Diario del terremoto e delle piccole cose che ci salvano. In memoria di SDM

Il caro amico Stefano che se ne è andato è il nostro caro amico Stefano Di Michele, e Antonella Nina Onori, che gli è stata sempre accanto nella felicità e nel dolore, nella bellezza e nel pianto, gli ha dedicato questo libro molto speciale

Diario del terremoto e delle piccole cose che ci salvano. In memoria di SDM

Questa primavera se ne è andato il mio caro amico Stefano. Perché non ci sei più, amico mio? Il dolore che è dentro di me mi fa sentire più vicina a queste meravigliose persone e solo adesso riesco a pensare che davvero anch’io ho dovuto salutarti in silenzio, senza terremoto. Ti ho sistemato in un girone sospeso, perché pensavamo che saremmo diventati vecchi e insopportabili insieme. Mai avremmo immaginato di doverci separare e ancora non riesco a non pensarti vicino a me, non riesco a gioire e a piangere fino in fondo se non posso raccontarlo a te. Se penso che continuerò questo pezzo di vita senza te, caro Stefano, la vita mi sembra meno reale e meno fantastica. Così continuo a far finta che tu ci sei, continuo a far finta di vedere la tua borsa piena di libri e i tuoi occhiali sempre in mano, continuo a sentire i tuoi borbottii benevoli, continuo a immaginare le nostre quotidiane telefonate con le tante chiacchiere semplici e importanti.

Antonella Nina Onori, “Lo sportello degli addii” (La lepre edizioni)

 

Il caro amico Stefano che se ne è andato è il nostro caro amico Stefano Di Michele, e Antonella Nina Onori, che gli è stata sempre accanto nella felicità e nel dolore, nella bellezza e nel pianto, gli ha dedicato questo libro molto speciale, molto delicato e concreto insieme, un libro come una carezza dentro la distruzione del terremoto di Amatrice, il primo devastante terremoto, quello dello scorso agosto. Antonella Onori ha lavorato per quattro mesi allo sportello della regione Lazio a San Benedetto del Tronto, ha portato aiuto, conforto, scarpe, consigli, fieno per i cavalli, pratiche legali, ha guardato negli occhi e spesso abbracciato, dal ventiquattro agosto duemilasedici, persone che vorrebbero togliersi di dosso il peso di essere sopravvissute a un amico, a un fratello, a un compaesano, a un figlio. Donne che arrivano trafelate allo sportello e hanno perso la memoria, perché la mente le protegge dall’orrore di avere visto morire la sorella, il marito, un cane arrabbiato con il padrone che è scappato senza di lui. Madri di famiglia in fila davanti alle lavatrici che litigano per l’ammorbidente, per i troppi bucati di una ragazza prepotente, e le signore che dentro la roulotte fanno commenti sui maschi. “Ti cercano tutti per una cosa, sempre la stessa. Nessuno che ti dà una mano a scansare un sasso a rimettere in piedi un muro, vogliono solo divagarsi”. La vita va avanti anche nelle inezie, anche quando è tutto da dimenticare, anche quando il dolore sembra troppo grande. Persone che hanno perso tutto e che pure si rifiutano di precipitare in una disperazione senza scampo e cercano di rialzarsi. Partendo dalle cose piccole, un paio di scarpe con i brillantini per una ragazzina che non ha più niente e ha dormito tre giorni in macchina, ha preso le scarpe con gli occhi vuoti e poi è sparita. Prendendo nota degli incontri magici, come quello come quello con due sorelle di Accumoli che hanno fondato la banda della lana. Il terremoto ha portato via tutto, ha distrutto ogni cosa, e loro dal giorno dopo hanno cominciato a sferruzzare senza sosta. Hanno chiesto gomitoli di lana, hanno dato ordini alle amiche, hanno preparato sciarpe, guanti, calze, sistemato orli senza prendere nemmeno la misura perché hanno il centimetro nello sguardo. Il terremoto ha fermato ogni cosa, e loro hanno mosso le mani, hanno infilato aghi, hanno dato al loro paese tutto quello che hanno da offrire: la laboriosità casalinga, la fermezza delle dita, la calma di qualcosa che si conosce, il calore di un conforto terreno, immediato. Una signora al telefono chiede come stanno “li porchi de Giovanni, come se sentono adesso”, una donna molto arrabbiata ha paura per le sue capre, che sono nervose, e per le gallline che dallo spavento non fanno più le uova, e per il cane che sembra un’anima in pena e non fa più la guardia a niente. “Che faccio, li porto dallo psicanalista?”. Un giorno è comparsa allo sportello, accompagnata dal fidanzato, una ragazza che ha perso il padre, la madre, la sorella. Voleva recuperare i ricordi, gli oggetti, certi quaderni di appunti, lezioni trascritte che le avrebbero la sensazione di ripartire. Aiutare gli altri è anche questo, cercare di recuperare un quaderno fra le macerie, cercare un punto qualunque, piccolo concreto da cui far ripartire la speranza. In memoria di Stefano Di Michele, e di tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

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