Donne che lavorano

Il libro in cui Ivanka rivendica l’indipendenza da Donald è un “total disaster” perfettamente trumpiano

Donne che lavorano

Ivanka Trump (foto LaPresse)

Su Amazon la recensione più clemente di “Women Who Work”, di Ivanka Trump dice che è un libro “scritto da un ghostwriter che nessun altro assumerebbe”, e l’osservazione è generosa per quella che in certi momenti sembra una parodia di un manuale di self-help a tinte rosa. Scorrendo le pagine si scopre invece che l’umorismo è del tutto involontario. Almeno Donald qualche volta aveva imbroccato la scelta degli scrittori dei suoi libri di poco inferiori alla Bibbia, e infatti questi si sono poi dedicati a distruggere la reputazione dell’uomo a cui avevano dato le parole. Per lanciare la sua visione di first daughter e assistente speciale del presidente, Ivanka ha scelto la via larga del copiaincolla, del saccheggio delle bacheche di Pinterest, ha optato senza paura per il generatore automatico di pensierini conformisti sul tema donne e lavoro, ma prendendolo molto alla larga, ché non voleva mica annoiare il pubblico con un libro di politica.

 

“Credo che a ciascuno sia data una vita, e che dipende da noi viverla a pieno”: questo è il tenore dei consigli di un testo che ambisce a “offrire un’alternativa più autentica al modo in cui il lavoro è stato concepito finora”. Il risultato è una frase dei baci Perugina lunga 256 pagine e senza la consolazione del cioccolato. Notevole anche l’ambivalenza del sottotitolo: “Rewriting the rules of success”, dove per “rewriting” s’intende “riscrivere”, ma sarebbe più corretto “ricopiare”. Oltre il cinquanta per cento del libro è fatto di citazioni vagamente legate al tema della fiducia in se stessi, da Socrate a Sun Tzu passando per Oprah Winfrey e Sheryl Sandberg. Non mancano interi paragrafi liberamente tratti da precedenti libri di Ivanka. Da questo “frullato alla fragola di frasi ispirate” (New York Times) incredibilmente la promessa visione “più autentica” del lavoro non si evince. Si deduce, piuttosto, una grande e zuccherosa confusione, perché ora Ivanka suggerisce alle donne di coltivare sogni impossibili e non farsi fermare da nulla, ora spiega che il segreto della felicità è nella moderazione, nello sfruttare in modo intelligente quello che si ha. La massima di Arthur Ashe “comincia dal punto in cui sei, usa quel che hai, fai quel che puoi” va in rotta di collisione con quella di Howard Schultz: “Rischia più di quanto gli altri pensano sia sicuro, sogna più di quanto gli altri pensano sia lecito”. A livello pratico, non è nemmeno chiaro se le donne dovrebbero battersi per lavorare di più o battersi meglio per avere condizioni più vantaggiose per occuparsi della famiglia. La decisione che incarna l’approccio di Ivanka è quella di concedere alle sue dipendenti otto settimane di maternità pagate, che nel contesto americano è una generica via di mezzo. Ci sono aziende che offrono benefit ben più generosi.

 

Il genere di riferimento è quello della femminilità corporate-motivazionale che tante soddisfazioni commerciali ha dato a molte leader, ma di fronte a questo libro occorre l’onestà intellettuale per ammettere che al confronto “Lean In” di Sheryl Sandberg, dal quale Ivanka peraltro saccheggia a mani basse, è un testo di spessore immortale. “Women who work” non si lascia sfuggire un cliché, con ferocia va alla riscoperta di tutti i sentieri già battuti e trova i suoi momenti di massima originalità quando esplicitamente sponsorizza i marchi dell’autrice. Il sommo debitore del libro è Stephen Covey, il guru che ha fissato le sette abitudini per le persone estremamente efficienti, e che appare per undici volte nel testo. Al lettore più accorto non sfuggirà la presenza implicita, aleggiante, di Vincent Norman Peale, il pastore del “pensiero positivo” che ha plasmato la mentalità di due generazioni di Trump. E’ un riferimento involontario per un libro che ha come scopo principale quello di smarcare la first daughter dal padre, che infatti riceve una sola menzione en passant, mentre la madre Ivana viene riconosciuta come ispirazione fondamentale. Al New York Times Ivanka ha detto che lei è una “forza moderatrice” del padre, un contrappeso allo schieramento populista della Casa Bianca, e “Women Who Work” dovrebbe essere un simbolo tangibile e acquistabile della sua indipendenza dal padre. Il ghostwriter avrebbe forse dovuto evitare di metterle in bocca l’espressione “total disaster”.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    05 Maggio 2017 - 11:11

    Tirare le pietre contro la famiglia Trump è ormai un romanzetto a puntate quotidiano per i perbenisti di ogni parte del mondo pol.corr. Prima o dopo la grande corrispondente della Rai a NYC girerà il suo mein kampf contro The Donald , da presentare al suk di Venezia fuori concorso. Siam a Berta che filava filava filava ,non ne si può più.

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  • mauro

    05 Maggio 2017 - 10:10

    Non mi sarei aspettato niente di diverso da Ivanka. Ma le se lo stesso frullato alla fragola l'avesse scritto una delle figlie di Obama siamo sicuri che il NYT avrebbe scritto le stesse cose? Scommetterei, sicuro di vincere, in un commento assai benevolo, anzi in un'incensatura.

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