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la 12a tappa del Giro d'Italia •
Al Giro Segaert ha beffato chi ha beffato i velocisti
A Novi Ligure ha vinto il belga Alec Segaert con uno scatto a 3.400 metri dall'arrivo, un'azione da finisseur vecchio stile. Nelle salite dell'appennino ligure, la Movistar era riuscita a staccare tutti gli sprinter in gruppo

Alec Segaert ha vinto la 12esima tappa del Giro d'Italia 2026 (foto LaPresse)
La grande cacciata dei velocisti è riuscita. Prima sulla strada in salita che porta al Colle Giovo e poi su quella che conduce al Bric Berton, la Movistar è riuscita a eliminare tutti gli invitati scomodi a quella che doveva essere una piccola festicciola ad alta velocità per le strade di Novi Ligure. La squadra spagnola non poteva fare altrimenti. Era partita dalla Bulgaria con un unico obbiettivo: vincere una tappa. E per vincere una tappa aveva due modi: o sperare nella fuga giusta in una tappa montana con Enric Mas, uno che quasi sempre finisce secondo anche in una gara con la propria ombra – lo si è visto a Chiavari – oppure cercare di eliminare dal gruppo i corridori più veloci per agevolare lo sprint del suo uomo più rapido, Orluis Aular, uno veloce ma non uno specialista delle volate tra tanti. La dodicesima tappa del Giro d'Italia 2026 permetteva di togliere di mezzo i velocisti e la Movistar è riuscita a farlo. Missione compiuta a metà. Perché Orluis Aular non ha vinto e la volata tra pochi alla fine è valsa solo per decidere il secondo posto: Toon Aerts è stato il più lesto.
A fregare chi è riuscito a fregare i velocisti è stato Alec Segaert, un marcantonio di un metro e ottantotto centimetri con due spalle da muratore che su di una bicicletta non brilla per velocità o per capacità in salita, ma è capace di pedalarla a più di cinquanta all'ora in completa solitudine per decine di minuti.
C'erano solo due modi per fregare chi era riuscito a fregare i velocisti in un finale di tappa come quello di Novi Ligure. O provare a scattare sullo strappetto a sette chilometri e mezzo dal traguardo oppure tentare l'accelerazione nell'ultima curva prima del drittone di tre chilometri che conduceva alla linea d'arrivo. Giulio Ciccone ha provato ad azzardare lo scatto in salita. Gli è andata male. Alec Segaert ha provato l'evasione attaccando in curva. Ce l'ha fatta.
Il belga ha pedalato al meglio delle sue possibilità per tenere lontano un gruppo che non brillava per energie e convinzione, dalla testa del quale erano scomparsi gli uomini in bianco della Movistar, sfiniti per il lavoro fatto in salita, in discesa e tra la valle dell'Orba e le colline del Gavi. Soprattutto ha pedalato al meglio delle sue possibilità per tenere lontano i ricordi di lunedì e di quella cronometro pedalata, a suo dire, ben al di sotto delle sue possibilità. È pur sempre stato per tre volte campione europeo a cronometro tra gli Under 23 e due volte argento mondiale di categoria. Si è ripreso con gli interessi le delusioni recenti.
Alec Segaert è riuscito soprattutto a ridare spazio a quelli che un tempo si chiamavano finisseur, uomini grandi e grossi, amanti dell'azzardo, capaci di scattare quando ormai era ritenuta improbabile un'evasione e di arrivare al traguardo prima dei velocisti. Gente come Andrei Tchmil, Fabian Cancellara, Johan Museeuw, Dimitri Konyshev, Andrea Tafi, Daniele Nardello o Rik van Steenbergen, ma lui gli avversari gli batteva pure in volata. È sempre piacevole vedere che ogni tanto qualcuno si ricorda dei finali di un tempo, delle sparate improbabili che ogni tanto riescono. Il ciclismo è anche l'improbabile che diventa reale, ne sa qualcosa Søren Kragh Andersen che per due volte al Tour de France del 2020 riuscì a rianimare questa categoria di inguaribili ottimisti della bicicletta.
Alec Segaert è il primo dei sognatori di questo Giro, chissà che non prendano coraggio gli altri.





