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Non sono gli inglesi a essere strani, ormai siamo tutti euroscettici. L’Europa ha ribaltato i canoni della democrazia liberale

Per tutta la mia vita, i problemi sono sempre venuti dal continente, mentre tutte le soluzioni sono arrivate dal mondo anglosassone”, dichiarò Margaret Thatcher a un congresso del suo partito sul futuro dell’Europa. E non fu certo l’ultima occasione in cui la Lady di ferro esprimeva un’opinione largamente condivisa e sostenuta dalla maggior parte del popolo britannico.

23 Novembre 2011 alle 11:36

Per tutta la mia vita, i problemi sono sempre venuti dal continente, mentre tutte le soluzioni sono arrivate dal mondo anglosassone”, dichiarò Margaret Thatcher a un congresso del suo partito sul futuro dell’Europa. E non fu certo l’ultima occasione in cui la Lady di ferro esprimeva un’opinione largamente condivisa e sostenuta dalla maggior parte del popolo britannico. Fin dall’epoca di quell’altra collerica, la regina Elisabetta I, i pragmatici inglesi hanno forgiato la propria peculiarità in contrasto con i continentali. L’Inghilterra ha mantenuto e sviluppato in modo indipendente, fino all’era moderna, le sue istituzioni medievali: la Common law, il Parlamento, la monarchia, i vescovi.

Le rivoluzioni inglesi del 1640 e del 1689, come pure la rivoluzione americana, che ne ha raccolto l’eredità, sono state combattute all’insegna di vecchi princìpi – “Religione, libertà e proprietà” – mentre la rivoluzione francese, con “Libertà, uguaglianza e fraternità”, e quella russa, con “Pace, pane e terra”, aspiravano a qualcosa di nuovo. Per gli anglosassoni la proprietà è sacrosanta. La tassazione senza rappresentanza è un ladrocinio, così come l’incarcerazione senza un processo con giuria equivale al furto di quello che Locke definiva la proprietà fondamentale di ogni inglese: il suo corpo. Come a dire, per parafrasare J. S. Mill in “Sulla Libertà”: “Fate pure quello che volete, purché non spaventiate i cavalli”.

La tradizione continentale è fatta di diritti (concessi da chi?, strappati da chi?) da valutare in un futuro giorno del giudizio. Edmund Burke, il grande padre della politica britannica e americana, era convinto – alla pari di ogni inglese – che “un diritto privo di contesto è un torto”. Nel Parlamento di Westminster, Burke sosteneva l’appello alla base della rivoluzione americana – “Nessuna tassazione senza rappresentanza”; aveva promosso l’attacco contro l’imperialismo britannico in India e, fin dall’inizio, aveva intravisto un gulag nel tentativo della Rivoluzione francese di partire dall’anno zero, perché la mancanza di un contesto storico organico rende l’uomo primitivo, non progressista. Per citare le parole di Burke, “al limitare dei boschi della loro accademia vedo la forca”.

Burke ha ispirato il Partito conservatore di David Cameron, nonché Keynes, Beveridge e Lloyd George nella concezione dello stato assistenziale. L’euroscetticismo non contraddistingue soltanto le 81 nuove leve tra i conservatori del Parlamento inglese che hanno votato per un referendum immediato sull’adesione all’Unione europea, ma anche – e da sempre – Cameron, il suo cancelliere dello Scacchiere George Osborne, il ministro dell’Istruzione Michael Gove e il ministro degli Esteri William Hague. Ora il 49 per cento dell’elettorato britannico, cioè un inglese su due,  vuole uscire completamente dall’Unione europea. Perché? Basta guardare alla storia, e al contesto. A Bruxelles c’è un esecutivo non eletto che tassa e spende senza i voti dei rappresentanti eletti di Strasburgo o Westminster.

Nigel Farage, il deputato euroscettico che ha detto a Strasburgo: “Nessuno di voi è stato eletto”, al di là delle sfumature appartiene allo stesso popolo di Cameron, che venerdì ha provato – senza successo – a mettersi d’accordo con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, sulla modifica dei trattati europei e su un’armonizzazione fiscale.

C’è un sistema giuridico straniero che ribalta le decisioni di giurie e corti nazionali, come pure la legislazione di parlamenti interni, in questioni quali la sicurezza, il welfare e il bilancio della nazione. C’è una congiura che – per usare le parole di Osborne – “spara una pallottola al cuore” dell’industria che da 330 anni rappresenta la spina dorsale del Regno Unito: la City. E c’è qui, al nostro fianco, una nuova valuta fallita, perché i suoi fantasiosi fondatori avevano fatalmente immaginato un altro anno zero.

Richard Newbury

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