E’ la politica dello scaricabarile che alimenta il populismo

“Di chi è la colpa?”. Quando la classe dirigente incapace di decidere in un mondo complesso parte la caccia al capro espiatorio

E’ la politica dello scaricabarile che alimenta il populismo

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Roma. Perché si fanno così tanti errori nella politica economica dei nostri paesi? Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, rispettivamente ex direttore e vice di France Strategie, il think tank del governo francese, provano a rispondere a questa domanda in un nuovo libro, “A qui la faute?” (Di chi è la colpa?), uscito in Francia. Non più tardi di venti anni fa, il mondo viveva uno dei periodi più favorevoli degli ultimi decenni. La crescita era robusta, l’inflazione sotto controllo, il debito limitato e la disoccupazione a livelli storicamente bassi. Dalla crisi in poi, economisti e politici sembrano non imbroccarne con una conseguente crescente insoddisfazione verso la politica e gli esperti. Effettivamente, se i presunti esperti fanno errori così marchiani, allora tanto vale affidarsi all’uomo qualunque.

 

Capire perché la politica economica sia costellata da così tanti errori non è un esercizio intellettuale, ma la precondizione per tornare a dare credibilità all’economia e alla politica stessa. Mahfouz e Pisani-Ferry sgombrano immediatamente il campo da un paio di semplici risposte: non è (solo) incompetenza o corruzione/conflitto d’interessi. Ci sono problemi più strutturali. Innanzitutto l’incapacità di gestire il rischio e gli eventi estremi, i cosiddetti “cigni neri”. Il secondo elemento è la gestione del tempo, e soprattutto della discordanza dei tempi. Da quanti anni l’Italia promette di ridurre il debito per poi invocare tutte le clausole possibili per ritardare ancora di qualche mese di fare ciò che ha promesso? E’ il noto problema di incoerenza temporale contro il quale economisti e politici hanno inventato una serie di regole per ridurre il margine di capriccio politico. Dal 3 per cento di Maastricht al Fiscal compact si è pensato che la soluzione fosse meno politica e più regole. Infine, c’è l’attesa tra la semina delle riforme e la raccolta dei benefici. Anche nel migliore dei casi, il successo di una riforma richiede anni per svilupparsi in toto. Il terzo fattore che Mahfouz e Pisani-Ferry identificano è la complessità. I politici, ma anche gli economisti, ragionano spesso solo in equilibrio parziale. E’ stato uno dei grandi progressi della scienza economica riuscire a identificare l’impatto delle politiche tendendo costante tutto il resto. Eppure usando solo il microscopio si dimentica l’equilibrio generale. In politica l’equilibrio parziale si riflette in una serie di riforme parziali.

 

Per il caso italiano ne ha parlato magistralmente Marco Simoni nel libro “Senza alibi”. Non è possibile volere il mercato del lavoro della Danimarca, aspirando a un sistema bancario anglosassone per un tessuto industriale tedesco con uno stato sociale francese. Un’ovvietà, ma raramente abbiamo la capacità di formulare una visione complessiva, così le conseguenze sono riforme parziali e spesso nell’ordine sbagliato. Tra le tante proposte concrete che fanno Pisani-Ferry e Mahfouz, sono interessanti due questioni di fondo. La prima è riscoprire la cultura del kaizen, la parola giapponese per manutenzione e miglioramento incrementale (in Italia qualcuno direbbe la politica del cacciavite) oltre all’innovazione di rottura, il kaikaku (la politica del bazooka). La politica (qui ci limitiamo a quella economica) ha bisogno di “rotture”, ma anche di manutenzione. Poi serve ridefinire il campo della politica. Troppo spesso i margini di decisione sono limitati se non assenti. Il governo è come un quadro di Pollock (il pittore che dipingeva facendo sgocciolare la pittura sulla tela a terra) come ha ricordato Sabino Cassese in una splendida lezione alla Scuola di Politiche l’anno scorso. Una sovrapposizione di poteri, autorità e livelli che rendono quasi impossibile capire perché e chi ha preso una certa decisione. In mezzo a questi poteri “sgocciolati”, la deresponsabilizzazione rischia di farla da padrona. E’ tutto un continuo “è colpa dell’Europa”, “è colpa del burocrate”. Se la politica è scaricabarile, la politica non serve a niente. La politica è assumersi l’onere delle decisioni. Chi fa politica deve accettare che “the buck stops here”, come scrisse il presidente Truman sulla sua scrivania alla Casa bianca. Il barile si ferma qui, non viene scaricato altrove.

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