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Non sappiamo se esiste il partito del teorema Summers, ma il dibattito che si svolge intorno a questo “teorema” ci fa venire il dubbio che abbia ragione Tremonti quando dice “silete economisti”, anche se scrivendo un “diario di due economisti” entreremmo in contraddizione con noi stessi. Il teorema consisterebbe nell’affermazione che, essendovi molta liquidità e tassi di interesse bassi, forza lavoro disoccupata e necessità di investimenti infrastrutturali, l’uovo di Colombo sia rilanciare l’economia con investimenti a lungo termine infrastrutturali necessari alla crescita della produttività.

15 Ottobre 2010 alle 08:00

Non sappiamo se esiste il partito del teorema Summers, ma il dibattito che si svolge intorno a questo “teorema” ci fa venire il dubbio che abbia ragione Tremonti quando dice “silete economisti”, anche se scrivendo un “diario di due economisti” entreremmo in contraddizione con noi stessi. Il teorema consisterebbe nell’affermazione che, essendovi molta liquidità e tassi di interesse bassi, forza lavoro disoccupata e necessità di investimenti infrastrutturali, l’uovo di Colombo sia rilanciare l’economia con investimenti a lungo termine infrastrutturali necessari alla crescita della produttività. Questo ci ricorda la vecchia barzelletta in cui l’economista dice: assumiamo di avere l’apriscatole. Spieghiamoci. Le osservazioni di Summers si riferiscono a quel che accade in tutte le recessioni, o quasi. Se si possa uscire da queste situazioni con ricette di deficit spending è idea oggetto di discussione da quasi un secolo, quindi nulla di nuovo. Il fatto che gli investimenti pubblici per investimenti dovrebbero essere considerati al di fuori del calcolo del deficit che sarebbe utile azzerare, la cosiddetta regola aurea, è anch’esso concetto vecchio. Se ne è discusso in prima applicazione delle regole di Maastricht e questo diario ha sostenuto a suo tempo la correttezza di questa posizione. Ma come stanno le cose oggi e, soprattutto, abbiamo l’apriscatole? Fuori di metafora: perché gli investitori privati dovrebbero essere invogliati a finanziare investimenti a lungo termine, direttamente o sottoscrivendo debito pubblico?

Il dato di partenza è che la maggior parte degli stati europei e gli Stati Uniti hanno accumulato nel corso della crisi, o si portano dietro da prima della crisi, enormi debiti pubblici. Finanziarsi sul mercato per investimenti pubblici sarebbe buona cosa se lo si potesse fare, come si dice, ai bassi tassi di mercato corrente. Ma è possibile questo? Per quanto riguarda i paesi europei, soprattutto per quelli con alto debito ed alto deficit, finanziarsi in questo modo significa in ogni caso aumentare il debito, e allora la condizione è che gli stati abbiano sufficiente credibilità di solvibilità. La verità è che la volatilità dei mercati finanziari è tale che un aumento del debito potrebbe determinare una impennata dei tassi da pagare sull’intero debito per compensare il rischio percepito, a torto o a ragione, dai sottoscrittori del debito. Nel caso americano le cose per ora stanno in modo differente, dato che gli Stati Uniti finanziano il proprio debito stampando dollari e inondandone il mondo. Per frenarne gli effetti sul tasso di cambio la Cina accumula riserve e continua a finanziare il debito americano. Ecco perché i tassi di interesse sono bassi. Allora Summers si può chiedere se non sia più utile stampare dollari per finanziare investimenti piuttosto che per sostenere i consumi.

Ma il risultato di quel che accade è che le politiche macroeconomiche delle maggiori economie divergono sempre di più e in tal modo si aggravano gli squilibri globali che sono alla base della crisi in corso. La politica monetaria americana è alla base della riluttanza cinese ad accettare una rivalutazione unilaterale dello yuan. Questa sarebbe possibile da parte cinese a due condizioni. La prima è una forte espansione mondiale che consentirebbe di mantenere elevati flussi di esportazioni anche in una prospettiva di riequilibrio della propria bilancia commerciale. Quel che conta non è la quota di commercio mondiale ma quanto si esporta. Ma ciò richiederebbe una politica meno deflazionistica anche da parte dell’Europa. La seconda è mettere al sicuro le riserve cinesi accumulate in dollari da una rapida riduzione del loro valore. Ciò sta alla base della richiesta cinese, fin dalla vigilia del G20 di Londra nella primavera del 2009, di discutere un nuovo ordine monetario internazionale in cui non fosse più il dollaro, il cui valore è soggetto alla politica monetaria americana condizionata da problemi interni, a essere la valuta di riserva internazionale. Fino a oggi si sono persi due anni nel non voler affrontare queste questioni, e ci troviamo di fronte a una guerra valutaria che spinge verso un nuovo protezionismo e rende più difficili le prospettive per investimenti a lungo termine.

Il problema è l’apriscatole, senza il quale Europa e Stati Uniti sono condannati a divergere nelle loro politiche e ad avvitare il mondo in una lunga stagnazione. Uno strumento utile a livello europeo è quello, di tremontiana ispirazione, degli eurobond per finanziare gli investimenti strutturali. Ma il vero apriscatole, cioè uno strumento che rompa il circolo vizioso costituito da debiti crescenti e crisi valutarie, può essere la proposta, avanzata da Paolo Savona, di collocare i debiti sovrani presso il Fondo monetario internazionale in diritti speciali di prelievo con tassi non soggetti a speculazioni di breve periodo, in modo da liberare le politiche economiche, stabilizzare i mercati finanziari e riavviare il finanziamento di investimenti a lungo termine e, aggiungiamo noi, creare le condizioni per un accordo monetario con la Cina, rispettandone le esigenze, in breve andare alla radice dei problemi. Teorema Savona? Vale la pena di riparlarne con calma, ma non troppa.

Ernesto Felli e Giovanni Tria

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