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Così scriveva Michele Salvati sul Foglio il 10 aprile del 2003

Appello per il Partito democratico

Riproponiamo, in vista del congresso del Partito Democratico in autunno, la storia del Partito Democratico stesso come l'ha raccontata Il Foglio in questi ultimi anni. Iniziamo con l'intervento di Michele Salvati del 2003, in cui spiegava l'esigenza della fusione tra Ds e Margherita, così preconizzando la nascita del PD.

"La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo".

3 Agosto 2009 alle 10:00

Dal Foglio del 10 aprile 2003:

"Con questi leader non vinceremo mai”. Chi gridò questa frase a Fassino e Rutelli è Nanni Moretti, lo stesso che poco prima aveva implorato D’Alema: “Massimo, di’ qualcosa di sinistra”. Per l’implorazione è stato accontentato, non da D’Alema, ma da Sergio Cofferati. La prima affermazione risuona ancora per l’aria: il popolo dell’Ulivo è sempre in attesa di un atto di coraggio da parte dei suoi politici, di una riorganizzazione del centro-sinistra che sia in grado di prevalere sul centro-destra.
Atti di coraggio, riorganizzazioni parziali, ci sono stati. La presidenza di Aprile a Sergio Cofferati è recentissima e il disegno è chiaro: mettere insieme secondo una prospettiva di “riformismo radicale” un pezzo importante della coalizione di centro-sinistra. Un pezzo col quale si può essere in disaccordo, ma che non si può cancellare o mortificare. Un pezzo che la storia italiana del secolo scorso ha consegnato al nuovo millennio, che è indispensabile alla coalizione e che richiede a gran voce una identità politica autonoma. L’iniziativa di Cofferati è sicuramente uno strappo, una minaccia alla coesione interna dei Ds; ma essa deve essere apprezzata soprattutto nel suo significato di riassetto comprensibile del centro-sinistra, mirando a riunire l’intero popolo della sinistra radicale, ora diviso tra un partito internamente eterogeneo, partitini e movimenti. E a riunirlo in una prospettiva “riformista”, almeno nel senso, limitato ma importante, di prospettiva di governo e di lealtà alla coalizione: Cofferati non è Bertinotti. Come atto di coraggio, ancor più meritoria è stata la decisione del Partito popolare di sciogliersi nella Margherita: un partito storico, una grande tradizione politica, una cultura profonda si sono messi in gioco per confluire in un contenitore di cui il nome stesso indica la provvisorietà, l’essere stato pensato come prima tappa di un partito che dovrà raccogliere tutte le tradizioni riformistiche moderate del nostro paese. Manca ancora l’atto di coraggio finale e questo chiama in causa soprattutto, ma non soltanto, i Ds.

I Ds sono l’epicentro della crisi. Il partito comunista è stato un partito con una grande forza organizzativa, con una identità spiccata e con una separatezza quasi comunitaria rispetto al resto della società civile e politica, la famosa “diversità” di cui parlava Enrico Berlinguer. E questo straordinario patrimonio era innervato da una cultura e da una ideologia che richiedevano un cambiamento profondissimo – dal comunismo al socialismo democratico e liberale – per potersi adattare con successo alla situazione politica del “dopo-muro”. La scissione del ’91, non seguita da un lavoro serio di chiarimento, ha lasciato nei Ds due soggetti che coesistono faticosamente: i due soggetti che, grosso modo, si sono contati nelle due mozioni principali del congresso di Pesaro. Queste sono affermazioni tagliate con l’accetta, ma basta l’accetta per sbozzare il problema: che le ragioni per stare insieme, come quelle dei separati in casa, sono in buona misura di natura opportunistica, di convenienza più che di principio. Quando finisce l’amore, come tra coniugi separati, c’è sempre una storia comune, una consuetudine alla convivenza, e può rimanere molto affetto: ma ognuno in casa propria potrebbe anche essere una scelta migliore. Lo dimostrano i riti di partito che ancora si celebrano: nella conferenza programmatica di Milano è stato presentato un programma che, per tenere insieme opinioni tanto distanti, dice molto poco e raramente sceglie con chiarezza tra opzioni diverse; un programma che poteva forse avere un senso quando il Pci era un partito (auto)costretto a una opposizione permanente, ma non ne ha alcuno per un partito, i Ds, che è reduce da una esperienza di governo durata cinque anni e vuole ripeterla.
Perché diciamo che i Ds sono l’epicentro della crisi, delle difficoltà maggiori dell’Ulivo? Perché l’unione apparente dei separati in casa ostacola la formazione dell’unico soggetto politico che potrebbe, in alleanza con altri, contribuire in modo determinante alla sconfitta del centro-destra. E’ stato notato tante volte che la debolezza strutturale della coalizione di centro-sinistra dipende dall’assenza di un forte partito di sinistra moderata (o di centrosinistra, senza trattino: è la stessa cosa) che competa ad armi pari con Forza Italia nella caccia all’elettore mediano. Forza Italia ha ovviamente le armi che le danno i quattrini e le televisioni di Berlusconi, e bisognerà eliminarle. Ma anche senza di esse, Forza Italia si troverebbe nella situazione privilegiata, da un punto di vista elettorale, di essere il più forte partito della sua coalizione, nonché di essere percepito dagli elettori come un partito di destra moderata (o di centrodestra, se si preferisce); ovvero, se non consideriamo i partitini di origine democristiana, come il partito della coalizione di centro-destra più spostato verso il centro. Anche dopo la formazione della Margherita, così non è per il centro-sinistra, dove il partito più forte rimangono i Ds, percepiti dall’elettorato come un partito di sinistra, e per di più di origine comunista. Le soluzioni al problema sono solo tre, ci sembra: (a) Margherita cresce rapidamente a spese dei Ds e conquista l’egemonia sulla coalizione; (b) i separati in casa si dividono, i riformisti radicali confluiscono in un soggetto politico che raccoglie, sotto la direzione di Cofferati, anche gran parte delle forze di sinistra disperse tra partitini e movimenti, e i riformisti moderati confluiscono con Margherita in un nuovo partito di centrosinistra (o sinistra moderata); (c) i Ds nel loro insieme confluiscono con Margherita nel partito di cui abbiamo detto e diremo meglio in seguito. Per ora chiamiamolo Partito democratico.

La prima soluzione, (a), è possibile ma lenta, destinata a protrarsi tra recriminazioni, competizione accanita e polemiche per un tempo non prevedibile: nel tempo prevedibile continuerebbe la situazione attuale, quella in cui non si riesce neppure a convocare una riunione dello stato maggiore dell’Ulivo. La seconda e la terza sono difficili e rischiose, ma contengono in se stesse, se ben gestite, una straordinaria carica di auto-promozione e di auto-affermazione. La differenza tra di esse sta nel fatto che la soluzione (b) prevede che i Ds si dividano mentre la (c) prevede che entrino nel loro insieme nel nuovo partito di centro-sinistra. Nel primo caso si arriverebbe a un partito più piccolo ma più omogeneo; nel secondo caso resterebbe una componente di sinistra radicale (non tutta di origine comunista), ma in condizioni nettamente minoritarie, all’interno di un partito dove la componente moderata e di origine non comunista avrebbe un ruolo egemonico. Poiché per arrivare a un nuovo partito dovrebbe avviarsi un processo costituente che coinvolge sia i Ds che Margherita, il verificarsi dell’una o dell’altra delle due soluzioni dipende dalla probabilità – ragioniamo ora sui Ds – che una parte di questo partito accetti o non accetti il programma politico e i rapporti di forza del Partito democratico. Nel ragionamento che segue facciamo l’ipotesi che non l’accetti, che a noi sembra quella più probabile: se abbiamo ben capito gli orientamenti di Cofferati e del correntone, un’iniziativa della maggioranza volta alla costituzione in termini brevissimi del Partito democratico costituirebbe un rovesciamento totale del loro disegno politico, un diktat inaccettabile, la scomparsa della “sinistra” in quanto tale, la diluizione dell’eredità della sinistra italiana (d’origine comunista) in un contenitore a prevalenza centrista e moderata. Per quanto sia forte il tabù anti-scissione all’interno dei Ds – e lo si è visto anche nella recente conferenza programmatica – di seguito ragioniamo nell’ipotesi che l’iniziativa della maggioranza risulti inaccettabile all’intero partito e che a una scissione si addivenga.

La scommessa del Partito democratico esige coraggio, ma non è insensata. A differenza dei militanti e degli iscritti, gli elettori legati alle identità politiche della Prima repubblica, e dunque ai Ds in quanto prosecuzione del vecchio Pci, sono meno numerosi di quanto si creda, e se essi confluiranno in prevalenza nel contenitore cofferatiano se ne guadagna soltanto in chiarezza. La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri) apprezzano la semplicità, la rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante. Non sarà facile per Berlusconi tacciare di comunista un partito che ha per segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a Enrico Boselli, a Pierluigi Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a parlare di Partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino accanto a Nicola Rossi, Umberto Ranieri accanto a Enrico Letta, Giorgio Tonini accanto a Franca Chiaromonte, Natale D’Amico accanto a Marina Magistrelli, Giorgio Bogi accanto a Enrico Morando, Pierluigi Bersani accanto a Roberto Pinza, Sergio Chiamparino accanto a Riccardo Illy e via seguendo. Tutti rappresentanti di grandi tradizioni riformiste, già moderate in origine o che si sono venute moderando in un processo di evoluzione di cui è stato dato conto pubblicamente e credibilmente.
L’elenco, abbiamo detto, potrebbe continuare facilmente. L’abbiamo però improvvisato (ci scusiamo con chi dovrebbe esserci e non c’è) per sollevare subito un problema politico generale. Scorsi i nomi che abbiamo azzardato in via esemplificativa, ci si potrebbe infatti subito chiedere conto dell’omissione di alcune personalità di sicuro orientamento riformista e di spessore ed esperienza politica assai maggiori di molte di quelle che abbiamo menzionato. Perché non abbiamo menzionato Franco Marini o Massimo D’Alema? Non perché il loro contributo al partito democratico sia giudicato poco significativo. Al contrario, lo è moltissimo. Ma perché essi sono segnati da un ruolo dominante in scommesse politiche recenti che puntavano su esiti radicalmente diversi da quello che stiamo auspicando. Marini perché pensava, come molti popolari, a un ruolo del suo partito non schierato organicamente con la sinistra, perché non voleva legarsi le mani. E D’Alema perché pensava, con gran parte del suo partito, a un ruolo egemonico dei Ds, sulla base dell’erronea analogia tra l’Italia e i paesi “normali”, dove l’alternanza avviene tra un partito conservatore e un partito socialdemocratico. E’ per questi motivi – motivi profondi, radicati nel passato – che entrambi furono piuttosto tiepidi nei confronti dell’Ulivo come entità distinta dai partiti della coalizione, e di Romano Prodi come leader politico di questa entità. Sicuramente essi hanno modificato il loro giudizio, ma il ruolo che hanno avuto nel recente passato rende difficile immaginarli come protagonisti della scommessa che stiamo proponendo. E le stesse considerazioni che abbiamo svolto per D’Alema possono essere fatte per Giuliano Amato, la cui partecipazione al prossimo governo del Partito democratico e del centro-sinistra solo una persona insensata potrebbe considerare poco importante. Insomma – ironia della sorte – si ritornerebbe a una vecchia e giustissima idea di D’Alema: che in un paese “normale” il candidato premier dev’essere il segretario del partito più importante della coalizione. E questo non può che essere Romano Prodi, se il centro-sinistra vuole vincere.

Continuiamo con i problemi. Abbiamo dato per scontato che all’interno del Partito democratico i riformisti moderati di provenienza Ds troverebbero un ambiente più congeniale, sarebbero meno “separati in casa” di quanto avviene ora nel loro partito. E’ proprio così? A parte il fatto che esiste un continuum tra riformisti moderati e radicali e che molte personalità importanti non sono facilmente collocabili nei due campi, i legami della storia comune sono fortissimi: sono proprio i moderati, oggi, ad accusare i cofferatiani di inclinazioni scissionistiche. E forse che nel Partito democratico essi troverebbero solo rose e fiori? Ogni contenitore partitico, in democrazia, “contiene” posizioni individuali o di gruppo diverse: lo stare insieme è sempre frutto di un giudizio politico, mai di una completa identità di vedute. In particolare, sono ben noti i contrasti che hanno attraversato l’Ulivo quando si sono toccati temi sensibili come quelli della famiglia, della scuola, della riproduzione e della bioetica. Oppure, scendendo di intensità, i contrasti sugli stessi temi delle riforme istituzionali. Questi ultimi, è nostra impressione, sarebbero facilmente componibili in un contesto in cui esistesse un Partito democratico e la competizione tra micropartiti si fosse drasticamente attenuata. Rimarrebbero i primi, per quanto laica possa essere la concezione di democrazia condivisa da laici e cattolici: ma non dovrebbe essere difficile trovare mediazioni alte e, in casi estremi, ricorrere al voto secondo libertà di coscienza. E’ sulle questioni di politica internazionale e sulle politiche economiche e sociali che si stabiliscono le discriminanti serie: e qui, ci sembra, le differenze tra i riformisti moderati dei Ds e coloro che provengono da altre tradizioni sono assai minori di quelle che esistono, in casa Ds, tra riformisti moderati e radicali.

Ma non potrebbe, questa riorganizzazione dei contenitori, creare maggiori difficoltà nel costruire una coalizione di centro-sinistra efficace ai fini di raggiungere il suo scopo principale, quello di sconfiggere il centro-destra? Non svolge forse Fassino un ruolo meritorio, anche se ingrato, nel cercare di tenere insieme in un unico partito riformisti moderati e radicali, le due componenti fondamentali di una coalizione di centro-sinistra? Abbiamo già indicato il motivo per il quale la nostra risposta è nettamente negativa: il vero scopo della riorganizzazione è quello di creare un partito di sinistra moderata (o di centro-sinistra, se si preferisce) non riconducibile ai conflitti del XX secolo e della Prima repubblica, non apparentabile al Partito comunista. Un grande partito, egemonico nella coalizione di centro-sinistra. Come abbiamo già detto, questo potrebbe essere un partito in cui confluiscono tutti i Ds, se ne accettano il programma e la direzione politica. Anche se non l’accettassero e ci fosse una scissione, non si vede perché le relazioni tra moderati e radicali dovrebbero peggiorare se ognuno sta nel partito che gli è più congeniale. Sotto la guida di Cofferati, il partito più radicale sarà un partito riformista nel significato limitato, ma importante, di essere una parte organica e leale della coalizione di centro-sinistra, un partito che non ha dubbi sulla propria partecipazione al governo, una volta che si sia stipulato un programma comune: non si rischia per nulla di ingrossare le fila bertinottiane, anzi è probabile che queste si assottiglino notevolmente. Insomma, c’è soltanto da guadagnare in termini di chiarezza. E la chiarezza è importante in politica: quando oggi un elettore vota Ds, che cosa compra? Compra Salvi o Morando, Fumagalli o Turci? E non si ribatta che, anche ieri, nel Pci, poteva comprare Amendola o Ingrao, perché questo significa non aver capito nulla della differenza che intercorre tra un partito di permanente, necessaria, opposizione e un partito di governo. Domani, col Partito democratico e col partito cofferatiano, sarà chiarissimo che cosa l’elettore vuole comprare: una politica riformistica liberale e moderata o una politica (ancora riformistica, quantomeno nel significato minimo dell’espressione) ma più radicale e “di sinistra”, nel senso tradizionale del termine. E sarà una competizione chiara e onesta.
Ci sono i movimenti, si potrebbe ancora obiettare, e questi sono parte integrante della democrazia, quella forma di partecipazione che dà corpo e sangue a un sistema di rappresentanza elettorale. Senza movimenti, senza una vivace società civile, la sola rappresentanza elettorale corre sempre il rischio di ridursi a un arido meccanismo di selezione delle élites e la democrazia, allora, si impoverisce. Dividendosi tra moderati e radicali, non c’è forse il pericolo, per la sinistra, di tagliare i ponti con i movimenti? Al contrario. Siamo convinti che i rapporti tra politica rappresentativa e politica di movimento si chiariscano e si semplifichino: a coloro che partecipano ai movimenti (se si tratta di movimenti che si orientano a sinistra: non sempre è così) si offre una scelta chiara di contenitori se intendono anche partecipare alla democrazia rappresentativa, l’unica che per ora conosciamo. E in questa ciò che conta sono i voti che si ricevono, non il numero delle persone che scendono in piazza. Insomma: coloro che fanno politica di movimento, i pacifisti, i new global, i girotondini, possono decidere se costruire un proprio partito, possono iscriversi al (o votare per) il Partito democratico o il partito più radicale (o altri partiti esistenti). Ma almeno si troveranno di fronte dei programmi intellegibili. Chi teme che “i movimenti” confluiranno in massa nel partito di Cofferati (o addirittura in quello di Bertinotti) potrebbe avere delle sorprese; e comunque, se così avverrà, vorrà solo dire che questi ultimi partiti hanno fatto un’offerta di politica rappresentativa più convincente.

Prima di discutere dell’ultimo problema vero che i nostri capitani coraggiosi devono affrontare, sbarazziamoci di due problemi finti, strettamente collegati. Si sarà notato che abbiamo usato le espressioni “sinistra moderata” e “centrosinistra” come equivalenti, proprio come abbiamo considerato equivalenti le espressioni “destra moderata” e “centrodestra”. In un sistema politico bipolare lo sono di fatto: si riferiscono esattamente alle stesse politiche, alla stessa visione del mondo. Se fossimo in un paese dove esiste un sostanziale bipartitismo e un unico grande partito copre (quasi) interamente l’arco della sinistra riformista (Germania, Regno Unito, Spagna), la prima espressione, sinistra moderata, sarebbe quella propria, quella che i commentatori adotterebbero. In Italia le cose stanno in modo diverso e definire di sinistra moderata il Partito democratico potrebbe urtare qualche suscettibilità: se così è, chiamiamolo di centrosinistra (togliamo almeno il trattino) e finiamola lì. Strettamente connesso è il secondo problema: a quale raggruppamento del Parlamento europeo dovrà aderire il Partito democratico? Non neghiamo che si tratti di un (piccolo) problema che andrà risolto; ma se un disegno politico come quello che proponiamo si fa frenare da queste difficoltà è meglio neppure cominciare.
E veniamo all’ultimo (last but not least) problema serio. Finora abbiamo argomentato come se il nostro problema fosse quello di “vendere” il Partito democratico ai riformisti moderati dei Ds. E’ invece ovvio che esiste un problema almeno altrettanto importante, quello di “venderlo” alla Margherita. Se i riformisti moderati dei Ds e quelli di Margherita non danno vita, insieme e subito, al Partito democratico, allora è meglio che ognuno stia a casa propria e noi saremmo i primi a consigliare ai moderati Ds di rassegnarsi a convivere con i loro radicali. L’operazione politicamente significativa non è quella delle scissioni nelle due case (ce ne sarebbero anche in Margherita, probabilmente, sia a destra, sia a sinistra, verso i radicali di Cofferati), ma la costruzione immediata del Partito democratico. E’ questa che cambierebbe la faccia del centro-sinistra, che ne farebbe una coalizione politica comprensibile anche a chi di politica si interessa poco (e sono la gran parte degli elettori), che gli consentirebbe di combattere con maggiore efficacia contro il centro-destra.

E’ questa che si lascerebbe alle spalle la Prima repubblica e il XX secolo. Margherita è già il frutto di una operazione di fusione, e abbiamo detto più sopra del merito che dev’essere riconosciuto ai popolari. Vorranno i suoi leader, che non hanno ancora del tutto digerito la prima, imbarcarsi in una seconda, di portata ancor maggiore? Quale interesse li può spingere, individualmente o come gruppo, in questa avventura?
Un politologo ragionerebbe così, giustamente tenendo conto degli interessi dei protagonisti, mostrando che in una fusione i “posti” si riducono e che pochi vincono ma molti perdono, ricordando che le scissioni sono state tante ma le fusioni riuscite pochissime. Noi non siamo politologi. Non ci rivolgiamo agli interessi di breve periodo delle singole personalità del ceto politico, ai singoli dirigenti dei Ds e di Margherita, o di qualsiasi altro gruppo politico voglia partecipare all’iniziativa. Ci rivolgiamo al loro discernimento e al loro coraggio, ricordando loro che discernimento e coraggio – la capacità di rompere routine e innovare, quando è necessario – sono i caratteri di chi è animato da una vera vocazione per la politica. Viviamo in un momento in cui le condizioni di salute dell’Ulivo non potrebbero essere peggiori: non si riesce neppure a convocare una riunione. Ma a volte, quando i piccoli passi già sembrano difficili, i grandi passi sono perfettamente possibili, se si ha il coraggio di rischiare. E per indurre i promotori del Partito democratico a rischiare, ricordiamo loro un famoso apologo che Bertolt Brecht racconta ne “I dialoghi dei profughi”. I discepoli accorsero trafelati dal Gautama Buddha: “Maestro, c’è una casa in fiamme, ma gli abitanti si rifiutano di uscire. Alcuni si lamentano che fuori piove. Altri non vogliono abbandonare le loro masserizie. Che cosa dobbiamo fare?” Risposta del Buddha: “Chi, avvisato del pericolo, si rifiuta di correre ai ripari, merita di perire”.
Michele Salvati

P. S. A un appello ai capitani coraggiosi non si confà di entrare nell’ingegneria organizzativa dell’operazione: congressi straordinari, il momento e le forme della discesa in campo di Prodi, elezioni, candidature, primarie, distribuzione di incarichi et similia. Non sappiamo ancora se sono coraggiosi, i capitani cui ci rivolgiamo; sicuramente sono dei politici e degli organizzatori esperti. Se si convincono che l’operazione è opportuna, che bisogna rapidamente reagire alla scelta di campo di Cofferati, che veramente la casa brucia, i modi per far irrompere col massimo effetto un Partito democratico nella politica italiana li troveranno loro.

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