I tre scenari post referendum studiati da Bruxelles

Banche, populismo, instabilità politica ed economia. Il 5 dicembre l’Ue rischia di svegliarsi con un gran mal di testa. La “lezione Tsipras”

I tre scenari post referendum studiati da Bruxelles

Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker (foto LaPresse)

Bruxelles. Tra le leggende che circolano ai piani alti della Commissione, quando si discute di referendum decisivi per il futuro dell'Unione europea, c'è quella del premier greco, Alexis Tsipras, che all'indomani del voto dei britannici a favore della Brexit avrebbe detto a Jean-Claude Juncker di volere chiamare David Cameron per spiegargli “come si marcia indietro su un risultato democratico opposto a quello desiderato”. L'episodio è stato raccontato al Foglio da una fonte comunitaria per sintetizzare come Bruxelles si sta preparando ai risultati del referendum sulla riforma costituzionale in Italia, con i molti rischi finanziari e politici che ne derivano, non solo per il paese ma anche per l'Unione europea. Il 5 luglio del 2015, i greci scelsero di dire “Oxi” (“No”) al piano di salvataggio proposto dai creditori europei in un referendum convocato da Tsipras per ragioni meramente tattiche. Pur facendo campagna per il No, il premier greco sperava in un massiccio Nai (“Sì”) in modo da ottenere un mandato popolare per accettare le dure condizioni poste dagli europei per non cacciare la Grecia dalla zona euro. All'annuncio dei risultati – come ha rivelato in più occasioni il suo primo ministro delle Finanza, Yanis Varoufakis – malgrado il trionfo nelle urne, uno Tsipras rabbuiato si chiuse nel suo ufficio per preparare la grande capitolazione, che puntualmente avvenne la settimana successiva. Il 24 giugno del 2016, appena visti i risultati della Brexit – dice la fonte – Tsipras avrebbe evocato con Juncker l'ipotesi di suggerire a Cameron uno scenario analogo: “Infischiarsene del risultato e proporre all'Ue un nuovo accordo per evitare la Brexit”. Ma il presidente della Commissione preferì scoraggiarlo. Ora, invece, molti a Bruxelles auspicano che “Matteo Renzi prenda nota della lezione di Tsipras”, spiega la fonte.

 

Il risveglio, lunedì 5 dicembre, rischia di essere brutale per l'Ue. La tempesta populista che soffia su entrambe le sponde dell'Atlantico potrebbe colpire Austria e Italia. A Vienna c'è il pericolo di un presidente della Repubblica di estrema destra, Norbert Hofer della Fpo, pronto a convocare un referendum sull'appartenenza all'Ue. La prassi istituzionale austriaca lega le mani del presidente, ma Hofer potrebbe usare i poteri costituzionali formali per destabilizzare il governo di grande coalizione tra socialdemocratici e conservatori e tutto il sistema politico. In ogni caso, la sua elezione aprirebbe le porte del governo alla Fpo, che ha già governato a livello nazionale con i conservatori e a livello locale con i socialdemocratici. “Ma l'Austria è un'inezia rispetto all'Italia e al referendum di Renzi”, spiega al Foglio un ambasciatore. Uno dei paesi fondatori, che è la terza economia della zona euro ma ha un debito del 132 per cento del pil, potrebbe essere colpito da instabilità politica, minaccia populista, impennata degli spread e collasso bancario. E' una ricetta perfetta per una crisi sistemica. Il preallarme è sufficientemente elevato per ipotizzare vertici straordinari dei leader della zona euro. Ma tutto dipenderà da quale dei tre scenari studiati a Bruxelles si realizzerà.

 

Il primo scenario, sulla base dei sondaggi usciti nelle ultime settimane, è la “lezione Tsipras”, ovvero la vittoria del No, ma con Renzi che resta rinnegando almeno in parte la sua promessa pre-referendum. L'incertezza e l'instabilità sono ciò che teme di più l'Ue, sicuramente più degli attacchi del presidente del Consiglio contro la Commissione, la Germania, l'austerità, l'egoismo sui migranti. “Teatro pre-elettorale”, come viene definito dalla fonte comunitaria. Per aiutare Renzi, Juncker ha fatto consistenti favori all'Italia appena prima del referendum: il blando giudizio sulla manovra di bilancio per il 2017, con la flessibilità aggiuntiva per migranti e messa in sicurezza del territorio, e la proposta di finanziare parte della ricostruzione al 100 per cento con fondi dell'Ue. Il Partito popolare europeo è pronto a fare pressioni su Silvio Berlusconi per sostenere un nuovo patto del Nazareno. Ma tornare ai vertici europei dopo una sconfitta al referendum comporterebbe un costo enorme per Renzi, che si troverebbe politicamente più debole di fronte ai suoi pari e alla Commissione. Le decine di miliardi di flessibilità concessi dall'esecutivo Juncker negli ultimi due anni, per finanziare misure come gli 80 euro o l'aumento delle pensioni, non solo non hanno rilanciato la crescita dell'Italia, ma non sarebbero nemmeno serviti a fare da argine al populismo.

 

Il secondo scenario, la vittoria del No e Renzi che se ne va, è quello più temuto per le sue ripercussioni sul sistema bancario e sul debito dell'Italia. Monte dei Paschi di Siena, con ogni probabilità, avrà bisogno di un intervento pubblico, con conseguenti perdite per azionisti e obbligazionisti. L'accordo tra Roma e Bruxelles sul bail-in prevede la possibilità di compensare solo parzialmente i risparmiatori che hanno comprato più o meno inconsapevolmente titoli subordinati a alto rischio. Gli effetti potrebbero essere deleteri sulla ricapitalizzazione di Unicredit. Poi ci sono le piccole banche, che all'interno dei loro bilanci potrebbero nascondere problemi maggiori. La valutazione a Bruxelles è che tutto debba risolversi per Monte Paschi in pochi giorni, a prescindere dal risultato del referendum, per evitare un effetto a catena e un contagio tra crisi bancaria e crisi del debito, con una messa in discussione della sostenibilità dell'Italia e della sua permanenza nell'euro. La Banca centrale europea ha preparato un mini-scudo anti-spread con la possibilità di aumentare gli acquisti italiani del Quantitative Easing, ma solo per poche settimane. Se ci fosse un'impennata significativa degli spread (oltre 300 punti base), un intervento del fondo salva stati Esm (il Meccanismo europeo di stabilità può fare prestiti allo Stato o ricapitalizzare direttamente e indirettamente le banche) non potrebbe essere escluso. Ma servirebbe un governo pienamente funzionante per firmare un memorandum, con le dolorose condizioni che accompagnano ogni salvataggio. Con un governo tecnico o simil-tecnico costretto a misure impopolari, il Movimento 5 stelle avrebbe gioco facile per le elezioni del 2018 e il suo referendum sull'appartenenza all'euro produrrebbe comunque una crisi sistemica.

 

Il terzo scenario, che Bruxelles vede come un sogno, è quello di una vittoria di Renzi. Sarebbe l'ennesimo segnale che gli astri politici e elettorali si stanno riposizionando a favore dell'Ue. La Spagna ha finalmente ritrovato un governo, dopo un anno di paralisi causata dal populismo ribelle di Podemos e dal populismo istituzionale dell'ex leader dei socialisti, Pedro Sanchez. In Francia le ambizioni di Marine Le Pen sono state ridimensionate dal sorprendente successo di François Fillon alle primarie dei Républicains e dall'altrettanto sorprendente decisione di François Hollande di non correre alle presidenziali. In Grecia, i sondaggi dicono che i conservatori di Nea Demokratia, con il 32 per cento, hanno doppiato Tsipras e Syriza, caduti al 16 per cento. Nel Regno Unito c'è chi si è messo a sognare una retromarcia sull'uscita dall'Ue, dopo che la liberal-democratica europeista Sarah Olney ha stracciato il Brexiteer ex Tory Zac Goldsmith nelle elezioni suppletive del collegio di Richmond. E comunque a Londra anche il più accanito anti-europeo del governo di Theresa May, David Davis, si è ormai convinto che è meglio pagare l'Ue e far entrare qualche immigrato europeo pur di evitare una hard Brexit. Ma, per Bruxelles, il contesto rimane fragile con l'Ue che deve affrontare la “policrisi”. “Abbiamo bisogno di un'Italia europeista e forte”, spiega la fonte comunitaria. “Certo Renzi ci dà un sacco di problemi. E' abile a usare la sua forza e le sue debolezze per ottenere concessioni”. Ma per l'Ue è sempre meglio di un'Italia travolta dal Movimento 5 stelle. Con un vantaggio: “I voti pesano a Bruxelles, soprattutto se si tratta di un grande paese”, spiega la fonte. Una vittoria del Sì, nel momento in cui la Francia è totalmente assente, rafforzerebbe Renzi facendone l'interlocutore privilegiato di un'Angela Merkel più debole perché, almeno fino alle elezioni federali in Germania del prossimo autunno, deve evitare a tutti i costi ulteriori crisi.

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    04 Dicembre 2016 - 10:10

    Peggio per l'Europa, meglio per noi. Cosa ce ne facciamo di un'Europa così o cambia o muore.

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