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Ero giovane, fascista e felice. L'intervista integrale di Buttafuoco a Scalfari

Bisogna dire che Eugenio Scalfari è anche un uomo di spirito, l’imprinting c’è tutto e a vederlo col braccio levato, pur da seduto alla sua scrivania nell’ufficio a largo Fochetti (il regno da lui creato da dove oggi s’emana il gruppo editoriale L’Espresso-La Repubblica) l’effetto è strepitoso. “Il saluto romano si fa in un solo modo. Tanto per cominciare s’avanza a passo marziale, quasi un passo dell’oca, dopo di che si porta il palmo della mano aperta all’altezza degli occhi, ci s’irrigidisce e si battono i tacchi”.

7 Giugno 2008 alle 12:00

Bisogna dire che Eugenio Scalfari è anche un uomo di spirito, l’imprinting c’è tutto e a vederlo col braccio levato, pur da seduto alla sua scrivania nell’ufficio a largo Fochetti (il regno da lui creato da dove oggi s’emana il gruppo editoriale L’Espresso-La Repubblica) l’effetto è strepitoso. “Il saluto romano si fa in un solo modo. Tanto per cominciare s’avanza a passo marziale, quasi un passo dell’oca, dopo di che si porta il palmo della mano aperta all’altezza degli occhi, ci s’irrigidisce e si battono i tacchi”.
Eugenio Scalfari che s’impossessò del fascismo dei giovanissimi avrebbe ricevuto l’encomio da Achille Starace in persona: “Perdevamo mesi e mesi per imparare queste stronzate”.
Appuntamento a largo Fochetti, palazzo “Repubblica”, quello che per i taxi è via Cristoforo Colombo 90. Eugenio Scalfari che ha dedicato al fascismo un bellissimo capitolo del suo commovente romanzo autobiografico, “L’uomo che non credeva in Dio” (Einaudi), non ha cancellato le tracce. Non ha vissuto la doppiezza né quel patto di rimozione collettiva cui, al contrario, la maggior parte dei “redenti” ha fatto affidamento per poi fabbricare la verginità democratica e antifascista.

Scalfari che accetta di raccontarci il suo viaggio attraverso l’Italia del Duce quando “quaranta milioni di fascisti scoprirono di essere antifascisti”, ci ricorda la polemica che nell’Italia ormai matura di democrazia investì Leopoldo Piccardi: “In una nota a margine di uno dei libri di Renzo De Felice si venne a sapere di una partecipazione di Piccardi nel 1936 ad un convegno sulla razza a Berlino. Con Piccardi c’era anche Giuliano Vassalli ma Leopoldo non ne aveva mai fatto parola di questo suo viaggio in Germania, lui era anche uno dei tre segretari del Partito radicale (gli altri due erano Francesco Libonati e Arrigo Olivetti, una strana idea del verticismo, era previsto un solo vicesegretario: io), insomma, divamparono le polemiche: cosa poteva aver fatto un Piccardi a Berlino? Mario Pannunzio e Nicolò Carandini ne pretendevano le dimissioni ma Piccardi trovò al suo fianco Ernesto Rossi. E Rossi appunto – uno che l’antifascismo l’aveva attraversato nelle galere e non nel frondismo, uno che s’irritava quando Pannunzio e Carandini volevano accreditare il loro antifascismo solo perché facevano uso di fondini grigi nella grafica di Oggi, il loro giornale – chiuse le polemiche con un chiaro sbotto di impazienza: “Ma che volete tutti voi da Leopoldo, voi e i vostri fondini? Ma non state a rompere il cazzo!”. Scalfari ride divertito alla reminiscenza: “Lo ricordo bene perché assistetti alla scena. Pannunzio e Carandini raccontavano ancora di quando ebbero la solidarietà – solidarietà clandestina, ben inteso – di Mario Missiroli per la chiusura del loro giornale. Era il 1938, io facevo ancora il liceo e Missiroli li consolava dicendo loro: ‘Vi hanno chiuso il giornale non per quello che avete scritto, ma per quello che non avete scritto’”.
Dovevano dunque fare l’elogio del Regime Pannunzio e Carandini, potevano scrivere tutto quello che volevano, potevano usare tutti i fondini grigi che preferivano, ma la vera pietra sopra tutto – ricorda oggi Scalfari – l’ha messa Ernesto Rossi: “Ma non venite adesso a rompermi il cazzo!”.

Il viaggio attraverso il fascismo di Eugenio Scalfari allora. “Faccio mio il titolo di Ruggero Zangrandi, è un’intestazione che ben s’aggrada al mio racconto… sempre… – aggiunge con eleganza e sincero distacco il Direttore – … sempre che possa interessare a qualcuno questo ricordo. Sono solo i ricordi di un signore di ottantaquattro anni questi miei, ma ho l’abitudine di non aggiustarli, i ricordi. Almeno i miei ricordi io non li accomodo”.
Nessuna gabbia, solo ricordi. “… e dunque: nella memoria di quello che fu il gennaio del 1943, l’anno della mia espulsione dal partito, c’è il fascismo in mano ai giovanissimi. E’ quello degli Alicata, degli Ingrao, dei Guttuso, quello stesso dei ragazzi dei Littoriali e dei giornali del Guf. Un focolaio frondista il mondo del Guf dove se da un lato c’erano alcuni che avevano posizioni esasperate nei toni per un ritorno al fascismo sociale – tipo Mario Tedeschi, il futuro direttore del Borghese – ce n’erano altri che, al contrario, si riconoscevano nel riformismo di Giuseppe Bottai. A me piaceva molto questo ministro così intellettuale. Mi piaceva la sua rivista, Primato, mi coinvolgeva il dibattito culturale e quel fascismo era così in mano ai giovanissimi che io, appena diciottenne, potevo ingaggiare una virulenta polemica non con qualche sbarbatello, ma direttamente con il ras Roberto Farinacci il quale poi replicava ai miei articoli sulla Gazzetta di Cremona. Chi volesse fare una ricerca in emeroteca troverebbe traccia di ciò”.

E’ un viaggio dentro la giovinezza quello che Scalfari ci offre: “Fu così che Bottai potè accorgersi di me, per via della mia controversia con Farinacci, altrimenti non avrebbe mai saputo della mia esistenza. Io scrivevo su Roma Fascista, il direttore era Ugo Indrio, e il caporedattore invece – non lo dimenticherò mai per via della singolare combinazione tra nome e cognome – era Regdo Scodro”.
Un viaggio per raccontare come Eugenio Scalfari dal fascismo venne espulso: “Fu in un breve periodo – saranno state due settimane – che in assenza dei due capi il giornale si faceva lo stesso, senza filtro professionale. E fu proprio in quell’intervallo d’anarchia che io, in prima pagina, piazzai due o tre neretti non firmati e perciò riconducibili all’orientamento della testata. Era la stagione del nascente quartiere dell’Eur, quella. La nazione intera attendeva ai preparativi per l’Esposizione, gli interessi sull’edificazione dell’intera area erano alti (poi venne la guerra, tutto finì, è vero, ma l’atmosfera allora era quella d’attesa), tutti guardavano alla realizzazione del nuovo modello urbanistico. Ebbene: io nei miei pezzi attaccavo i profittatori, accusavo i gerarchi e i loro prestanomi di fare sui movimenti d’acquisto ‘affari non chiari’. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nome e cognomi. Una generica e accalorata denuncia, pronunciata in nome della purezza ideologica”.
Il fascismo in mano ai giovanissimi. “Nessuno disse niente – prosegue Scalfari nel suo racconto – passò qualche giorno e dopo arrivò una telefonata a casa. Io abitavo a Roma a quel tempo, da mia nonna. Era una voce femminile che mi parlava alla cornetta: ‘E’ il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?’. Emozionato mi qualificai, certo dissi, sono io. ‘Deve presentarsi domani a palazzo Littorio. Alle dieci’. Ero turbato dalla chiamata, ma ancor più della perentoria richiesta, da un preciso dettaglio che l’accompagnava. La voce femminile fu, infatti, categorica: ‘Il fascista Eugenio Scalfari deve presentarsi domani, alle dieci, a palazzo Littorio, in divisa’”.
In divisa dunque, l’uniforme dei giovanissimi padroni del fascismo. “Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava sahariana – i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente”. Forse c’è solo un errore nella descrizione che offre di sé Scalfari, non poteva più avere il fazzoletto azzurro dei balilla nell’età dei Guf, infatti, ma è un dettaglio, questo, che può colpire i puristi, quegli stessi che però, davanti alla descrizione puntuale del saluto romano e del come si fa, da Scalfari devono proprio andare a lezione.

L’imprinting c’è tutto, la cera molle della giovinezza s’è modellata su quella freschezza scanzonata e drammatica: “Credevamo che il mondo si fermasse alla nostra piccola serra. E noi eravamo le piante costrette a crescere in quel vivaio. Che ne potevamo sapere di quello che c’era fuori? Certo, c’erano i comunisti, ma erano tutti lontani dalla nostra patria. Tornavano di tanto in tanto per delle operazioni clandestine ma l’Italia vigilava su di loro, li puniva per come era giusto che fosse, e l’Italia che tornava grande al cospetto del mondo cantava con noi ragazzi “E se la Francia non è una troia, Nizza e Savoia c’ha da tornà…”.
Ce n’era un’altra. Faceva così e capita di cantarla ancora: E se l’Italia non è un bordello, col manganello si salverà. “Questa non la conosco”, ci dice Scalfari che ritorna al racconto di quella mattina a palazzo del Littorio: “E’ il palazzo bianco dopo il Foro Mussolini, la sede del Pnf (Partito nazionale fascista, ndr) scelta prima di trasmigrare sulla stessa via alla Farnesina. Il segretario del partito a quel tempo era Aldo Vidussoni ma io ero stato chiamato per conferire con il vicesegretario, Carlo Scorza (fondatore del Fascio di Lucca, estensore dell’ordine del giorno a favore del Duce il 25 luglio, ndr). Quando arrivo nell’anticamera c’è Indrio che è già stato ricevuto. Mi viene incontro e mi sussurra: ‘C’è tempesta’. Emozionato, vengo introdotto nella stanza di Scorza, lo vedo seduto sulla scrivania e mi porto avanti scattando nel saluto romano. Lui mi ordina il riposo e quando solleva gli occhi, alza anche il suo capoccione mussoliniano dalle carte che stava leggendo, manovrando di matita rossa e blu con le sue larghe mani da squadrista. Sono i miei neretti pubblicati su Roma Fascista quelle carte. Scorza sventaglia i fogli sotto il naso e mi chiede: ‘Li hai scritti tu, camerata?’. Scorza ha i polsi larghi quanto la coscia di un uomo, è un omone degno della sua fama di lottatore. ‘Però non li hai firmati…’ aggiunge appoggiando l’incartamento sul tavolo. Quindi si leva dalla scrivania e mi viene di fronte: ‘Camerata, dammi i nomi di questi mascalzoni che lucrano sul lavoro dell’Italia proletaria e io li farò arrestare!’. Io non ho nomi da dargli, la mia leggerezza professionale non può trovare giustificazione alcuna, non posso neppure balbettare un si dice, un mi pare, un ‘è risaputo’ che Scorza comincia a urlare: ‘Sei un irresponsabile! Un calunniatore’. A un certo punto si ferma e mi chiede: ‘E poi perché non sei a Bir El Gobi?’. Bir El Gobi è un avamposto del deserto africano difeso dai ragazzi della Gil (la Gioventù italiana del Littorio, ndr). Io trovo la risposta più fessa, gli dico: ‘Veramente avrei il rinvio universitario…’. Scorza allora mi prende per il petto e mi stringe acchiappandomi dalla bandoliera, dalla giacca, dalla camicia, insomma: da ogni cosa che avessi addosso dove potermi afferrare, lui mi agguanta. Mi solleva dal pavimento, mi tiene alzato e urla in faccia a me questo discorso: ‘Dovrei farti sbattere fuori dal partito ma Vidussoni ha conosciuto a Fiume tuo padre e perciò ti espello dal Guf’. Mi riporta a terra, mi strappa le mostrine e mi congeda: ‘Vattene e non farti vedere mai più’. Stupefatto che si espellesse un fascista esco da palazzo Littorio e torno a casa, preda di una crisi fortissima, disarmato. Il mio silenzio viene violato da una prima telefonata. E’ Nelson Page (funzionario del Minculpop, ministero della cultura popolare, nel dopoguerra diventerà direttore dello Specchio, il Dagospia degli anni Cinquanta) che mi chiama: ‘Sei il figlio di Pietro? E’ meglio che tu non faccia telefonate per un periodo, stattene buono”. Un’altra telefonata me la fa Nino D’Aroma, direttore del Giornale d’Italia. E’ un altro bottaiano e fa un’edizione di metà giornata, un quotidiano chiamato Il Piccolo. Mi offre di scrivere per questo giornale. Pezzi non firmati ovviamente”.

Un lungo viaggio di attraversamento del fascismo. E l’uscita. “Avevo diciotto anni e giorno dopo giorno prendo coscienza che forse avevano avuto ragione ad espellermi dal Guf. Forse non ero fascista. Mi costò tanto sforzo venirne fuori: uscii dal fascismo brancolando. Non sapevo nulla, certo, conoscevo Benedetto Croce perché pubblicava. Anche Montale, Ungaretti, Quasimodo. Tutti i poeti che stampavano i loro libri li conoscevo, così come i filosofi che dibattevano su Primato. Avevo cognizione di tutto ciò ma ignoravo Gobetti, Gramsci, i martiri uccisi dai sicari del regime. Non avevo idea su chi fosse Togliatti e non sapevo che farmene della decrepita Italia liberale smantellata dalla vera modernità di Mussolini – che non era certo la terra redenta delle paludi pontine, ma la creazione del nuovo partito di massa. Niente era proibito ma una manipolazione della moltitudine ci isolava da tutto ciò che era isolabile. Ecco qual è il peccato mortale del regime, ecco perché ne ho ricavato una sorta di vaccino contro una malattia epidemica. Io sono come gli animali che avvertono i terremoti quando stanno per arrivare, io fiuto il fascismo quando sta per formarsi…”
A questo punto sarebbe stato perfetto chiedere quando e quante altre volte è stato sul punto di arrivare, tornare e sbucare il fascismo, ma le domande che non si fanno sono solo domande cretine, quelle sì che sono trappole, tagliole e calappi.
La parola ancora a Scalfari: “… ed essendo io una persona che ha sempre faticato nel conquistare un’autonomia non potevo consentirmi di sfuggire a me stesso. Aveva ragione Scorza: io non ero più un fascista”.

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