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Non saprei dire come, ma Szymborska sapeva quasi tutto di me

Ci si innamora di un poeta come di una musica, di una faccia, di un sapore. Ci si inciampa, quasi sempre, in un poeta. In una parola che era rimasta incustodita, un verso dimenticato sul ciglio di una strada – come con certe tele di ragno che pendono invisibili dai rami e ti succede di attraversarle: non vengono più via dai capelli, dal viso, dalle ciglia. Non ricordo dove lessi per la prima volta quel verso – ma ricordo che era esattamente quel verso, il primo di tutti i versi di Wislawa Szymborska: “Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore”.

3 Febbraio 2012 alle 15:22

Non saprei dire come, ma Szymborska sapeva quasi tutto di me

Ci si innamora di un poeta come di una musica, di una faccia, di un sapore. Ci si inciampa, quasi sempre, in un poeta. In una parola che era rimasta incustodita, un verso dimenticato sul ciglio di una strada – come con certe tele di ragno che pendono invisibili dai rami e ti succede di attraversarle: non vengono più via dai capelli, dal viso, dalle ciglia. Non ricordo dove lessi per la prima volta quel verso – ma ricordo che era esattamente quel verso, il primo di tutti i versi di Wislawa Szymborska: “Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore”. E ricordo il secondo – lei parlava con una pietra, e a tutti noi succede di parlare con delle pietre. E cercava di aprire un varco di commozione in quella pietra (ma non un cuore di pietra): “Ho poco tempo per farlo. La mia mortalità dovrebbe commuoverti”. Avevo solo questi due versi, malamente raccattati. Neanche il nome – esatto non lo sapevo dire, il nome della poetessa. Però incappai in un’intera poesia, raccontava di ciò che sappiamo fare in sogno – volare e dipingere come Vermeer e vedere due soli (e la copiai per un compleanno, quella poesia traboccante di sogni, dove sempre ci si poteva svegliare prima di morire). Poi i suoi libri – letti con disordinata avidità, con scavo di penna tra verso e verso, e ali di pagina in pagina, un pezzo di me stesso (un angolo di cuore, una lacrima ignota) che sempre finivo per incontrare.

Wislawa Szymborska – come Borges, come Dickinson, come Canetti, come Pessoa – ha una magia. Gli scrittori magici per me (che non so dire della grandezza o della pochezza di un scrittore) sono quelli di cui apri a caso un libro e sempre nella pagina trovi qualcosa che ti riguarda – e che dopo la prima volta ti abiterà dentro e non andrà più via. “Conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova. / Ve lo dico / dal mio cuore sconosciuto”. I versi che amiamo sono quelli che inavvertitamente ripetiamo tra di noi – srotolandoli nella noia di una fermata d’autobus, nello stupore di un volto ferito o amato, vicino a una pianta. A un animale. “Morire – questo a un gatto non si fa”, e sai ora che c’è una ragione ancora per non cedere alla stanchezza di molte cose. Io so che la Szymborska era una grandissima poetessa – certo non so dire perché lo fosse. Ma so che lo era mentre guardo quella suo foto, il vestitino a piccoli quadretti, il cappello rosso fuoco, il suo anello, l’aria di una vecchia gentile e curiosa. Possibile, dico, che questa donna sapesse tanto di me? Che sapesse di me anche quando mi mostrava la foto del piccolo Adolf, dalle tenere manine (il macellaio prima della macellazione, il carnefice alla poppata)? Un carretto di gelati assediato dai bambini, tra le rovine fumanti – “questo orribile mondo non è privo di grazie, / non è senza mattini / per cui valga la pena svegliarsi”. Il gelo di ogni curriculum, “conta di più chi ti conosce di chi conosci tu”.

Il niente di ordinario dell’esserti accanto – straordinario, vero? Un dono inatteso, una persona inattesa che ti dice: ma io l’ho sentita leggere le sue poesie, qui vicino… Qui vicino – ma Cracovia è a distanza di sicurezza e di sguardi. Le quattro del mattino, vecchi e formiche non dormono – e senti quel vegliare, dopo. Un’idea di vivere. “Un mondo solo così. Solo così / vivere. E morire solo quel tanto. / E tutto il resto eccolo qui – / è come Bach suonato sul bicchiere / per un istante”. Lo stupore che dura e sempre durerà per una donna sconosciuta che parlava una lingua sconosciuta – e che sapeva cose che neanche il mio cuore intuiva. “Benvenuto e addio / in un solo sguardo”. Così.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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