Il Cremlino non dorme più per colpa di un mercante d'armi

Luigi De Biase

Per il governo russo, che gli ha garantito un passaporto e qualche favore diplomatico, Viktor Bout è un uomo d'affari come tanti. Secondo gli investigatori della Cia è il trafficante d'armi più pericoloso al mondo. Lo stesso pensa il giudice della Thailandia che ha deciso di consegnarlo alle autorità americane dopo udienze lunghe e misteriose. Una cosa sola è certa sul conto di Bout: ha l'abilità di trovare accordi, intese e compromessi anche quando sembra impossibile.

Per il governo russo, che gli ha garantito un passaporto e qualche favore diplomatico, Viktor Bout è un uomo d'affari come tanti. Secondo gli investigatori della Cia è il trafficante d'armi più pericoloso al mondo. Lo stesso pensa il giudice della Thailandia che ha deciso di consegnarlo alle autorità americane dopo udienze lunghe e misteriose. Una cosa sola è certa sul conto di Bout: ha l'abilità di trovare accordi, intese e compromessi anche quando sembra impossibile. Da quel dono dipende la soluzione di un intrigo che preoccupa molti al Cremlino e nei palazzi del medio oriente.

A Washington lo seguono dagli anni Novanta, ma la caccia vera è cominciata dopo l'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre. Allora, Bout era considerato una specie di signore della guerra, un mercante capace di trasportare merce di ogni tipo in qualunque parte del mondo. L'intelligence americana dice che non esiste dittatore capace di restare al potere senza il suo aiuto. A partire da Charles Taylor, il sanguinario leader della Liberia sotto processo per crimini contro l'umanità in una Corte delle Nazioni unite. La sua rete partiva da un piccolo aeroporto a Sharia, la città franca nel deserto degli Emirati, e toccava Damasco, Teheran, Kabul e le grandi città dell'Asia centrale. Bout aveva anche clienti istituzionali e compratori esotici: ha trasportato truppe dell'Onu in Africa e marine in Iraq, in America Latina ha rifornito milizie e commando di irregolari, come dimostrano i viaggi compiuti dai cargo della sua organizzazione negli ultimi dieci anni. Per catturarlo, quelli della Cia hanno finto di essere uomini della Farc, il gruppo paramilitare colombiano, lo hanno incontrato in un albergo lussuoso alla periferia di Bangkok e gli hanno chiesto rifornimenti. Nessun problema, ha risposto agli interlocutori, “questo non è soltanto un lavoro per me: è la mia guerra”. Era il 6 marzo del 2008. Da quel giorno, è chiuso nella cella di un carcere thailandese, sorvegliato a vista da decine di agenti delle forze speciali e dai servizi segreti di mezzo mondo.

Gli americani pensano che Bout potrebbe rispondere a molte delle loro domande sui sistemi usati dai terroristi per avere munizioni, elicotteri e armi da guerra. Dopo avere progettato la trappola per incastrarlo, hanno cominciato a fare pressioni su Bangkok perché il suo processo fosse trasferito negli Stati Uniti. E' un affare importante e si capisce dalle promesse del dipartimento di stato, che è pronto a nuovi accordi commerciali (e militari) con il governo thai. Le autorità del posto hanno dato il via libera all'operazione la scorsa settimana, ma venerdì hanno bloccato la pratica. Non hanno spiegato quale sia la causa dei dubbi, ma Bout si trova ancora a Bangkok e non se la passa bene. Nelle foto passate alle agenzie internazionali ha la tuta arancione dei prigionieri e mostra trenta chili in meno rispetto al giorno dell'arresto, eppure non ha ancora rivelato neppure uno dei suoi segreti. Non ha parlato degli affari con Ahmad Shah Massoud, il leader tagiko dell'Afghanistan ucciso in un attentato alla vigilia dell'11 settembre. Non ha risposto ad alcuna provocazione sui presunti contatti con alcuni ministri russi. Come il vicepremier Igor Sechin, che avrebbe conosciuto in Mozambico negli anni Ottanta. Quando, si dice, lavoravano entrambi per il Kgb. Secondo Douglas Farah, un giornalista americano che gli ha dedicato un libro inchiesta, “Il mercante di morte”, Bout “è stato segnalato in Iran nel 2005 e in Libano nel 2006 e potrebbe aver venduto le armi russe che Hezbollah ha usato nella guerra contro Israele quella stessa estate. Potrebbe raccontare un sacco di cose sui sistemi usati per sostenere i jihadisti in Yemen e in Somalia, e potrebbe anche conoscere alcuni particolari interessanti della struttura bellica russa, compresi gli interessi in Iran e in Venezuela.

Lui ha soltanto 43 anni, ma non c'è segreto militare degli ultimi cento anni che gli sfugga”. Per questo, anche il Cremlino ha cominciato con le pressioni su Bangkok. Da Mosca hanno offerto ai thailandesi uno sconto sulle forniture di petrolio e tutto il loro sostegno nelle controversie regionali pur di tenere Bout al sicuro. Del caso ha parlato persino il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov: “La decisione del giudice ha una motivazione politica, è un favore agli Stati Uniti, faremo tutto quello che serve per riaverlo qui”. In settimana, un deputato della Duma ha detto a un quotidiano russo che l'attivismo americano “rischia di mandare all'aria il progetto di ricostruire i rapporti con noi”.

Non si può dire che Bout abbia lasciato tracce profonde dietro di sé.
Molti pensano che sia nato in Tagikistan, ma nessuno può affermarlo con certezza. Parla sei lingue, è vegetariano, ha lavorato per l'intelligence in molte città d'Europa, fra le quali Roma. Quando la Cia lo ha inserito nell'elenco dei ricercati, ha deciso di trasferirsi in pianta stabile a Mosca. Bout non ha mai negato di essere un mercante di armi, non lo ha fatto neppure con il reporter che, nel 2003, è riuscito a trovarlo e a scrivere una lunga intervista pubblicata dal New York Times. Quello che non sopporta è l'etichetta di criminale. Preferisce dire che è un “businessman” e parla risoluto come un manager che ha trovato il sistema per fare soldi quando l'Unione Sovietica è crollata. La sua storia è simile a quella di tanti oligarchi: servizio militare nel Kgb, qualche amicizia che conta e tanto senso degli affari. Al contrario degli Abramovich, dei Khodorkovski e degli Sechin, Bout non ha scelto i giacimenti di petrolio della Siberia ma gli arsenali dell'Ucraina e della Transnistria, una delle industrie sovietiche più grandi e fiorenti. In quel settore ha costruito un impero. Ora, dai segreti raccolti in vent'anni di affari dipendono la sua libertà e la reputazione di molti amici importanti.