Che c'azzecca Di Pietro con l'happy hour?

Questa non ce la aspettavamo, non essendo noi Walter Veltroni. Non ci aspettavamo di dover fronteggiare il fuoco-amico di Antonio Di Pietro. E invece, proprio nel giorno in cui ci apprestavamo a rispondere ad alcune critiche sopraggiunte da Nord a questa rubrica, al grido di “l’aperitivo è torinese”, Di Pietro ha organizzato un aperitivo. Già è difficile capire che cosa c’azzecchi Di Pietro con l’happy hour, sia esso a base di vino, birra o mojito (drink garantista nonostante i trascorsi antilibertari cubani, garantiamo noi). Già facciamo fatica a vedere Di Pietro con in mano un Martini dry, meglio se dell’Hotel Plaza di New York, come consiglia un lettore bon vivant.

27 Marzo 2008 alle 17:27

Di Pietro

Antonio Di Pietro

Questa non ce la aspettavamo, non essendo noi Walter Veltroni. Non ci aspettavamo di dover fronteggiare il fuoco-amico di Antonio Di Pietro. E invece, proprio nel giorno in cui ci apprestavamo a rispondere ad alcune critiche sopraggiunte da nord a questa rubrica, al grido di “l’aperitivo è torinese”, Di Pietro ha organizzato un aperitivo. Già è difficile capire che cosa c’azzecchi Di Pietro con l’happy hour, sia esso a base di vino, birra o mojito (drink garantista nonostante i trascorsi antilibertari cubani, garantiamo noi). Già facciamo fatica a vedere Di Pietro con in mano un Martini dry, meglio se dell’Hotel Plaza di New York, come consiglia un lettore bon vivant. Quel che è peggio, però, è che l’aperitivo dipietrista avveniva al Caffe Letterario di Roma (torinesi abbiate pazienza, c’entrate anche voi, tra poco capirete), un luogo che si autodefinisce “spazio polifunzionale di 1200 metri quadrati” e che dunque NON può essere aperitivamente accettabile, giacché la Prima Regola dell’aperitivo impone che il posto scelto sia sufficientemente angusto da permettere di attaccare bottone senza apparire sfacciata/o. Forse qualcuno può consolarsi nell’apprendere che il Caffè Letterario piace a Giovanna Melandri, noi invece raccogliamo la sfida con il neoaperitivista Di Pietro, ministro uscente delle Infrastrutture, e ci concentriamo sull’Alta Velocità, giacché a nostro avviso è nel collegamento intermittente tra regioni nordiche che si radica la critica rivoltaci sul blog “Giangiacomo’s thinkthank” – quello del post “sull’aperitivo torinese”, per intenderci, che, pur attaccandoci, ci segnala l’impronunciabile locale Caval d’Brons (che vorrà dire?) e i più rassicuranti Gabetti e Mood (grazie). Ci appelliamo a Sergio Chiamparino e Letizia Moratti: cari sindaci, possibile che Torino debba rubare a Milano la primogenitura dell’aperitivo? Cos’è, una manovra diversiva per non parlare di treni rapidi nelle valli? Sia come sia, noi, da romani vissuti qualche anno a Milano, ci ribelliamo alla tentata usurpazione torinese e dichiariamo di provare irresistibile nostalgia per l’aperitivitudine meneghina e per l’usurato bar Radetski, che vince sui nuovi bugigattoli chic di Corso Garibaldi nonostante i tavoli appiccicati e appiccicosi, e a dispetto del proprietario scorbutico. Al solo pensiero che il neodemocristiano Gianfranco Rotondi, poi, approdi a Milano per offrire mozzarelle proibite all’happy hour in pieno centro – così promette – proviamo un desiderio irrefrenabile di fare un salto alla defilata Belle Aurore (surrogato nordico-snob in miniatura di ciò che era un tempo il Bar della Pace a Roma) o di affondare nel disordine dell'Union, ruspante ritrovo di giovani tenebrosi e foglianti autoctoni in zona Città Studi, o, addirittura, di mescolarci ai “cummenda” che sgomitano con i gran signori nel giardino d’inverno dell’Hotel Diana.

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