Vogliono demolire Villa Nemazee, simbolo di un islam laico che non c’è più

Progettata da Gio Ponti a Teheran in un’epoca ormai lontana

Gio Ponti

Gio Ponti (foto di Wikipedia)

C’è un concentrato di made in Italy a rischio di demolizione a Teheran: la Villa Nemazee progettata da Gio Ponti. Costruita fra il 1957 e il 1964 per un facoltoso imprenditore nel quartiere Niavaran, zona di parchi nella capitale iraniana scelta per questo come residenza estiva dagli scià che proprio lì costruirono molti edifici residenziali, sebbene molti siano stati demoliti dopo la rivoluzione komheinista. Ponti, fondatore e direttore di Domus, l’anno prima della villa aveva iniziato il cantiere del Pirellone milanese (insieme con Pier Luigi Nervi), il primo grattacielo italiano che ebbe da subito una grande eco internazionale sulla stampa, e probabilmente l’incarico fu ottenuto anche grazie all’accordo petrolifero che l’Eni di Enrico Mattei firmò a sorpresa con il paese mediorientale, gettando un ponte di relazioni commerciali che dura tuttora. Da allora però la villa ha cambiato più volte proprietà e nonostante avesse ricevuto un vincolo come edificio di interesse nazionale, una recente sentenza di un tribunale ha permesso agli attuali proprietari di stralciarlo: ora sono dunque liberi di venderla a uno speculatore che intende realizzare al suo posto un hotel a cinque stelle di venti piani.

 

Se n’è avuta notizia grazie all’inviato in Iran del Guardian, Saeed Kamali Dehghan, che ha scritto un articolo all’inizio del mese, ma i giornali italiani hanno snobbato la vienda – solo Repubblica ha dato giusto la notizia, il 21 dicembre –, nemmeno il sito di Domus ne ha parlato. Paradossale, come minimo, visto che Ponti è uno dei campioni del made in Italy perché ha nobilitato con la sua opera sia di architetto sia di direttore di rivista una serie di attività artigianali che ancora danno da mangiare a un bel pezzo di paese: la ceramica (per anni fu direttore artistico della Richard Ginori e collaboratore delle aziende faentine), la moda, l’arredamento (fin dalla sua direzione della Triennale del 1933). Inoltre aiutò una serie di artisti, oggi consacrati, ma in vita spesso in bolletta, in una serie di proficue collaborazioni. Per esempio nella villa Nemazee, le decorazioni in ceramica nella corte interna sono opera dello scultore astrattista Fausto Melotti. L’ambasciata italiana finora è stata molto prudente, forse troppo. Si conta evidentemente sulla sensibilità del sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, conservatore prammatico e buon amministratore, oltre che su una generale opposizione alla demolizione degli architetti iraniani, molti dei quali hanno fervidi rapporti con l’occidente al di là delle difficoltà geopolitiche, basti pensare che i presidi delle facoltà di architettura di Harvard, Mohsen Mostafavi, e della Cooper Uninon di New York, Nader Tehrani, sono appunto di origine persiana.

L'irresistibile spietatezza dell'archistar Zaha Hadid

Ha lavorato per il mondo intero, quindi anche per il suo. Non una parola, mai, sull'urgenza di una emancipazione femminile nel mondo arabo: lei il potere se l'è preso molto prima che quella emancipazione avvenisse e noialtri vedremo se mai avverrà.

Certo però che il collegamento della villa Nemazee con l’epoca dell’ultimo scià Reza Pahlavi, oltre agli appetiti speculativi di una città che vive ancora una forte crescita edilizia non facilitano l’opera. Villa Nemazee è però fondamentale al di là dei suoi risvolti politici attuali, in quanto espressione concreta di un islam ormai drammaticamente rimosso, vale a dire un islam modernizzatore, laico, liberale perfino, che si affacciava in vari punti del medio oriente chiamando a raccolta i migliori architetti internazionali, come il cattolico Ponti, il Le Corbusier progettista della cappella di Ronchamp (1955) e di uno stadio a Baghdad o il giapponese Kenzo Tange molto attivo nei paesi del Golfo persico fino agli anni Settanta. Certo questo oggi avviene ancora a Doha e Dubai, ma un tempo anche nei paesi più chiusi della regione. Forse non è un caso che gli angoli ottusi e acuti delle aperture nel cortile di villa Nemazee, attraverso le quali è possibile traguardare gli interni e infine il parco esterno, siano così affini al gusto tagliente di Zaha Hadid, nata e cresciuta a Baghdad dove nel 1958 Ponti realizzò un ministero, oggi compromesso. E forse tracce impalpabili, ma proprio per questo più importanti, di villa Nemazee come bazar di mestieri e saperi differenti, ce ne sono nella galleria londinese di Clerkenwell, Zaha Hadid Design: mobili, arredi, ceramiche tutte disegnate dall’architetto irachena scomparsa quest’anno. 

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