L’ultima fiaba di Mozart

Va in scena all’Opera di Firenze il Flauto magico. Illuminista o massonica, la sua complessità (con rimandi a Shakespeare) è ancora dibattuta

L’ultima fiaba di Mozart

Fondazione Teatro La Fenice - Mozart, Die Zauberflöte. Photo copyright Michele Crosera

Die Zauberflöte Dal 23 al 29 marzo 2017 nell’ambito della stagione lirica dell’Opera di Firenze, va in scena “Die Zauberflöte (Il flauto magico)”, opera di W. A. Mozart su libretto di Emanuel Schikaneder. La regia è curata da Damiano Michieletto, le scene da Paolo Fantin, i costumi da Carla Teti. Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino saranno diretti da Roland Böer. Tra gli interpreti principali Juan Francisco Gatell nel ruolo di Tamino, Ekaterina Sadovnikova, Pamina, Goran Juric nel ruolo di Sarastro, Olga Pudova, La Regina della notte, Alessio Arduini, Papageno, Giulia Bolcato, Papagena.


Non vi è rischio più grande che pretendere di risolvere la complessità del teatro mozartiano. Il Flauto magico, l’ultima opera per il teatro di Amadé, è ancora oggi oggetto di studi e dibattiti per gli storici della musica e non solo. Per taluni incarna i valori dell’Illuminismo. Altri la definiscono opera “massonica”, omaggio alla loggia che l’aveva accolto e, spesso, finanziato. Tutti colgono un aspetto di verità, tuttavia una lettura univoca sarebbe fuorviante. Scorrere l’epistolario mozartiano può essere d’aiuto. Siamo nel 1791, l’anno della morte di Mozart, lo stesso in cui compone il concerto per Clarinetto e Orchestra (K 622) e la Messa da Requiem (K 626, incompiuta), solo per citare le più importanti. Mozart vive un lungo periodo di lontananza dalla moglie Constanze. Le scrive frequentemente, a volte con i toni d’amore infantile che poi ritroveremo nell’opera tra Papageno e Papagena: “Acchiappa acchiappa! Bis bis bis bacini volano nell’aria verso di te”. In altre lettere, invece, il genio si fa cupo: “Non mi manca nulla se non la tua presenza”. “Se la gente potesse vedere nel mio cuore […] tutto è freddo per me. […] Non ti posso dire quello che provo, è un certo vuoto  – che mi fa male – una certa nostalgia che non viene mai appagata”. Con questo stato d’animo Mozart stringe un’intensa amicizia con Emanuel Schikaneder, impresario teatrale, capocomico e librettista che realizzerà il testo del Flauto magico. Al Schikaneder si deve l’introduzione di Wolfgang nei sobborghi di Vienna, tra gli spettacoli del Freihaus Theater auf der Wieden, luogo che ospiterà il modesto successo della prima che andò aumentando nel corso delle cento repliche successive (in un solo anno).

 

Al termine della sua vita e come ultima opera, Mozart sceglie una fiaba (fonte primaria del Flauto magico è “Lulu ovvero Il flauto magico” di August Jakob Liebeskind). Lo stesso farà più di un secolo dopo Giacomo Puccini con Turandot. La favola è il mezzo più accattivante per esprimere una riflessione sulla realtà e sottoporre allo spettatore una morale da giudicare ed eventualmente fare sua.

 

È l’ultima opera
per teatro di Amadé, che sarebbe morto
di lì a poco. Il ruolo dell’amico e impresario Emanuel Schikaneder

Così il Die Zauberflöte si costruisce su ventuno numeri musicali (otto nell’atto primo, tredici nel secondo), intervallati da complesse scene dialogate e preceduti da un’ouverture strumentale. Mozart organizza un’orchestra “classica” affidando, per ragioni di spazio e budget, parti di diversi strumenti a un unico esecutore. L’orchestra non ha la finalità di dare “la tinta” all’opera ma di sottolineare vari livelli opposti in gioco: reale e immaginario, conscio e subconscio. Alcuni singoli strumenti diventano anche personaggi in scena: il Glockenspiel che utilizza Papageno, i clarinetti e le trombe che suonano nei momenti rituali, per non parlare poi del flauto che compare sul palco più volte. E le voci? Mozart è profondo conoscitore della voce e, come si fa in quell’epoca, struttura le parti vocali adatte al cast a disposizione. La costruzione più complessa ed esasperatamente virtuosistica è quella affidata alla Regina della notte, vero unicum nella storia dell’opera, dove in chi canta devono convergere sconfinate capacità tecniche, ben definita coloratura timbrica e grande leggerezza. In generale, a tutti i personaggi del Flauto magico Mozart chiede di essere virtuosi sia come cantanti sia come attori. Proprio le parti recitate, nelle odierne esecuzioni, sono o tagliate o affrontate con poca attenzione.

 

Sono pagine musicali meravigliose, caratterizzate da stili differenti, dotate
di ispirazione
e ricchezza motivica uniche

Il Flauto magico ci dona pagine musicali meravigliose, caratterizzate da stili differenti (quello più serio del contrappunto, quello più leggero tipico dello stile fiabesco), dotate di ispirazione e ricchezza motivica uniche, che riescono a esaltare anche incongruenze e limiti testuali. Proprio nel libretto in pochi osservano i rimandi, più o meno espliciti, a grandi autori e opere del passato: tratti comuni coi personaggi della Tempesta di William Shakespeare o il parallelismo molto esplicito Calibano-Monostatos. Non solo. Quando Tamino si lascia andare al grido disperato: “Oh notte eterna! Quando svanirai? – Quando la mia vista troverà la luce?” (Atto I - Scena XV), si risente il Sonetto numero 43. D’altra parte, Emanuel Schikaneder aveva recitato molte volte testi shakespeariani. Anche nel rapporto tra Tamino e Pamina c’è qualcosa che ricorda il legame tra Dante, Virgilio e poi Beatrice. “In ogni luogo starò al tuo fianco. Io stessa ti conduco” (Atto II -  Scena XXVIII) dice Pamina all’amato. Risuonano le parole di Virgilio nel I canto dell’Inferno (verso 112) “Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida”. Così come nel XV canto del Paradiso, quando Dante è stupefatto dalla visione di Beatrice. Si potrebbe continuare citando Le metamorfosi di Apuleio o addirittura la lettera di san Paolo ai Romani (6, 2-5) come fa Pietro Citati.

 

Al termine di questo intricatissimo percorso, l’amore vincerà (sia per Tamino e Pamina sia per Papageno e Papagena), e il buio (personificato dalla Regina della notte) non prevarrà sulla luce (Sarastro). Tutti saranno felici e contenti come nelle fiabe e Mozart avrà ribadito ancora una volta che, al di là di tutte le prove della vita, una bontà ultima può accompagnare un uomo anche a pochi passi dalla morte. 

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