Una fogliata di libri
Cani degni d’essere raccontati
In "Billy il cane”, il quadrupede diventa simbolo universale di ogni tutore: ritratto in perenne movimento di una vita a spasso fra casa e studio, fino a spiegare il senso della rabbia umana, con uno sguardo volto dentro l'anima di chi scrive
di
16 OCT 24

Dog Painting 19 (1995) di David Hockney, uno delle centinaia di dipinti che l'artista ha realizzato raffigurando i suoi amati bassotti <br />
Cosa fa, di un cane, un cane degno di essere raccontato e non un gingillo da pet-book? Sandra Petrignani ci ha raccontato i suoi, in “Autobiografia dei miei cani”: sé stessa attraverso di loro, e viceversa – ogni cane assomiglia al padrone, ogni padrone assomiglia al cane, e ogni entità cane-padrone dice di tutto ciò che sta loro intorno, e inevitabilmente. Emanuele Trevi, con “I cani del nulla” alla fin fine ha parlato di noi, imperfetti, soggiacenti a gioie effimere e enigmi insolubili, e di loro, anzi, di lei, Gina, avanzo di canile, e della difficoltà (altrettanto irrisolvibile?) di trasformare la vita in una storia – “analfabetismo simbolico” è un’espressione-chiave, e chi scrive se l’è rivenduta come propria in qualche conversazione. Alberto Rollo, dopo averci raccontato Milano attraverso il proprio sguardo (si vede ciò che si sa, e alla fine si sa per sempre ciò che si è visto) e la montagna attraverso quello del padre – sguardo che mai ha smesso di riverberare nel suo – con “Billy il cane” (Ponte alle Grazie, 182 pp., 16,90 euro) racconta di sé in terza persona e del proprio cane in prima. Sì, è Billy che ci racconta il mondo, e l’intersezione con quello dei suoi tre tutori.
Ma chi è Billy? Perro internazionale e serial fucker, cane mandrillo e trivellatore infine smarrito perché ha voluto smarrirsi (“io vado, con il mio corpo, dentro un corpo più grande”, dice, ed è proprio da qui, durante quest’ultima notte da cui non tornerà, che la narrazione prende le mosse viaggiando a doppio senso di marcia, quello del ricordo e quello del presente, mentre i suoi tutori lo stanno cercando), Billy il cane è un cane particolare, ma è anche il cane universale di ogni tutore: il cane come vita a spasso, vita immaginata, dritto o rovescio di sé stessi, cioè di chi ci vive e ci divide la poltrona dello studio, i libri, il tepore domestico, la vita di chi lo osserva e lo studia alla perenne ricerca di un alfabeto che unisca ciò che la natura sembra aver voluto dividere.
Cane usmato e sniffato in famiglia, cane che scava e cerca sempre strade verso il centro della terra, cane a molla al risveglio dopo un’anestesia e cane inimmaginabile come compagno di questua perché – se la ride Rollo nell’immaginarlo – non avrebbe suscitato sentimenti di simpatia ma garantito vita grama al questuante, garantiti anche i salti mortali per risparmiare al passante il ringhio e il morso, Billy il cane vive ritto e vigile. E Rollo offre a chi legge questo suo ritratto in perenne movimento, presentissimo e tuttavia in absentia. E sa toccare una corda molto sensibile quando, a un certo punto – il punto in cui il libro smette di essere un’opera acuta e cordiale per diventare un’occhiata gettata intrepidamente nel cavedio di un’anima –, ci parla della rabbia. Sì, la rabbia: del cane e la propria. “Accanto alla sua rabbia ho saputo riconoscere la mia. Come Billy mi ritrovo ansante, senza argomenti, a provare un senso di inimicizia che sbatte come straccio al vento ma anche senza vento. Dove sono i nemici?”. Perché dentro di noi ci sono bestie alla catena e in ogni labirinto psichico, gira e rigira, trovi sempre un cane che latra.
Ecco cosa fa, di un cane, un cane degno di essere raccontato: lo sguardo di chi ne scrive e sa ritrovarlo in sé, l’intesa silenziosa e senza alfabeto che germoglia lì, in quel punto preciso. E che nello spavento di stare al mondo, racconta la vera alleanza: un guinzaglio, ma che ognuno chiama a modo suo.