Renzi si rassegni a essere un altro Renzi

Giusto attrezzarsi per andare a votare presto. Ma il vecchio mondo non c’è più e scimmiottarlo diventa irrazionale

Renzi si rassegni a essere un altro Renzi

Che farà Renzi? Si deve districare da un bell’impiccio, questo è chiaro. Le schiere degli avversari si infoltiscono e sono parecchio malmostose. Il loro unico criterio è la rivincita su uno che li ha sfasciati facendo la sua corsa in solitario, pregiudicando non solo il loro ruolo ma la loro immagine, il loro amor proprio (e qui siamo con La Rochefoucauld nell’abisso del cuore umano, un’ombra cupa che supera anche le regole della politica). Per capire che cosa farà o che cosa dovrebbe fare, e i due concetti sono linee parallele che tendono a incrociarsi, bisogna domandarsi semplicemente chi è. Chi è Renzi. La persona è estranea alla tradizione politica da cui viene la sinistra, sia quella comunista sia quella cattolico-democratica. E’ un boy scout, un provinciale, non un emulo delle classi dirigenti urbane di formazione togliattiana e democristiana.

 

E’ uno che si è fatto, da principio, contro quelle tradizioni. Ha sgarrato per fare il sindaco di Firenze senza il bollo di autorizzazione, ha puntato sulle primarie, prima perse poi vinte perché chi le aveva vinte contro di lui ha combinato un indecoroso pasticcio, ha portato il Pd al disastro in una legislatura bloccata dall’assenza di maggioranze politiche credibili e di programmi di riforma seri. Renzi è quello che punta al consenso popolare nel partito e fra gli elettori e lo investe nella rottamazione delle vecchie glorie. E la gloria è, con Montaigne, “questa vana immagine e questo semplice suono che non ha corpo né offre presa”, ma è la sostanza gassosa di un’identità irriducibile, quando viene offuscata. Renzi ha scelto come base politica e culturale tutto quello che il passato tradizionale dei suoi avversari considerava profano, in economia, nella conduzione di una leadership, e quel profilo, “Adesso!”, “Obama”, oggi è traumaticamente messo in discussione da quanto accade non solo in Italia, e non tanto, ma nel mondo. Poi Renzi ha scommesso sul governo in prima persona sulla base di un paradosso strategico: io che supero in breccia l’Arcinemico Berlusconi, emulando le sue gesta più sensate e popolari invece che lavorando per la sua galera, mi alleo con lui per fare una legge elettorale maggioritaria e una riforma radicale del bicameralismo.

 

E nel frattempo cerco di aiutare il paese a uscire dalla stagnazione e dalla miseria sociale con riforme di tipo liberale, di mercato, che mettono nell’angolo i sindacati, disintermediano gli impacci burocratici, mobilitano forze nuove e diverse della borghesia imprenditrice e della finanza e possono togliere dall’angolo le energie produttive e del lavoro, scatenando lo spirito animale di una ripresa sostenuta e credibile. Lasciamo stare per quali ragioni, Renzi questa scommessa l’ha persa. La legge elettorale che sostituiva il Porcellum, che era una norma ipermaggioritaria nonostante tutto, è stata riscritta dalla Corte costituzionale con una vaga impostazione maggioritaria alla Camera e il proporzionalismo della rappresentanza al Senato, e non c’è, non c’è, non c’è, non c’è alcuna probabilità che si ricostruisca una coalizione parlamentare, in queste Camere e in questi tempi politici, capace di ribaltare le conclusioni della Corte e dare una legge seriamente maggioritaria al paese nelle due assemblee elettive. La riforma costituzionale è stata bocciata anch’essa nel referendum, con le conseguenze di sistema del caso. Dopo il referendum, invece di dimettersi, Renzi avrebbe potuto legittimamente chiedere la verifica delle elezioni politiche con le leggi che c’erano. Sarebbe stata una forzatura?

 

Sì, una forzatura della cultura prevalente nel paese nemico del renzismo come del berlusconismo e del craxismo, insomma del decisionismo affidato a una leadership di tipo europeo, modello Westminster o autogoverno democratico. E’ subito prevalsa l’idea che a decidere doveva essere la Corte, che bisognava impedire un nuovo voto sotto la neve, che le nomenclature dovevano prendere il pallino in mano dopo la sconfitta referendaria, omologare i sistemi di voto che sono sempre stati diversi per due assemblee in cui tutto è costituzionalmente diverso, dalla base elettorale regionale che vale solo per il Senato alla composizione del corpo elettorale, ciascuno il suo per Montecitorio e Palazzo Madama, non c’era l’autorizzazione del Quirinale per la chiamata alle urne con un sistema elettorale maggioritario e a ballottaggio voluto dal Parlamento. Renzi poteva dire: guardate che con i voti che controllo io in nome di primarie e progetto non si fa nessun governo di transizione e non si autorizza un processo di restaurazione guidato da togati e Quirinale, sarebbe stato deflagrante ma non illegittimo. Renzi ha valutato che non ci fossero le condizioni politiche per farlo e che non gli convenisse, meglio esibire le dimissioni come atto di umiltà e rimettere al sistema la responsabilità di decidere il futuro. Ora, questa è un scelta fatale, che provoca conseguenze rimarchevoli, decisive anzi, e dalla quale Renzi non può prescindere nel definire che cosa farà, chi sarà il nuovo Renzi così diverso per forza di cose da quello di prima.

 

Forse sperava di togliersi la pressione di dosso, accondiscendendo a una gestione collegiale e consociativa del percorso elettorale, invece la pressione è raddoppiata triplicata, tra minacce di scissione, ulivi che ritornano, contestazione in radice della sua idoneità alla leadership, movimenti opachi delle correnti interne al Pd, alleati che lasciano la presa e passano dall’altra parte, presidenti emeriti che lo sgambettano in nome della civiltà politica, e la solita voglia di bastonare il reprobo dei demagoghi e dei magistrati d’assalto. Renzi si è stranamente per lui sottovalutato, ha pensato che gliela avrebbero resa facile, la vita, una volta disinnescata la “forzatura”.

 

Adesso però non ha senso indire nuove elezioni primarie per la leadership. Ma de che?, come si dice a Roma. Al voto non si andrà con il vecchio schema vinco io o vinci tu, la famosa certezza che si saprà chi è il vincitore subito dopo il voto è svanita, sostituita dalla certezza che una delle due Camere sarà eletta con il proporzionale e l’altra probabilmente senza alcun premio di maggioranza. Eppoi è chiaro come il sole che c’è un ritorno, non già dei vecchi partiti, che erano ideologia, politica tradizionale, pedagogia e cultura, ma delle vecchie abitudini partitiche adattate a questo patchwork molto colorito in cui si muovono le Casaleggio Associati, le destre divise e bizzarre e le sinistre alla ricerca di un nuovo sfilacciamento senza senso e senza progetto. Renzi dovrebbe fare quello che è, un capopartito e capocorrente che deve conquistarsi una maggioranza solida e definire un perimetro elettorale il più sicuro possibile con i tempi che dovrà necessariamente concordare allo scopo di formare un governo, chissà da chi composto e chissà da chi presieduto, nella vecchia-nuova Repubblica parlamentare che la sua decisione di non forzare gli ha apparecchiato. Premere con argomenti politici persuasivi per non perdere tempo e votare presto, va bene. Scimmiottare una cosa, un ruolo e una prospettiva che non ci sono più sembra alquanto irrazionale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • bary1938

    03 Febbraio 2017 - 16:04

    chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Report

    Rispondi

  • carlo.trinchi

    03 Febbraio 2017 - 15:03

    Renzi è l'unico su piazza e questo lo legittima a prescindere. A prescindere dal mare di errori che ha fatto ed il voto popolare becero, cieco, ottuso e deficiente è il corollario di una politica che non si è curata della rabbia del paese. Lavoro, fabbriche che chiudono negozzi pure, migranti in ogni dove, magistratura, burocrazia, disoccupazione. Se stai male Direttore non voti la costituzione ma voti la rabbia e se la rabbia non la contieni ti votano no in eterno. Tutto giusto e tutto tremendo perché chi ha ributtato indietro tutto è il popolo e se non lo quieti ti rivota contro ed è finita. Quindi stanare i nemici è ottenere una legge elettorale che permetta di governare e poi andare al voto. La sinistra che conosciamo è quella che è e non l'ammmazzi che sul suo stesso terreno. Primarie, congresso, riforma elettorale e voto. Su questo Renzi ha ragione e se vince tutti zitti e mosca, giochi finiti o fuori dai coglioni. Se passerà indenne sarà cosa certa e non per grazia ricevuta.

    Report

    Rispondi

  • giantrombetta

    03 Febbraio 2017 - 09:09

    Caro Giuliano, Della tua analisi condivido pure il non tanto velato accostamento dell'esperienza politica ( coraggiosa in quanto estranea alla nostra cultura politica dominante) tentata da Renzi con quelle di Craxi e Berlusconi. Con questa non irrilevante riflessione, se posso: Craxi e Berlusconi sono stati abbattuti da quello che usi definire il devastante circo mediatico giudiziario, Renzi da un voto popolare. Almeno per ora non ancora proprio abbattuto, ma di certo almeno tramortito. Gianfranco Trombetta

    Report

    Rispondi

    • martino.buora

      03 Febbraio 2017 - 20:08

      sì e con l'ulteriore differenza che lo slancio liber riformatore di renzi è durato si e no un semestre (il primo dopo la nomina). dopodoché ogni spinta nel senso auspiscato dall'articolo ( i.e. riforme di tipo liberale, di mercato) si è persa completamente disperdensosi infine in mille rivoli di provvedimenti inutili (e financo dannosi) e non strutturali. si fosse concentrato su quelle riforme (senza per forza partire dalla testa, la costituzione) e non su altro sarebbe ancora lì.

      Report

      Rispondi

  • giantrombetta

    03 Febbraio 2017 - 09:09

    A lei e a noi fin dall'inizio era parso chiaro che la "rivoluzionaria" scommessa politica renziana avesse a fondamento il cosiddetto patto del Nazareno, credibile proprio in quanto Renzi era personaggio estraneo alla cultura politica della sinistra comunista e democristiana. A lei ed a noi, credo, fin dall'inizio era parso chiaro quale ( in fondo modesto) prezzo politico Renzi avrebbe dovuto pagare all'interlocutore per consolidare quel patto che gli consacrava pro tempore la leadership. A lei e a noi, penso, fin dall'inizio era parso chiaro che quel patto avrebbe profondamente cambiato ( nelle nostre attese rinnovandolo in meglio) il quadro politico ed elettorale italiano. Le conseguenze della rottura di quel patto sono l'immensa confusione che sta sotto gli occhi di tutti. Ne capisco sicuramente molto meno di lei, figurarsi, ma purtroppo mi ostino a pensare che per Renzi rompere quel patto non sia stata buona scelta. E purtroppo non solo per lui.

    Report

    Rispondi

    • martino.buora

      03 Febbraio 2017 - 20:08

      Amen. é cominciato tutto lì.

      Report

      Rispondi

Servizi