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Pro e contro La lobby di Dio /2

Mi chiamo Camillo Langone e sono un detrattore dei machiavellici Cdo

Mi chiamo Camillo Langone, sono un detrattore di Roberto Formigoni, un osservatore inorridito dall’osceno machiavellismo espresso senza requie dai politici ciellini, un cattolico praticante che considera la Compagnia delle Opere una metastasi simoniaca e Cl una grande eredità in via di dissipazione. Questo mio giudizio non nasce certo dalla lettura della “Lobby di Dio” del giornalista veneto Ferruccio Pinotti, però il grosso libro pubblicato da Chiarelettere mi spinge a esplicitarlo appunto a chiare lettere.

13 Dicembre 2010 alle 20:20

Mi chiamo Camillo Langone, sono un detrattore di Roberto Formigoni, un osservatore inorridito dall’osceno machiavellismo espresso senza requie dai politici ciellini, un cattolico praticante che considera la Compagnia delle Opere una metastasi simoniaca e Cl una grande eredità in via di dissipazione. Questo mio giudizio non nasce certo dalla lettura della “Lobby di Dio” del giornalista veneto Ferruccio Pinotti, però il grosso libro pubblicato da Chiarelettere mi spinge a esplicitarlo appunto a chiare lettere. Avrei fatto volentieri a meno di sciropparmi le 464 pagine di un tomo impegnativo fin dal sottotitolo: “Fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere”. Sapevo perfettamente che la lettura mi avrebbe procurato tristezza e mi avrebbe costretto a scrivere un articolo che non avrei voluto scrivere, questo. Non sapevo che avrebbe gettato nuova, impietosa luce su tre problemi che avevo già colto in precedenza, per conto mio.

Il problema Carrón: “Un sacerdote algido, che al popolo di Comunione e Liberazione non rivolge nemmeno una parola, un saluto, un “come state?”: arriva, espone una fredda relazione teologica sulla figura di san Paolo, poi se ne va. In prima fila il gotha della politica italiana, in ammirazione silenziosa, applaude il rigido monsignore che arriva dalla Spagna, elargisce il Verbo dall’alto e riparte. I 40-50 mila giovani assiepati nel gigantesco hangar ad attendere un messaggio di speranza per le loro vite sono visibilmente delusi dalla freddezza del successore di don Giussani”. Pinotti descrive un’epifania carroniana al Meeting di Rimini e io ringrazio il Cielo per non avermi fatto conoscere il predecessore, altrimenti sai la nostalgia.

Capisco come si possano sentire i ragazzi degli anni Settanta-Ottanta, precipitati da una guida carismatica a una vigilanza burocratica. “Ne rimasi folgorato: era un sacerdote, un uomo virile, con la voce roca. Un prete che ogni due parole diceva ‘Dio bono’. Era coinvolgente, toccava argomenti forti. Don Giussani aveva grinta. Era irruento, affascinante” racconta nel libro un testimone degli anni eroici. Non è colpa di Carrón se risulta un filino surgelato, il carisma se uno non ce l’ha mica se lo può dare. Non è una colpa ma è un problema: la debolezza della componente spirituale del movimento consente al braccio secolare (Cdo e formigoniani) di prevaricare e occupare la scena.

Purtroppo non vedo nessuno capace di supplire a una simile mancanza di calore: Camisasca, il capo della Fraternità di San Carlo Borromeo ovvero del clero ciellino, ad ascoltarlo mi fa l’effetto della tisana di papavero che prendo nelle sere di nervosismo. Mentre scrivo sto riguardando su YouTube l’intervento di Kiko Arguello al Family Day del 2007: i neocatecumenali sono liturgicamente ambigui almeno quanto sono organizzativamente equivoci i ciellini però, caspita, che differenza di temperatura, quanta passione in piazza San Giovanni. Il problema della Confusione: non si capisce dove finisce Cl e dove comincia la Compagnia delle Opere, non si capisce dove finisce la Compagnia delle Opere e dove comincia la regione Lombardia, e via di seguito. Sono misteri tenebrosi che affondano nella notte dei tempi, come racconta Pinotti: già nel 1975 don Giussani sentì il bisogno di chiarire con un comunicato che il Movimento popolare, la corrente appena messa in piedi da Formigoni per sgomitare nella Democrazia cristiana, non andava confusa con Cl. Chissà perché non convinse nessuno.

Francamente non so se parlare di omesso controllo, di fiducia accordata a gente che non se la meritava oppure, come suggerisce l’autore di “La lobby di Dio” senza però approfondire, il fondatore che notoriamente non voleva fondare alcunché ma solo tornare “al fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali” è stato fin dall’inizio strumentalizzato dai caporali che gli giravano intorno. Gli anni sono passati e il problema, evidentemente intrinseco, si è incancrenito e ogni volta che un politicante di area compie qualche malefatta tocca leggere dichiarazioni contorte e permalose tipo questa: “Desideriamo precisare che il movimento non si occupa di ospedali né sceglie presidenti di fondazioni semplicemente perché non ne ha il titolo in quanto movimento ecclesiale”. Chi le produce pare vada a messa tutti i giorni, deve avere le orecchie foderate di prosciutto se non ha mai sentito Matteo 5, 37: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Qualunque movimento  (ecclesiale o non ecclesiale non cambia nulla) che durante le campagne elettorali si impegni pancia a terra per determinati candidati non può permettersi di fare la vergine offesa se lo si considera corresponsabile delle azioni politiche di quei candidati divenuti sindaci o assessori o presidenti.

Parliamo dei Memores Domini? E’ il problema che mi sono tenuto per ultimo perché il più difficile da affrontare, davvero non vorrei turbare persone che hanno dedicato la propria vita a Gesù. Ma la verità rende liberi ed eccomi. I Memores sono una via di mezzo tra laici e monaci: uomini e donne che vivono in povertà, castità e obbedienza all’interno di piccole comunità, ma che durante il giorno lavorano all’esterno. Somigliano ai numerari dell’Opus Dei anche se un amico dell’Opera ha appena cercato di spiegarmi le grandi (a suo avviso) differenze tra i due gruppi, senza riuscirci minimamente. Quando gli ho detto che c’è bisogno di preti, di padri e di madri più che di personaggi né carne né pesce, né sacerdoti né genitori, mi ha risposto che negli anni Cinquanta tutta la chiesa la pensava come me. Bene, sono un cattolico anni Cinquanta. Comunque nessuno dei numerari che conosco fa controtestimonianza mentre il Memor più famoso si è distinto per aver scristianizzato il panorama milanese costruendo a spese del contribuente un grattacielo così gonfio di hybris da superare di oltre cinquanta metri la Madonnina. Se l’albero si riconosce dai frutti, la pianta che ha prodotto il sacrilego Roberto Formigoni merita la maledizione di Marco 11, 12-14.

Non sarà un caso che Giussani, l’ho scoperto grazie a Pinotti, dei Memores non ne voleva sapere: “La proposta non mi trovò immediatamente compiacente”. Poi purtroppo cedette: “Non nasceva da me l’idea di questa forma di dedizione: ho obbedito a delle circostanze”. Pinotti riporta la testimonianza di un ex Memor, Bruno Vergani, che aveva come capo-casa un certo Perego: “La mattina quando si svegliava, dopo le preghiere, si svagava appoggiando il suo pollice destro sull’occhio del primo subalterno che gli capitava, schiacciando con forza. A me faceva male questo gioco, ma a lui piaceva”. Perego ha poi fatto carriera (nel movimento la selezione dei peggiori sembra essere la norma), è diventato “il cassiere di Formigoni, uno degli uomini chiave delle finanze di Cl”. Un caso isolato? Oppure una calunnia? Secondo me è il minimo che possa capitare quando persone diverse dal Papa si inventano di rappresentare Cristo in terra. “Dovevo rendere conto di ogni cosa al mio capo-casa, perché mi veniva detto che, per processo analogico, lo stavo facendo con Cristo stesso”, ricorda Vergani mentre a me sta venendo da vomitare, scusate, corro in bagno, chiudo qui.

Camillo Langone

Camillo Langone

Vive a Parma. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "Eccellenti pittori. Gli artisti italiani di oggi da conoscere, ammirare e collezionare" (Marsilio).

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