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Pio XII Papa progressista

La leggenda nera su Pio XII è un format di grande successo, dura da decenni e si nutre di rivelazioni e polemiche a getto continuo. L’ultima all’annuncio, qualche settimana fa, della firma di Benedetto XVI sul decreto che riconosce le virtù eroiche di Eugenio Pacelli, passo decisivo in vista della beatificazione. Ebraismo a parte, Pio XII è considerato, specie dalla scuola storica progressista, e non da oggi, un Papa oscurantista.

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18 Gennaio 2010 alle 10:30

La leggenda nera su Pio XII è un format di grande successo, dura da decenni e si nutre di rivelazioni e polemiche a getto continuo. L’ultima all’annuncio, qualche settimana fa, della firma di Benedetto XVI sul decreto che riconosce le virtù eroiche di Eugenio Pacelli, passo decisivo in vista della beatificazione. Un eroismo di cui settori importanti del mondo ebraico non trovano traccia nel suo atteggiamento di fronte alla shoah, caratterizzato da un silenzio – o meglio da accenni impliciti ma trepidanti – che tuttora fa discutere. Ebraismo a parte, Pio XII è considerato, specie dalla scuola storica progressista, e non da oggi, un Papa oscurantista. Eppure Pacelli non fu uomo timido né reticente. E all’accusa di oscurantismo si può replicare facilmente. Basta guardarlo nelle immagini d’archivio: ieratico e dotato di grande senso scenico, abile oratore prima alla radio e poi in Tv (fu protagonista pure di un documentario, “Pastor Angelicus”), voce accorata e ferma. La sue braccia spalancate al cielo, in mezzo alla folla del quartiere romano di San Lorenzo bombardato dagli Alleati, sono un fermo immagine del Novecento. Papa regnante per vent’anni nel mezzo del secolo (2 marzo 1939-9 ottobre 1958), ha parlato e scritto moltissimo: solo le encicliche (la forma più alta e impegnativa del magistero pontificio) sono quarantuno; decine le esortazioni apostoliche, i messaggi, le lettere; centinaia i discorsi, le omelie, le udienze. Costringere questa mole di parole e gesti in un cliché (Pio XII Papa antimoderno, e magari un po’ antisemita) è ridicolo.

“Io andrei molto piano a definirlo un papato reazionario, ebbe dei notevoli spunti di modernità che furono il terreno di coltura del Concilio Vaticano II”, ci dice Paolo Prodi, uno dei nostri storici più insigni, autore di opere fondamentali sul papato come istituzione originaria dell’occidente. Secondo il professore di Bologna, “basterebbe leggere il discorso che tenne il 7 settembre 1955 ai partecipanti al decimo Congresso internazionale di scienze storiche. Ricollegandosi alla riapertura degli Archivi vaticani dall’epoca di Leone XIII, Pacelli poneva tra parentesi un cupo periodo, il cinquantennio della lotta antimodernista, e si apriva alla critica storica riconoscendo i grandi progressi da essa compiuti. La chiesa come realtà storica, affermava, partecipa al mutamento dei tempi e non può essere legata ad alcuna cultura determinata” (“L’Eglise catholique ne s’identifie avec aucune culture; son essence le lui interdit”, nell’originale francese).
Un senso acuto della storia e quindi una libertà intellettuale che in qualche modo Pio XII mostrò sempre di avere, sia quando tolse le briglie agli esegeti con la “Divino afflante Spiritu” (1943) sia quando le mise ai teologi con la “Humani generis” (1950), per citare le sue encicliche più significative. Allora ci fu chi provò a metterle una contro l’altra, o a privilegiare una per svalutare l’altra (vizio ricorrente nel caso di pronunciamenti papali), vietandosi così il gusto della dialettica. In realtà meritano di essere lette per quello che dicono, senza troppi retropensieri.

La prima, in particolare, dà il via libera definitivo a una lettura moderna, scientifica, della Scrittura dopo decenni di diffidenza e qualche timida apertura. Come spesso capita, il testo nasce per celebrare un anniversario, il cinquantesimo della “Provvidentissimus Deus” (1893), l’enciclica di Leone XIII che tentava di rilanciare gli studi biblici cattolici alla fine di un secolo, l’Ottocento, dominato dalle ricerche di area protestante o positivista. Erano anni in cui si respirava un clima di assedio, come ricorda la “Divino afflante Spiritu” nelle prime righe: “Nei tempi più recenti, venendo minacciata da speciali assalti la divina origine dei Sacri Libri e la retta loro interpretazione, con ancor maggiore impegno e diligenza la Chiesa ne prese la difesa e la protezione”. Il “razionalismo dilagante” con cui veniva letta la Bibbia non risparmiava gli esegeti cattolici (esemplare il caso di Alfred Loisy, massimo esponente del modernismo) che andavano richiamati all’ordine; al tempo stesso, bisognava rimettere mano agli studi biblici assicurando uomini e mezzi e riformando i programmi di insegnamento nei seminari.

Pio XII non si accontenta di un tributo ai predecessori (Leone XIII, Pio X e Pio XI), capisce che nel frattempo le condizioni “sono grandemente cambiate”. Le esplorazioni archeologiche ormai “sono cresciute enormemente di numero e si praticano con più severo metodo e con arte raffinata dalla stessa esperienza, sicché più copiosi e più certi derivano i risultati”. Ma chi ha il compito di valutarli? “Quanto poi da quelle indagini si tragga lume a meglio e più a fondo comprendere i Sacri Libri, lo sanno gli esperti, lo sanno tutti coloro che si applicano a questo genere di studi”. Gli specialisti sul campo (archeologi, filologi, etnologi, storici) non sono più dei temibili rivali né tantomeno dei fastidiosi scocciatori, ma degli alleati. L’esegeta cattolico, da parte sua, dovrà conoscere le lingue antiche e i testi originali superando, senza abolirla, la Volgata di san Girolamo, la versione latina della Bibbia. Una svolta rispetto al Concilio di Trento che aveva decretato la Volgata come la versione “di cui tutti dovessero valersi come autentica”. Pio XII precisa che “quell’autenticità va detta non critica, in prima linea, ma piuttosto giuridica” perché legittima un uso secolare e dunque non esclude l’uso dei testi originali né la possibilità di traduzioni della Bibbia nelle lingue nazionali. Ben equipaggiato dal punto di vista linguistico e critico, “l’esegeta cattolico si applichi a quello che fra tutti i suoi compiti è il più alto: trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri”. Per farlo deve individuare il significato letterale del testo; esercizio indispensabile, tra l’altro, “per ridurre al silenzio coloro che, asserendo di non trovare nei commenti biblici nulla che innalzi la mente a Dio, nutra l’anima e fomenti la vita interiore, mettono innanzi, quale unico scampo, un genere d’interpretazione spirituale e, com’essi dicono, mistica”.

In effetti, contro l’esegesi storica si era compattato un movimento spiritualista che scongiurava il magistero di non cedere al metodo scientifico ed esaltava l’ermeneutica dei Padri della chiesa; d’altronde in quegli anni anche esponenti di spicco del rinnovamento teologico, come Henri de Lubac e Jean Daniélou, prediligevano le allegorie e le tipologie di Origene e colleghi. Ma Pio XII non ha dubbi: “Anche dai nostri tempi possiamo aspettarci che si apporti del nuovo per meglio approfondire e con più accuratezza interpretare le Sacre Carte. Infatti non poche cose, specialmente in ciò che riguarda la storia, a malapena o imperfettamente furono spiegate dagli espositori dei secoli scorsi, mancando ad essi quasi tutte le notizie necessarie per maggiori schiarimenti. Quanto ardui e quasi inaccessibili agli stessi Padri siano rimasti alcuni punti, ben lo mostrano, per tacer d’altro, i ripetuti sforzi di molti fra essi per interpretare i primi capi della Genesi, ed anche i ripetuti tentativi di San Girolamo per tradurre i Salmi in guisa che il loro senso letterale, cioè espresso nelle parole stesse del testo, chiaramente trasparisse. In altri libri o testi solamente l’età moderna scoperse difficoltà prima insospettate, poiché una conoscenza ben più profonda dei tempi antichi fece sorgere nuove questioni, per le quali si getta più addentro lo sguardo nel soggetto. A torto perciò alcuni, mal conoscendo lo stato della scienza biblica, vanno dicendo che all’odierno esegeta cattolico nulla resta da aggiungere a quanto ha prodotto l’antichità cristiana; al contrario bisogna dire che il nostro tempo molte cose ha tirato fuori, che nuovo esame richiedono le nuove ricerche e non leggero sprone mettono all’attività dell’odierno scritturista”.

L’enciclica cita la teoria dei generi letterari che era un po’ l’ultimo grido in fatto di esegesi. Da allora, di strada se n’è fatta: abbiamo sentito parlare di Formgeschichte (storia delle forme), Redaktionsgeschichte (storia delle redazioni), di ipotesi documentale, di critica delle fonti, critica formale o critica canonica, e tutte le infinite ramificazioni. Forse qualcuno ha perso di vista la meta, magari perché confonde i piani. Nel “Rapporto sulla fede” (1985) l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger, sosteneva che “grazie al lavoro dell’esegesi, noi percepiamo la parola della Bibbia in modo nuovo, nella sua originalità storica, nella varietà di una storia che diviene e che cresce, carica di quelle tensioni e di quei contrasti che costituiscono contemporaneamente la sua insospettata ricchezza”; ma senza una teologia biblica all’altezza, che sappia decifrare con l’occhio del credente i risultati dell’esegesi, la Bibbia rimane un “libro chiuso”. Nella prefazione al documento della Pontificia commissione biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (1993), Ratzinger dice che a suo tempo Pio XII fece bene ad accettare il metodo storico-critico ma che il dibattito sulla sua “utilità” e sulla sua “giusta configurazione” non si è affatto concluso, anche perché “nel frattempo la gamma metodologica degli studi esegetici si è ampliata in un modo che non era prevedibile trent’anni fa. Nuovi metodi e nuovi approcci vengono proposti, dallo strutturalismo all’esegesi materialista, psicanalitica e liberazionista”.

Di recente Benedetto XVI è tornato sull’argomento, più nei panni di teologo che in quelli di Papa. Nell’introduzione al suo “Gesù di Nazaret” mette in guardia dai limiti e dai rischi che nascono dalle distinzioni sempre più sottili di tradizioni stratificate e dalle trasformazioni di ipotesi in verità indiscutibili: l’ibrido Gesù della storia/Cristo della fede è l’emblema di questa deriva. Come per lo scriba evangelico, dunque, la vera sapienza sta nell’estrarre dal tesoro della Scrittura cose vecchie e cose nuove insieme. Certo, senza vagheggiare un futuro in cui tutti gli enigmi saranno sciolti. Pio XII nella “Divino afflante Spiritu” lo dice bene: “Non vi sarebbe pertanto motivo di meravigliarsi se a questa o quell’altra questione non si avesse mai a trovare una risposta appieno soddisfacente, perché si ha da fare più volte con materie oscure e troppo lontane dai nostri tempi e dalla nostra esperienza, e perché anche l’esegesi, come le altre più gravi discipline, può avere i suoi segreti, che rimangono alle nostre menti irraggiungibili e chiusi ad ogni sforzo umano”.

A dare man forte a Pio XII nella stesura dell’enciclica fu un personaggio straordinario, Augustin Bea. Gesuita tedesco, aveva insegnato Sacra Scrittura prima di diventare, nel 1930, rettore di quel Pontificio istituto biblico che era il fiore all’occhiello del rinnovamento esegetico e per questo bersaglio di attacchi molto duri. Nella primavera del 1941 era stato spedito a tutti i vescovi italiani un libello anonimo e il cardinale di Napoli, Alessio Ascalesi, lo aveva portato al Papa. Il titolo diceva tutto: “Un gravissimo pericolo per la chiesa e per le anime. Il sistema critico-scientifico nello studio e nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Le sue deviazioni funeste e le sue aberrazioni”. Lo aveva scritto un prete, don Dolindo Ruotolo, coagulando il malumore e la diffidenza di molti. Prendeva di mira il Pontificio istituto biblico dove si insegnava un’esegesi scientifica che causava la “rovina delle anime” e una “profonda decadenza”. Ma l’attacco ebbe l’effetto opposto. Pochi mesi dopo, la Pontificia commissione biblica scrisse una lettera per difendere con vigore l’esegesi storica. Il Papa era pienamente d’accordo e due anni dopo, il 30 settembre, “nella festa di San Girolamo, Dottor Massimo nell’esporre le Sacre Scritture”, firmò la “Divino afflante Spiritu”, frutto della stretta collaborazione con Bea che, due anni dopo, diverrà anche il suo confessore.

Scrive Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Bologna che ha studiato a lungo la questione biblica: “Bea fu forse il principale artefice del rinnovamento dell’esegesi cattolica romana. Egli perseguì instancabilmente questo rinnovamento, anche se in un modo estremamente accorto e cauto che consisteva nell’occupazione di precise posizioni nelle istituzioni romane e nella costruzione di una fitta rete di rapporti personali e mediazioni diplomatiche. A partire dal 1949, quando cessò di essere rettore del Pontificio istituto biblico, Bea cercò di instaurare un rapporto di collaborazione e di fiducia con il cardinal Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, e con il cardinal Pizzardo… I suoi numerosi commenti ai documenti ecclesiastici sulla Bibbia e gli sviluppi degli studi biblici sono un capolavoro di diplomazia che tende a evidenziare, nei documenti di Pio XII, i passi che costituiscono effettivamente delle novità, senza tuttavia sottolinearne la discontinuità col passato”. Un paziente lavoro di tessitura che fu prezioso anche in seguito, quando Giovanni XXIII lo fece cardinale e presidente del neonato Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, autentica centrale dell’ecumenismo e del dialogo con gli ebrei. In quegli anni di fermento che sfoceranno nel concilio, Bea non dimenticherà il magistero illuminato di Pio XII: “Ci sarebbero da dire tante cose belle che molti forse non sospettano”. Senza dubbio la “Divino afflante Spiritu” ha preparato il terreno alla “Dei Verbum”, vertice teologico del Vaticano II, sgombrando il campo da malintese letture spirituali – cioè astratte – della Bibbia. Perché la parola di Dio è incarnata in una storia, quella di un ebreo fedele fino in fondo al patto tra Dio e il popolo d’Israele. Promuovere lo studio storico dell’Antico Testamento, cioè la radice giudaica della fede cristiana, e farlo solennemente, con un’enciclica, mentre gli ideologi del nazismo sollecitavano i cristiani a rinnegare la Torah e riconoscere in Gesù il Signore della razza ariana, non è stato certo sintomo d’ignavia.

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