e di cui è stato appunto scritto che poteva accadere solo nel Paese di Juan Rulfo: il romanziere che sceglieva i nomi dei suoi personaggi tra le lapidi dei cimiteri.

Nato nel 1974, i genitori allevatori abbienti e un fratello prete, El Lazca si era arruolato a 17 anni, e l’esercito gli aveva constatato abbastanza talento per le armi da inviarlo nei Grupos Aeromóviles de Fuerzas Especiales (Gafe): quella versione messicana della Delta Force, costituita nel 1986 appunto con l’assistenza Usa e israeliana per sorvegliare la sicurezza dei mondiali di calcio, e poi utilizzata sempre di più contro i narcos. “Soldati addestrati per prendere una città in sette o otto giorni”, spiegano nelle Forze Armate messicane. Fino a quando nel 1998  Osiel Cárdenas Guillén, il capo del Cartello del Golfo, non iniziò a offrire a molti “Gafe” un ingaggio a peso d’oro per passare al suo servizio. Anzi: non solo a molti Gafe, ma anche a membri del Grupo Anfibio de Fuerzas Especiales (Ganfe) e della Brigada de Fusileros Paracaidistas (Bfp), oltre a elementi delle forze speciali guatemalteche “kaibiles”. “Los Zetas” furono chiamati i membri di questa specie di guardia pretoriana del narcotraffico: dal colore dell’uniforme dei Gafe, che nel gergo dell’esercito messicano era chiamata “azul zeta”. E “Z-1” fu chiamato il loro fondatore Arturo Guzmán Decena, che aveva disertato nel 1997. Lazcano, suo ex-commilitone, era stato appunto il numero tre. Ma nel 2002 Z-1 fu ucciso da soldati in un ristorante, e nel 2003 Cárdenas fu arrestato. Allora Los Zetas, con Z-3 ormai numero uno, si misero in proprio, cercando di estromettere i vecchi Cartelli con violenza estrema in cui combinavano le tecniche militari e di intelligence apprese nelle scuole militari con elementi di ferocia pura che sembravano invece attingere alla memoria ancestrale dei sacrifici umani aztechi. 

A parte la tigre, Lazcano era un patito delle decapitazioni, oltre che dei cavalli e della caccia. Una volta scoprì che uno dei suoi “falchi”, gli uomini incaricati di fare lavoro di intelligence per strada, era in realtà al servizio di un cartello rivale. Lo fece legare a un albero e spezzare le gambe, e lo lasciò lì a morire di fame, sete e sfinimento: cosa che avvenne in capo a tre giorni. Un’altra volta mentre stava ordinando ai “soldati” della banda di fare flessioni durante un addestramento, ne vide uno che esausto si sollevava senza permesso. Senza dire una parola, per punizione gli sparò al braccio. Sempre Lazcano era colui che aveva ordinato l’esecuzione di 72 immigranti clandestini centroamericani con un colpo alla nuca. E a volte costringeva i suoi prigionieri a affrontarsi tra di loro n duelli mortali, stile combattimento di gladiatori. Ma aveva investito molti soldi per far ampliare la chiesa del suo villaggio natale, e sembra che a forza di pregare si fosse convinto che era arrivato il momento di ritirarsi. Più facile in realtà a dirsi che a farsi, quando si ha sulla testa una taglia 5 milioni di dollari negli Stati Uniti e due milioni e mezzo in Messico: il secondo criminale più ricercato del Messico dopo il narco nella lista Forbes dei miliardari Joaquín “El Chapo” (= il tappo), Guzmán. A complicargli la vita anche la faida che dopo essere riuscito a togliere ai Cartelli di Sinaloa e del Golfo gran parte delle rotte della droga in America Centrale sembrava averlo da ultimo contrapposto al suo braccio destro Miguel Ángel Treviño “El Z-40”.

Domenica scorsa, una soffiata ha infine portato i marines messicani sulle sue tracce, mentre beveva birra in un campo di baseball dove stava giocando un parente della sua compagna. In un paesino di 4.000 abitanti dal nome di Progreso, a 200 km dal confine col Texas. Appena hanno visto i soldati lui e i due che stavano con lui hanno tentato di aprirsi una via di fuga sparando, e i marines hanno allora risposto crivellandolo di colpi: ma senza sapere chi fosse. La denuncia era stata semplicemente: “C’è gente sospetta che porta armi”. Sono state le impronte digitali e le foto a identificarlo, anche grazie all’aiuto Usa. Ma quando il governo messicano ha annunciato al mondo il successo, è saltato fuori che il cadavere non stava più nell’obitorio dove era stata fatta l’autopsia, portato via nella notte da un commando di uomini armati. E salta in ultimo fuori che era stato proprio El Z-40 e trafugare il corpo, come estremo gesto di affetto per i suo capo. E che la faida interna agli Zetas non sarebbe stati in realtà tra Z-40 e Z-3, ma tra Z-40 e Iván Velázquez Caballero, alias El Talibán e El Z-50. Ma non mancano i blogger secondo i quali in realtà si è trattata di tutta una messinscena, e in realtà Z-3 è in salvo in Brasile.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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