L'epopea di Alvaro del Bosque

Jacopo Guerriero

Gliel'aveva promesso, padre a figlio: “Se vinciamo la alzi”. Calibrando parole e senza inventare, come si fa tra uomini, com'è nel personaggio. Poi ieri, detto e fatto, il baffo ha tenuto fede. Alvaro Del Bosque aspettava a Barajas suo papà Vicente, e non è rimasto deluso: nel tripudio dell'aeroporto, in mezzo ai giocatori, agli scherzi da spogliatoio, alle telecamere, alla nazione riunita, la coppa del mondo l'ha sollevata per davvero.

Gliel'aveva promesso, padre a figlio: “Se vinciamo la alzi”. Calibrando parole e senza inventare, come si fa tra uomini, com'è nel personaggio. Poi ieri, detto e fatto, il baffo ha tenuto fede. Alvaro Del Bosque aspettava a Barajas suo papà Vicente, e non è rimasto deluso: nel tripudio dell'aeroporto, in mezzo ai giocatori, agli scherzi da spogliatoio, alle telecamere, alla nazione riunita, la coppa del mondo l'ha sollevata per davvero. Di stelle vestito – maglia siderale –, nella sequenza che non scordi, Vicente un po' distante a controllare, come tutti i genitori.

E, per una volta, una volta sola, anche il mondo ha inteso: che la sindrome di Down è una patologia ma che chi ne è affetto ha faccia e nome. Alvaro, nella fattispecie. Che, con un delitto imperdonabile, la coscienza collettiva identificherebbe come il-ragazzo-down. Non lo salverebbe essere figlio di Vicente del Bosque, il ct campione del mondo. Alvaro che invece ha quelle sembianze esultanti e che se ne fregano, una faccia impresentabile – tutto suo padre – nel glamour calciovelinaro, ma che, chi l'avrebbe detto?, è novità vera.
Perché ovvio che accada: Iker Casillas bacia Sara Carbonero, si realizzano indimenticabili nel video destinato alla storia. Sono bellissimi e, appunto, diventeranno icona. Eppure sono anche quello che ti aspetti. Saga da Vanity Fair. Invece quel trofeo kitch e tutto dorato, le cui copie i tifosi riporranno in cantina, dimentichi della feticizzazione di un aggeggio di cattivo gusto che si compra ogni quattro anni, questa volta è finito nelle mani giuste ma che non ti aspetti. Più di quella volta che ci dormì il figlio di Cannavaro con Cannavaro.

Più di quella volta che Cafù si dichiarò alla moglie in mondovisione, mani sul trofeo. E' servito a un gesto di liberazione, a un'epopea vera, perché umile e nascosta. A dire ci siamo anche noi. Dove noi sono padre e figlio, Alvaro ad esultare, Vicente, magari, anche in mezzo alla festa, a macinare dolore nel cuore, come fanno in silenzio schiere di padri, madri, fratelli e sorelle che pure sanno che cos'è l'orgoglio. Sempre soli, perché Down è una parola che esclude, che spesso viene usata male e per fare male.
Ma questa volta le cose sono andate in modo diverso. Nel cuore della festa di Barajas c'è Alvaro che esulta e il mondo è ai suoi piedi . Puoi chiamarlo riscatto, puoi abbandonarti alla retorica. E' gioia vera, comunque. O, come direbbe Vicente, basso profilo, è solo una storia vecchia, la promessa inverata di un padre a un figlio, che c'entra poco con l'euforia collettiva ma che, forse proprio per questo, è autentica.
E' questa la scena che ricorderai per davvero. 
Alzala ancora, Alvaro!

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