Trump è l’ultima vittoria dell’uomo bianco

E’ dal 1968 che i bianchi non ispanici votano a grande maggioranza il candidato repubblicano. L’ultimo democratico a essere premiato dal voto bianco è stato Lyndon Johnson. L’unico avanzamento significativo per i Dem in queste elezioni si è avuto nelle contee al confine con il Messico.
Trump è l’ultima vittoria dell’uomo bianco

Donald Trump (foto LaPresse)

Queste elezioni americane avrebbero dovuto rappresentare il trionfo delle divisioni razziali e di genere. Gli afroamericani, gli ispanici e le donne in generale avrebbero dovuto recarsi in massa alle urne per castigare Trump, il candidato del maschio bianco euroamericano. Il risultato finale ci rivela che le cose non sono andate esattamente così. Rifacendoci – con tutta la cautela del caso – agli exit poll e ai sondaggi che più si sono avvicinati a indovinare il risultato finale, una prima cosa balza all’occhio: ossia che i meccanismi di cui sopra non hanno funzionato. Tutte e tre le categorie – donne, afroamericani, ispanici – hanno dato alla Clinton un sostegno inferiore a quello accordato a Obama nel 2012. Lo stesso vale per i più giovani e i ceti bassi.

 

Evidentemente il carisma, l’integrità e la novità di Obama sono mancati all’attuale candidata democratica. Lo scarso entusiasmo suscitato dalla Clinton non è forse riuscito nemmeno a tramutare in voti concreti una parte degli appoggi dichiarati ai sondaggisti per telefono. Il fattore pull si è confermato più forte di quello push: conta cioè maggiormente la forza attrattiva di un candidato, che quella repellente dell’avversario. Addirittura, tra gli ispanici, presentati come i suoi nemici giurati, Trump avrebbe riscosso più successo di Romney quattro anni fa. Il segnale che certi temi, incentrati sul lavoro, la lotta all’establishment, il cambiamento (forse financo il limitare la nuova immigrazione, non sempre gradita a chi si è già radicato nel paese), hanno prevalso su una parte dell’elettorato ispanico rispetto al sentimento identitario.

 

Questo ci dice che Trump non è stato percepito dalle minoranze come quel candidato razzista e contiguo al Ku Klux Klan descritto forzatamente dal pubblico liberal, col sostegno del presidente Obama. Non ci dice, però, che il voto comunitario sia stato secondario in queste elezioni. Tutt’altro. Se è vero che la Clinton non ha replicato gli exploit obamiani tra afroamericani e ispanici, secondo le ricerche avrebbe comunque ottenuto il voto del 65 per cento degli ispanici e di poco meno del 90 per cento degli afroamericani. Di contro, Trump si sarebbe assicurato il voto del 60 per cento dei bianchi non ispanici. Ciò è verosimile, considerando il risultato finale complessivo o i successi raccolti dal candidato repubblicano in stati come il Michigan o la Pennsylvania – da un quarto di secolo democratici ma con popolazione bianca non ispanica all’80-85 per cento. Sebbene non disponiamo ancora di elaborazioni complete sui flussi, pare d’intuire che una componente fondamentale del successo di Trump sia stata la mobilitazione di un nuovo elettorato bianco in alcuni stati chiave (quelli della Rust belt caratterizzati da alta affluenza), a confronto con una partecipazione nazionalmente nella media.

 


Sostenitori di Trump (foto LaPresse)


 

La morale è questa: se la sfida Clinton-Trump non ha esacerbato il fenomeno del voto comunitario, tuttavia si è posto in continuità con la sua manifestazione abituale. Basti pensare a un dato: è dal lontano 1968 che in tutte le elezioni presidenziali gli elettori bianchi non ispanici votano in maggioranza (mediamente 55-60 per cento) il candidato repubblicano. L’ultimo candidato democratico a ottenere la maggioranza del voto bianco è stato Lyndon Johnson, nel 1964; ed è l’unico a esservi riuscito negli ultimi 72 anni. Tutte le altre amministrazioni democratiche (Kennedy, Carter, Clinton, Obama) sono state possibili grazie al voto delle minoranze che, pur essendo tali, grazie alla maggiore univocità sono riuscite a ribaltare quello prevalente tra la maggioranza bianca. Quest’ultima eventualità rischia di diventare sempre più probabile, considerato come sta cambiando il bilanciamento tra le componenti dell’elettorato americano.

 

All’inizio degli anni 80 i bianchi erano ancora quasi il 90 per cento degli aventi diritto di voto, mentre quest’anno si è toccato il minimo storico, scendendo sotto il 70 per cento. Ciò significa che pure la netta maggioranza di consensi ai repubblicani, che si aggira abitualmente sul 60 per cento, traslato nell’insieme dell’elettorato si traduce in poco più del 40 per cento. Una cifra che può essere facilmente rovesciabile dal restante 30 per cento dell’elettorato incline a votare in maniera più unanime. La situazione è destinata a peggiorare per i bianchi, se continuasse il trend attuale. Tra 2012 e 2016 il 75 per cento degli elettori defunti era bianco, ma i bianchi hanno pesato meno del 60 per cento per quanto riguarda i nuovi elettori che hanno raggiunto la maggiore età.

 

Un’ipotetica amministrazione Hillary Clinton, se avesse mantenuto le promesse elettorali, si sarebbe potuta rivelare esiziale su questo fronte. La candidata democratica aveva infatti promesso non solo di difendere le moratorie sui clandestini promosse da Obama (le persone interessate sono milioni), ma anche di agevolare l’acquisizione della cittadinanza e limitare i rimpatri ai soli immigrati illegali che costituiscano una concreta minaccia alla sicurezza pubblica. Attualmente negli Stati Uniti risiedono illegalmente circa 11 milioni di persone, per metà messicani. Al di là delle considerazioni ideologiche e umanitarie, nel programma clintoniano potrebbe aver pensato anche la consapevolezza d’essere di fronte a un bacino di potenziali elettori democratici in grado di dare un dominio duraturo al Partito.

 

Non è forse un caso che i soli avanzamenti significativi di consensi tra i democratici si siano registrati in queste elezioni nelle contee lungo il confine col Messico. Confine che diviene strategico per Donald Trump e per il Partito repubblicano, considerando la sua constituency prevalente. In pochi l’hanno notato, poiché l’attenzione è stata rapita dalla tripletta repubblicana Presidenza-Senato-Camera; ma la Clinton pur perdendo nel voto elettorale ha prevalso in quello popolare, di circa lo 0,2 per cento. Una minuzia che però pone una pietra miliare: i democratici hanno così vinto il sesto voto popolare nelle ultime sette elezioni presidenziali. Si tratta di un inedito storico, un risultato mai raggiunto prima da nessun partito – e che sarebbe stato impossibile immaginare senza il cambiamento demografico in atto. All’ombra del trionfo repubblicano, si palesano i segni di un possibile, futuro dominio del Partito democratico e, cosa più preoccupante, del voto comunitario, difficilmente conciliabile con lo stato-nazione di matrice occidentale. I bianchi stanno reagendo alla perdita del predominio con un lento uniformarsi del loro voto interno. Il futuro potrebbe riservare agli americani linee di divisione politica che coincidono con quelle dei gruppi etnici – una prospettiva che sicuramente gli Stati Uniti dovrebbero cercare di evitare.

 

Daniele Scalea è analista geopolitico e direttore generale dell’IsAG

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi