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L’osservato Romano

Nota per il Quirinale: 13 anni sotto indagine sono persecutori. O no?

Tredici anni sotto inchiesta sono troppi perfino nell’Italia post Tangentopoli. Eppure, malgrado i limiti che la norma pone alle indagini – diciotto mesi, più due anni in caso di situazioni particolarmente complesse – non è difficile elencare i casi di persone “variamente indagate” per oltre un decennio. Esempi di scuola: il presidente del Consiglio, il coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino o il neo ministro all’Agricoltura, Saverio Romano.

25 Marzo 2011 alle 15:00

Tredici anni sotto inchiesta sono troppi perfino nell’Italia post Tangentopoli. Eppure, malgrado i limiti che la norma pone alle indagini – diciotto mesi, più due anni in caso di situazioni particolarmente complesse – non è difficile elencare i casi di persone “variamente indagate” per oltre un decennio. Esempi di scuola: il presidente del Consiglio, il coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino o il neo ministro all’Agricoltura, Saverio Romano.
L’ex democristiano Romano, in particolare, convive con lo status di “indagato” dal 2001, quando il capo mafioso del quartiere palermitano Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, fa il suo nome nel salotto di casa. I carabinieri, che avevano disseminato l’abitazione di microspie, lo intercettano e il neo deputato Romano finisce nel registro degli indagati, assieme al neo governatore della Sicilia Totò Cuffaro e al “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino. Le indagini non approdano a niente di rilevante e, nel gennaio 2005, dopo aver raschiato il fondo di tutti i pentiti disponibili, vengono archiviate. Ma è questione di mesi: l’ottobre successivo un altro collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, già presidente del Consiglio comunale di Villabate, parla. Racconta di un pranzo in piazza Campo de’ Fiori, a Roma, dove, all’ombra di Giordano Bruno succede un fatto ambiguo: alla presenza di Cuffaro e di altri commensali, Romano minaccia Campanella, dicendo in siciliano stretto che “mi devi votare, perché nuatri semo ’ra stessa famigghia, vai a Villabate e t’informi”.

Si riprende a indagare, ma a parte l’elemento della “stessa famiglia” (quale, poi, quella mafiosa o quella democristiana, come sostiene Romano?), troppo elastico per poter essere probante, non si trova niente. Infatti nel 2008 scadono i termini concessi alle indagini preliminari e la vicenda scivola su un binario morto. Nell’autunno del 2010, però, nel corso di un’ispezione ordinaria si scopre che al tribunale di Palermo giacciono alcune cause inevase. Bisogna rimediare e chiuderle in fretta, come effettivamente avviene: a febbraio, il giudice accoglie la richiesta di archiviazione per gli altri 38 indagati, inviata il 9 novembre. Per Romano, stando alle 15 righe firmate dal giudice per le indagini preliminari Giuliano Castiglia, il percorso è diverso: le parti saranno sentite il 6 aprile (il giorno del processo a Berlusconi sul caso Ruby, strana combinazione), poi si deciderà se archiviare, procedere a nuove indagini o all’imputazione coatta. Perché? Semplice: il magistrato intende, tra l’altro, verificare se il suo nome sia citato nella sentenza con cui la Cassazione ha condannato Cuffaro e che sarà depositata a giorni. Nelle motivazioni dovrebbero esserci indicazioni che, con il marchio della suprema corte, potrebbero fornire a Castiglia altri elementi di giudizio nei confronti del ministro dell’Agricoltura. Romano si dice “comunque tranquillo”, perché la richiesta di archiviazione presentata da parte della procura ha escluso l’esistenza di prove che possano legittimare un rinvio a giudizio. Romano è oggetto anche di un’altra indagine, ancora in corso, innescata due anni fa dalle dichiarazioni del controverso pentito Massimo Ciancimino. Con lui sono indagati Cuffaro e Carlo Vizzini (Pdl). Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo li accusa di aver favorito, nelle gare d’appalto, la Gas spa, su cui lucrava il padre. Per Ciancimino jr., Romano avrebbe ricevuto centomila euro.

Indagato, ma la procura non lo sa

Per Nicola Cosentino, invece, le indagini sono durate di più. Le prime dichiarazioni generiche, fornite dal collaboratore di giustizia Dario De Simone, sono del 1996. Nel 1997 parla un secondo pentito, ma Cosentino non viene iscritto fra gli indagati. Nel 2008 l’Espresso pubblica le accuse di un terzo pentito, Gaetano Vassallo. A quel punto Cosentino chiede per due volte di essere sentito dai magistrati, ma dalla procura rispondono che “non essendo indagato, non sappiamo in che veste sentirlo”, racconta il suo legale, Stefano Montone. Di fatto, Cosentino diventa “indagato” nel febbraio 2009, dopo tredici anni. Quattro giorni dopo viene depositata una richiesta di custodia cautelare di 400 pagine, una mole a cui è difficile arrivare in quattro giorni.
Il fenomeno è ricorrente: chi incappa in questo tipo di indagini può passare anche un decennio appeso al palo dell’inchiesta. Alla fine, se non emergono elementi probanti, la procura archivia tutto. Magari in attesa che un nuovo pentito offra lo spunto per riaprire le indagini.

Marco Pedersini

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