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Qui si quota lo stato che non c’è

I palestinesi sono il maggiore destinatario di aiuti umanitari al mondo, e questo è noto, e hanno la loro piazza d’affari, e questo è meno noto, una Wall Street con sede a Nablus che in arabo si chiama “al Suk al Meli al Falastini” e in inglese è il Palestinian Securities Exchange. Centocinquantamila azionisti. Trentanove compagnie sul listino. Volume di scambi giornaliero tra i due e i cinque milioni di dollari. Il padrone della Borsa – che è un’istituzione privata – è un palestinese di 38 anni che si chiama Ahmad Aweidah.

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1 Marzo 2010 alle 20:45

Nablus, dal nostro inviato. I palestinesi sono il maggiore destinatario di aiuti umanitari al mondo, e questo è noto, e hanno la loro piazza d’affari, e questo è meno noto, una Wall Street con sede a Nablus che in arabo si chiama “al Suk al Meli al Falastini” e in inglese è il Palestinian Securities Exchange. Centocinquantamila azionisti. Trentanove compagnie sul listino. Volume di scambi giornaliero tra i due e i cinque milioni di dollari. Il padrone della Borsa – che è un’istituzione privata – è un palestinese di 38 anni che si chiama Ahmad Aweidah. Ahmad accetta di riceverci nella sua villa nel settore est, quello arabo, di Gerusalemme. E’ una bella costruzione tra le case di collina, protetta da un cancello di ferro battuto, a un piano e con tutti i segni di un’agiatezza molto più che occidentale. La Audi bassa e lucidissima in giardino – con targa gialla: israeliana. La borsa di pelle del computer portatile con interni in tela grigia di Louis Vuitton. Il maxischermo e il tappeto da tremila dollari appesi alla parete in sala. Il frigorifero, un monolite di metallo lucido – ma si beve sciroppo di amarena con acqua – e l’ultimo numero di Newsweek sul tavolo.

L’idea di fondare un mercato azionario per i palestinesi è venuta nel 1996, ma l’inizio è stato un po’ stentato. All’apertura della prima seduta c’erano soltanto due compagnie, roba da parodia di una Borsa reale. Dopo lo scoppio della seconda Intifada, nel 2000, è andata ancora peggio, la Borsa è caduta in letargo, dice Aweidah: “Deep freeze”, ibernazione, c’era da mandarla avanti sopportando le perdite di gestione e vedere se aveva le capacità per sopravvivere. Il boom economico, spiega, arriva nel 2005. Ariel Sharon decide il ritiro unilaterale degli israeliani da Gaza. L’esercito sgombra i settlers con la forza e consegna la Striscia ai palestinesi. I giornalisti si precipitano in macchina sulla costa, a seguire gli abitanti degli insediamenti che gettano schiuma e sassi contro i soldati di Tsahal, quelli che a loro volta li trascinano via per i piedi e gli arabi che prendono possesso delle case. Ma la notizia inosservata è nell’entroterra, a Nablus. Non si può dire troppo forte, ma l’ex generale israeliano diventa l’eroe del suk azionario. Alla Borsa le quotazioni impazziscono, la gente intravede una prospettiva di stabilità politica e fa la coda per comprare le azioni di imprese palestinesi. Nel 2005 il volume dello scambio giornaliero medio tocca i dodici milioni di dollari.

La fila di investitori arrivava fuori dalla Borsa e scendeva giù per le scale – dicono al Foglio gli investitori di oggi davanti agli schermi – tutti cercavano di arricchirsi, molti ci sono riusciti”. Il primo ministro israeliano e i fondatori della piazza di Nablus hanno concorso senza mettersi d’accordo a una prima singolare, dal punto di vista finanziario: hanno quotato uno stato che non c’è sul listino. In un colpo, come se fosse un’azienda nuova. Il padrone della Borsa palestinese Aweidah dice che “non c’è nessuna fretta di dichiarare la nascita di uno stato palestinese. La gente normale ha ancora bisogno dell’esercito israeliano per farsi proteggere, contro Hamas, perché le nostre forze di sicurezza non sono ancora pronte”.

Non c’è motivo di provocare scossoni politici in questo momento: le donazioni e gli aiuti internazionali vanno fortissimo lo stesso, anzi forse meglio. Due miliardi e cinquecento milioni di dollari l’anno. In media ogni palestinese riceve il triplo di un afghano e il doppio di un iracheno, e sei volte tanto l’aiuto in denaro ricevuto in media da ogni europeo durante il Piano Marshall, la grandiosa opera di restaurazione economica dell’Europa voluta dagli americani dopo la Seconda guerra mondiale – che però durò soltanto quattro anni. Il reddito annuo di un palestinese, grazie agli aiuti dall’esterno, è superiore a quello di un cittadino di altri paesi arabi considerati solidi, il Marocco, l’Algeria o la Siria. Il presidente scaduto Abu Mazen e il primo ministro Salam Fayyad stanno dimostrando di essere due ottimi attendisti e soprattutto due grandi raccoglitori di fondi: soltanto la settimana scorsa l’Unione europea ha versato ventuno milioni di euro all’Autorità nazionale palestinese perché pagasse gli stipendi ai suoi duecentomila dipendenti.

Per andare alla Borsa di Nablus c’è da fare un’ora di macchina o di autobus da Ramallah, la capitale amministrativa dei palestinesi, su una strada a saliscendi tagliata nell’arenaria rossa. In teoria il traffico è libero, non ci sono più posti di blocco; in pratica, ci sono ancora un paio di checkpoint volanti dell’esercito israeliano, qualche volta attivi spesso no. Andando verso Nablus viene fuori il fremito di anarco-capitalismo assoluto dei palestinesi: ogni checkpoint è una perdita di tempo e ogni perdita di tempo è un piccolo costo in denaro che però si va a sommare ad altre perdite di tempo e altri piccoli costi, è tutto un intralcio al nostro libero commercio. Siete ossessionati dagli affari? “Ci chiamano gli ebrei del medio oriente”. L’edificio che contiene anche la Borsa è sovrastato dall’intelaiatura di cemento di un mall enorme in costruzione. In mezzo un parcheggio pieno di taxi. Vicino ha appena aperto un cinema multisala, il primo da 25 anni, con quattro film americani in proiezione, “prima le condizioni di instabilità non lo permettevano”. In cima alla collina, con una vista completa su tuttà la città, c’è il profilo lontano della casa-castello di Munib al Masri, l’imprenditore più ricco fra i palestinesi. “Non hai idea del lusso là dentro”, dice chi c’è stato. Nablus sta tenendo fede al proprio nome, la “nuova città” dell’imperatore romano Flavio. La nea polis, la Napoli d’oriente.

La Borsa di Nablus è diventata un ottimo predittore politico e le fluttuazioni del suo indice sono il momento di candore più alto del vero sentimento palestinese. Quando è salito al potere il governo di unità nazionale misto, Hamas assieme a Fatah, gli azionisti sono scappati dal mercato perché sapevano che lo strano ibrido non sarebbe durato a lungo – e avrebbe riscosso meno simpatie tra i donatori internazionali – e che la tensione sarebbe scoppiata con effetti disastrosi. Come è puntualmente successo nel 2007, quando Hamas ha cacciato Fatah dalla Striscia di Gaza combattendo nelle strade e il mercato ha perso il 50 per cento del suo valore rispetto al boom degli anni precedenti.
Il Securities exchange è al quarto piano. In generale, nel mondo, non è il periodo migliore per visitare una Borsa. Ad Amman Street chi è dentro ha l’aria di guardare gli schermi e di leggere i listini in inglese come se guardasse una corsa all’ippodromo, senza reali speranze, si passa la mattinata e si scambiano commenti sulle prestazioni dei cavalli.

In una stanza in penombra i dati sono proiettati sul muro davanti a una trentina di sedie, in un angolo un televisore è acceso su un canale all news giordano – perché molte imprese hanno investimenti in Giordania. Nelle altre due stanze si guardano i numeretti cambiare sugli schermi Nokia e Dell dei computer. Tranne un ufficio a vetri con tre broker appesi ai telefoni, è tutto aperto al pubblico: si viene, si dà un’occhiata al valore delle proprie azioni, si esce (poi a mezzogiorno il canale all news s’interrompe per trasmettere la preghiera rituale e la seduta finanziaria si conclude). Età media alta, perché i soldi non sono materia da lasciare ai ragazzini. C’è un ronzio di frustrazione tra gli spettatori. Qualcuno ha comprato azioni Palcom a 1,29 e quelle ora sono ancora basse a 1,24 e non accennano a risalire. E’ probabile che in questo momento gli operatori della Borsa di Madrid – una settimana fa l’indice Ibex 35 è crollato del 6 per cento – farebbero volentieri cambio di posto. Ed è sicuro che lo farebbero nel resto del mondo arabo. Gli investitori e le aziende a Nablus nell’anno di crisi globale 2009 hanno perso soltanto il 16 per cento. In Egitto, Giordania, Dubai, hanno perso fino all’80 per cento.

L’indice si chiama al Quds, che è il nome arabo di Gerusalemme e ha un significato provocatorio, allude alla riconquista della città santa e alla cacciata degli ebrei. La sua parola d’ordine è stabilità. Come è possibile, se tutto il resto del mondo è arretrato e ha dovuto cedere terreno? Le imprese palestinesi hanno una caratteristica magica, quasi unica sul mercato, spiega Mohamed al Salami, giovane, capo dei broker, denti rovinati, fuma senza interruzioni alla sua scrivania. Hanno una percentuale di profitto netto altissimo che in occidente nessuno conosce più. Fa l’esempio di Paltel, telecom palestinese. L’anno scorso ha dichiarato entrate per 131 milioni di dollari e costi per 41: tolti quelli, screma per sé 90 milioni di dollari, il settanta per cento. E’ naturale che i dividendi degli azionisti saranno ottimi. N.I.C., la compagnia d’assicurazione “nazionale”, è presente in Borsa con un capitale di 5,5 milioni di dollari e nel 2009 ha fatto utili per otto milioni  di dollari. Gli utili superano in modo schiacciante il capitale e si trasformano anche in questo caso in ottimi dividendi per gli azionisti, in dollari o altre azioni gratuite.

Le imprese della vicina Giordania sono normali e non reggono il confronto: hanno buoni ricavi, ma hanno anche capitali giganti in Borsa e quindi i dividendi sono magri. E’ il mistero della Cisgiordania: uno stato che non c’è, una terra senza materie prime o petrolio nel sottosuolo, senza alcuna industria o attività manifatturiera, non si produce nulla; ma i servizi diffusi tra la popolazione, come i telefonini e le assicurazioni, hanno incassi altissimi. Per ora, dice al Salami, stiamo gestendo il declino dolcemente, ma la crisi ci ha anche aiutato. Investitori spaventati dal crac di Dubai cercano sicurezza su un mercato locale e solido come il nostro. Magari ci sono anche quelli che investono da voi per ragioni ideologiche, per sorreggere il mercato palestinese? Qualche petrolsceicco saudita o qualche fondo comune equo & solidale? Sbuffo di sigaretta strabiliato. No, “pure business”. Business puro a Nablus.

Siamo pienamente fuori dalla crisi”, dice Ahmad nella sua casa di Gerusalemme est. Sul serio? Eppure la Borsa palestinese è nata gracile ed è ancora esposta a rischi esterni come in nessuna parte del mondo. “Vuoi sapere perché? Le nostre banche hanno una montagna di liquidità, hanno retto benissimo l’onda d’urto. Sono molto conservatrici: prestano soltanto il 30 per cento di quello che hanno e il 70 per cento lo conservano cash. Da voi le banche prestano il 130 per cento di quello che hanno, soldi che non hanno veramente, e poi si ritrovano a corto di liquidità”. Oltre a essere capo della Borsa, Ahamad Aweidah è anche tra i tre partner fondatori di Zam’n, una catena di caffè di lusso. Il primo ha aperto sedici mesi fa nella capitale Ramallah, quartiere da ricchi di Tire. Zam’n è una perfetta replica di un caffé di Manhattan, con la stessa atmosfera e gli stessi standard sofisticati, più i piatti palestinesi. Trecentocinquanta clienti al giorni in media, per il novanta per cento sono palestinesi. Davanti all’ingresso di Zam’n, a Ramallah, sono parcheggiate auto lussuose. Dentro uomini in camicia e ragazze vestite all’occidentale, ed è chiaro che il gioco consiste nel lasciare tutto il resto fuori dal portone di vetro.

Prezzo medio di una consumazione: 11 dollari. E’ un business che rende? “Quando lo abbiamo fondato avevamo in mente un numero, come traguardo ideale. Posso dire che siamo già al doppio”. Poi Aweidah innesta una cauta retromarcia: “Ma non è rappresentativo della situazione nei Territori, Tire è un quartiere con affitti che partono da tremila dollari al mese (anche se non è il più caro di Ramallah: quello di Matzioun è ancora più di lusso, ndr). E a sua volta Ramallah sta vivendo una bolla economica e sociale, non rappresenta la realtà palestinese. E’ come se io giudicassi la situazione italiana guardando via Condotti a Roma, o via Montenapoleone a Milano”. C’è stato? “Sono stato in Italia sei volte”. Eppure il caffé Zam’n è una catena in espansione. Sì, ammette Aweidah. “Ne stiamo aprendo un altro, sempre a Ramallah, e poi ne apriremo un terzo a Gerusalemme est e un quarto a Betlemme.

Il fatto è che i palestinesi oggi hanno aspettative più alte. Molti di loro appartengono alla diaspora, come me, hanno vissuto negli Stati Uniti, nel Regno Unito. Tornano qua e vogliono le stesse cose, e anche chi è nato qui e appartiene all’élite sta cambiando i propri gusti. Awidah non esclude di aprire un locale così a Gaza, anche se non appartiene a un’idea del mondo che non è in linea con Hamas. “Sarebbe il mio sogno investire nella Striscia. E poi quando vuole Hamas sa essere molto pragmatica: soprattutto quando si parla di tasse e di incassi. Gaza è un mercato densissimo ed enorme. Ma per ora mi trattengo, per problemi politici”. Non pensa che i palestinesi stiano enfatizzando troppo il loro ruolo di vittime, per riscuotere la simpatia – e gli aiuti – del resto del mondo. “Dubito che i cittadini che pagano le tasse in Italia sarebbero contenti di tutti gli aiuti che il vostro paese ci dà, se vedessero i palestinesi che frequentano il caffé Zam’n”.

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